Sant’Agata è la patrona della città di Catania. Dal 3 al 6 febbraio è la sua festa.
La santuzza sta in chiesa tutto l’anno, nella Cattedrale che porta il suo nome e che è il duomo di Catania. Il 4 febbraio, dopo la messa dell’aurora, succede una cosa: la chiesa cede Agata al popolo catanese devoto. Più che come un regalo, questo gesto è da interpretarsi come dovuto, come una restituzione. I catanesi devoti non è che “accolgono” le reliquie che gentilmente sono a loro “donate” per due giorni. I catanesi se le prendono. “Agata è dei devoti” : una frase, quest’ultima, che il catanese conosce bene.
Questo, sommariamente descritto, è l’atto di scristianizzazione che dà il via alla festa. La festa assume i suoi connotati pagani ed Agata diviene la vera divinità del popolo catanese. La martire è venerata, invocata con urla, pregata. A lei sono dedicate le prove di forza, sofferenza e virilità di chi, da solo o in gruppo, si carica sulle spalle ceri dal peso anche di trecento chili. Per lei si fa la ‘nnacatedda, cioè il balletto delle candelore, e si tira il fercolo col cordone. La vergine viene anche divorata nella sua parte più caratteristica e più martoriata: le minne, cioè i seni. Fin qui il rito, tra sacro e profano, ed il lato antropologico della festa.
C’è un altro lato, uscito alla ribalta di recente con un effetto-sorpesa simile a quello di chi dice “ho scoperto l’acqua calda”: la gestione mafiosa della festa e l’enorme giro di soldi che essa porta. Lungo tutta la via Etnea si posizionano (nessuno senza il permesso di chi detiene la gestione economica della festa) una quantità enorme di camion, carrozzoni e bancarelle, che riempiono la città col fumo della carne arrostita e col fetore dell’olio fritto. Il fercolo fa sosta sotto i balconi dei boss mafiosi. In onore di quest’ultimi si sparano pure dei fuochi artificiali fuori programma. Sugli orari di uscita e rientro della santa in chiesa ci si fanno le scommesse clandestine.
http://video.google.com/videoplay?docid=-6446657828911945352
La festa di Sant’Agata è del popolo catanese. Il popolo catanese è, nel suo fondo mafioso, marcio. Ergo la festa è marcia.






.
Tragicommedia all’inglese
Questa che segue è la trama di una tragicommedia a cui ho assistito. Non è una favola, come quella scritta da Azalais, né un racconto epico, come quello di Tommy David. Tuttavia, con essi ha tre importanti elementi in comune: il luogo, il tempo, un simile status dei personaggi in questione.
C’era non una volta, ma il 6 ottobre 2008, una conferenza a Siracusa, più precisamente a palazzo Vermexio, situato nella splendida piazza Duomo di Ortigia. Il relatore era personaggio che definire noto è dir poco: James Hillman.
Non appena avuta notizia del lieto evento, quattro individui del cosiddetto circolo di Catania si fiondarono sul luogo: ascoltare Hillman dal vivo rischia di capitare una volta sola nella vita; considerando anche i suoi 82 anni che, pur non dimostrandoli affatto, sempre 82 rimangono. Anzi, se faccio bene i miei calcoli, dovrebbero aumentare di un’unità ogni 365 giorni circa a partire dal suo anniversario di nascita. Ad assistere Hillman era presente una – brava e bella – interprete, che traduceva in italiano ogni frase del relatore (il quale, tra l’altro, parlava un inglese comprensibilissimo).
La parte finale della conferenza
Le cose di cui lo psicofilosofo statunitense ha discusso, erano di grande, grandissimo interesse. Davide ne ha scritto un breve resoconto. Di tali argomenti, però, io non parlerò, bensì di ciò che li ha introdotti. Anzi, di colui che l’ha fatto e delle parole che ha pronunciato.
Tra tutti questi grigi individui seduti al tavolone, uno in particolare, il più alto, merita di essere il protagonista della tragicommedia. È il Magnifico Rettore. Non dirò il suo nome, né di quale università egli sia a capo, per due semplici motivi: primo, il problema non è certo lui, ma la sua carica; secondo, potete facilmente riconoscerlo da soli.
Al momento di dover prendere la parola, il nostro Rettore – ignorando volontariamente la presenza dell’interprete – annuncia di volere rivolgersi a Hillman in inglese. Dovete capirlo: lui si era (o altri gli avevano) preparato e stampato un bel discorsetto da leggere. Voleva fare una magnifica figura. Poi arriva quella guastafeste dell’interprete e gli distrugge ogni sogno di gloria. No, non sarebbe andata così: lui avrebbe comunque parlato in inglisc!
Il pathos cresce, l’atmosfera creatasi in aula è quella giusta. Il Rettore comincia il suo discorso. Eccone qualche fonema (in altro modo non saprei definire tali suoni) estratto:
Tali cacofonie devono essere lette così come sono scritte e con marcata cadenza sicula. Altrimenti, perdono tutta la poesia. Per farvi un’idea:
Dopo tale performance, il nostro protagonista saluta tutti i presenti con parole appartenenti alla sua lingua madre:
I migliori studiosi ancora si chiedono quale sia, la sua lingua madre.