
Siamo in file per il check in, io e la mia compagna d’avventure, per l’aereo diretto a Parigi il 29 dicembre dell’anno appena trascorso. L’atmosfera è chiara sin dall’inizio.
Saliamo sull’aereo, prendiamo posto, e i nostri timori diventano certezze: dietro di noi si siedono due classiche coppie siciliane, una “giovane” e una più anzianotta. I quattro iniziano a far conoscenza e, fatte le presentazioni, iniziano a discutere a voce molto ma molto alta sui seguenti argomenti:
- reflusso gastroesofageo
- allergie e cortisoni
- allergie a “peli e forfora di cani e gatti”
- l’amministrazione e gli amministratori degli ospedali di Catania
- crisi allergiche durante la gravidanza
Questi e molti altri sono stati i temi dell’animata discussione durata tutte le quasi tre ore di viaggio, accompagnate dalla costante tosse catarrosa di una del quartetto. Il compagno di quest’ultima ha la battuta facile e, ad ogni turbolenza per il forte vento, esclama: minchia, chista era ‘na mala scaffa! Ossia: minchia, questa era un brutta buca. Più di venti volte l’ha ripetuta. Il tutto, a voce sempre molto alta. Solo chi ha ben presente la tipica parlata dello zaùrdo (cafone) siculo può capire l’enorme fastidio provato.
Per fortuna, i passeggeri davanti a noi sono tre sordomuti. Fortuna per loro.
Nel frattempo, la mia compagna d’avvenuture legge Cent’anni di solitudine e io mi chiedo come diamine ci riesca. A bordo vendono vari oggetti, tra cui pen-drive, libri di barzellette e un simulatore digitale di salto con la corda senza fili né corda!
Sul volo di ritorno, dovete sapere, eravamo quasi gli stessi dell’andata. Secondo voi, quante possibilità ci sono che le stesse quattro persone stiano sedute sui sedili dietro di noi sia all’andata che al ritorno? Poche, certo, ma le mie orecchie e i miei nervi vi assicurano che sono bastate.
























































Calzini rivoltati: Parigi, l’arte e i musei
Parigi è una città talmente straordinaria che neanche l’enorme afflusso di gente a capodanno riesce ad offuscarne la bellezza.
A Parigi è possibile integrare vecchio e nuovo, classico e moderno, antico e contemporaneo, interno ed esterno, forma e contenuto. Una totale libertà della forma, che non genera la minima stonatura.
L’esempio che vi offro è quello dei due musei che ho visitato: il Louvre e il Centre George Pompidou. L’uno, il calzino rivoltato dell’altro.
Nella stessa giornata è possibile ammirare dall’esterno questi due musei, a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro. Il Louvre fu un palazzo reale, grandioso, sobrio e austero, situato vicino la Ile de la Cité. Il Pompidou è stato progettato da Renzo Piano e altri; si trova a due passi da quello che fu il più grande mercato di Parigi e che oggi, manco a dirlo, è un centro commerciale.
A ogni pietra perfetta del palazzo del Louvre, risponde in maniera uguale e contraria un tubo, un cavo a vista, una scala mobile del Pompidou. Il Louvre nasconde volutamente, all’interno delle sue possenti mura, ogni segno della moderna tecnologia; il Pompidou è tecnologia dall’inizio alla fine. Alla bellezza dei marmi del Louvre, risponde la rivoluzione del design del Pompidou.
Una volta entrati, questo gioco di specchi diviene ancora più forte. Le opere dei due musei sembrano conoscersi senza mai essersi incontrate. Vanno quasi a coppie, in una grandiosa e caotica arca di Noè dell’arte.
All’arte bella di Duccio e Giotto, di Antonello da Messina, di Leonardo e di Mantegna, e ancora di Canova o di Delacroix e di Gericault (per citare solo un centesimo degli artisti che ho avuto il tempo di ammirare e un milionesimo di tutti quelli presenti); a quest’arte – dicevo – va a braccetto la mostra d’arte moderna e contemporanea del Pompidou: Matisse e Picasso, Kandinsky, Pollock, Larionov, Chagall, Duchamp e tanti, tanti altri. So che l’affinità di forma tra Amore e Psiche e la Fontana-Orinatoio è difficile da sostenere, eppure per me è altrettanto difficile non notarla.
Non solo, dunque, c’è una diretta continuità tra esterno e interno del museo, tra forma architettonica e contenuti artistici; la continuità è anche tra museo e museo, tra secolo e secolo, tra arte e arte: il Louvre è l’altra faccia del Pompidou, e viceversa.
A dare ragione a questa immediata impressione, il Louvre ospita temporaneamente una delle opere nere di Pierre Soulages, accanto ad alcuni tra i più grandi pittori pre-rinascimentali e rinascimentali italiani.
Se avessi avuto più tempo per visitare Parigi, avrei sicuramente portato altri esempi simili; penso al nuovo quartiere de La Défense e al suo Arco, sul quale ho solo lanciato uno sguardo dall’alto della Tour Eiffel, meravigliandomi anche questa volta per la sua perfetta integrazione nel complesso panorama parigino, come uno scenario di Blade Runner che si staglia a una decina di chilometri dalla Senna.