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UltraSicurezza

Sicurezza made in Italy

Quella che ha visto vincere la destra alle ultime elezioni, è stata una campagna elettorale basata – tra le tante altre cose (ad esempio l’incompetenza della sinistra) – sulla sicurezza.

vignetta di maurobiani.splinder.com

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Slogan xenofobi del tipo “padroni a casa nostra!“, bombardamento dei media per ogni passo falso di un immigrato (possibilmente rumeno, rom, albanese o giù di lì), senso costante di precarietà, sono tutti elementi che hanno prodotto la paura negli italiani. Esattamente secondo la stessa modalità con cui la pubblicità produce bisogni: non hai bisogno di un oggetto finché non ne vedi la pubblicità, non hai paura fin quando qualcuno non ti convince che dovresti averne.

È forse troppo difficile, per il cittadino, comprendere che la sua costante richiesta di “sicurezza” (che si va pian piano sostituendo ad ormai vecchi termini quali “legalità” o “giustizia“) non verrà mai soddisfatta. Come ha ben capito il buon vecchio Zygmunt:

La sicurezza personale è diventata uno dei principali, forse il principale argomento di vendita in tutti i tipi di strategie di marketing. “Legge e ordine”, sempre più ridotti alla promessa di incolumità personale, sono ormai [...] il principale argomento di vendita nei manifesti politici e nelle campagne elettorali. Evidenziare le minacce all’incolumità personale è diventato uno dei principali, forse il principale punto di forza nelle battaglie per gli indici d’ascolto da parte dei mass media. (Z. Bauman, Vita liquida, Laterza 2006, pag. 71).

Dato che la società liquido-moderna di cui parla Bauman è proprio la nostra società, è impossibile, leggendo queste parole, non pensare anche a Bin Laden. Non all’uomo, certo, ma al fantoccio che “puntualissimo come la morte” (l’espressione è tratta da un articolo on-line di Biuso) si presenta ogni undici di settembre, alimentando la paura degli statunitensi.

Paure e desideri sono ciò di cui si nutre questa società. Non importa cosa desiderare o di cosa aver paura, non importa che l’oggetto venga conquistato o che il nemico sia ucciso. Bisogni e paure sono liquidati continuamente: ciò che conta è il continuo desiderare, non smettere mai di aver paura.

Torniamo, più concreti, all’Italia attuale: dopo la prima domenica di campionato, ci si dovrebbe pur rendere conto che l’allarme sicurezza è più endogeno che esogeno, l’allarme reale è dovuto più a causa interne che esterne. Altrimenti non si capisce perché la mia amica che abita a Catania, accanto allo stadio Massimino, ogni domenica si trova davanti a tre opportunità:

  1. Uscire di casa la mattina e tornare molto prima o molto dopo la partita.
  2. Stare a casa e uscire la sera.
  3. Non uscire di casa.

Certo, probabilmente la mia amica esagera; ma cosa le possiamo rimproverare se, dopo certi fatti di un certo 2 febbraio dell’anno scorso, lei prova un certo – e fondato – timore?

UltraScontri

UltraScontri

Quindi, la conclusione è la seguente: l’italiano non sopporta che, tornando a casa la notte, ci sia una certa probabilità che sarà aggredito da un extracomunitario (probabilità che – precisiamo – non è certo superiore a quella di essere investiti da un pirata attraversando la strada), mentre s’accolla volentieri che ogni domenica sicuramente la propria città sarà invasa da pseudo-esseri-umani inferociti chiamati Ultras.

Se poi dietro i disordini di Roma si vuol vedere la criminalità organizzata (come se negli Ultras – di per sé – non vi fosse una forte organizzazione), dobbiamo stare tranquilli: lo si fa per amor di verità, non certo per continuare a nascondere lo scempio italiano della domenica calcistica.

Intendiamoci, non ce l’ho con gli Ultras! In fondo sono gente tranquilla, che urla “Palermitano ebreo!”, “un Messinese in croce!” o “Sant’Agata puttana!”, ma che magari la stessa mattina è andata a messa. E non mi si dica di “non fare di tutta l’erba un fascio”: è un’obiezione che non vale quando il fenomeno si crea proprio nel fascio (inteso in tutti i sensi possibili).

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Sui fatti del 2 febbraio a Catania

Ho aspettato prima di scrivere qualcosa su ciò che è successo il venerdì 2 febbraio nella (sempre meno) mia città.
Ho aspettato perché temo che un evento del genere, se giudicato a caldo, mi avrebbe portato a dire banalità o idiozie.

Potrei dire, ad esempio, che la nostra è una società malata: per poter nascondere a se stessa le pulsioni distruttive che la caratterizzano, non riesce a rinunciare allo sfogo domenicale del pallone. Perché, in fondo, lo sport serve a questo: sfogare la propria componente dionisiaca, raggiungendo nel contempo una forma fisica del tutto apollinea. I fatti di venerdì non rientrano però in questo caso perché, se mai ci fosse bisogno di ribadirlo, quello non era sport, bensì Guerra.

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Esattamente Guerra: i giovani sono educati all’odio verso le forze dell’ordine, più di quanto non lo siano verso la squadra avversaria: “poliziotto, primo nemico!”. Quando in certe scuole elementari i “bambini” sputano in faccia alle foto dei poliziotti esposte lungo i corridoi, perché “i vàddia” hanno arrestato loro padre, allora non c’è più che sperare. Che differenza c’è – ora mi chiedo – tra questi giovani plagiati dalla delinquenza dei padri (o dagli amici tifosi) e chi, in guerra, è addestrato ad uccidere e pronto a sacrificarsi? Differenze ce ne saranno, senza ombra di dubbio, ma una somiglianza di fondo c’è: l’odio ed il disprezzo per la vita, la propria e quella altrui.Ovviamente, nel frattempo, la cosa più importante è diventato il parlare e sparlare di come sindaco, prefettura e vescovo hanno affontato la cosa; di come siano ignoranti i catanesi, che si sono arrischiati a mangiare carne di cavallo, a comprare vestiti alla fiera etc.
“C’era il lutto cittadino! Come avete potuto festeggiare?! E’ colpa vostra, della vostra ignoranza, se Filippo Raciti è morto!”. Mentre le televisioni (che hanno invaso la città) gridano queste stupidaggini, spero che ci sia qualcuno che sta seriamente lavorando per prendere i veri colpevoli. Una cosa bisogna dirla, però: ci hanno preso in giro con la festa dai caratteri religiosi, quando Sant’Agata non è religiosa più da tanto tempo, bensì pagana nel senso squallido del termine. Erano due le alternative: 1) Sant’Agata non verrà nè festeggiata nè “adorata” in giro per la città; 2) Sant’Agata non c’entra niente con l’omicidio di Filippo Raciti, quindi i festeggiamenti si svolgeranno regolarmente. Ciò che si è ottenuto, invece, è stato un ibrido insignificante. Per finire, segnalo un articolo di Biuso che parla di ciò che è accaduto in termini che condivido pienamente.

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