Ho aspettato prima di scrivere qualcosa su ciò che è successo il venerdì 2 febbraio nella (sempre meno) mia città.
Ho aspettato perché temo che un evento del genere, se giudicato a caldo, mi avrebbe portato a dire banalità o idiozie.
Potrei dire, ad esempio, che la nostra è una società malata: per poter nascondere a se stessa le pulsioni distruttive che la caratterizzano, non riesce a rinunciare allo sfogo domenicale del pallone. Perché, in fondo, lo sport serve a questo: sfogare la propria componente dionisiaca, raggiungendo nel contempo una forma fisica del tutto apollinea. I fatti di venerdì non rientrano però in questo caso perché, se mai ci fosse bisogno di ribadirlo, quello non era sport, bensì Guerra.
Esattamente Guerra: i giovani sono educati all’odio verso le forze dell’ordine, più di quanto non lo siano verso la squadra avversaria: “poliziotto, primo nemico!”. Quando in certe scuole elementari i “bambini” sputano in faccia alle foto dei poliziotti esposte lungo i corridoi, perché “i vàddia” hanno arrestato loro padre, allora non c’è più che sperare. Che differenza c’è – ora mi chiedo – tra questi giovani plagiati dalla delinquenza dei padri (o dagli amici tifosi) e chi, in guerra, è addestrato ad uccidere e pronto a sacrificarsi? Differenze ce ne saranno, senza ombra di dubbio, ma una somiglianza di fondo c’è: l’odio ed il disprezzo per la vita, la propria e quella altrui.Ovviamente, nel frattempo, la cosa più importante è diventato il parlare e sparlare di come sindaco, prefettura e vescovo hanno affontato la cosa; di come siano ignoranti i catanesi, che si sono arrischiati a mangiare carne di cavallo, a comprare vestiti alla fiera etc.
“C’era il lutto cittadino! Come avete potuto festeggiare?! E’ colpa vostra, della vostra ignoranza, se Filippo Raciti è morto!”. Mentre le televisioni (che hanno invaso la città) gridano queste stupidaggini, spero che ci sia qualcuno che sta seriamente lavorando per prendere i veri colpevoli. Una cosa bisogna dirla, però: ci hanno preso in giro con la festa dai caratteri religiosi, quando Sant’Agata non è religiosa più da tanto tempo, bensì pagana nel senso squallido del termine. Erano due le alternative: 1) Sant’Agata non verrà nè festeggiata nè “adorata” in giro per la città; 2) Sant’Agata non c’entra niente con l’omicidio di Filippo Raciti, quindi i festeggiamenti si svolgeranno regolarmente. Ciò che si è ottenuto, invece, è stato un ibrido insignificante. Per finire, segnalo un articolo di Biuso che parla di ciò che è accaduto in termini che condivido pienamente.






UltraSicurezza
Quella che ha visto vincere la destra alle ultime elezioni, è stata una campagna elettorale basata – tra le tante altre cose (ad esempio l’incompetenza della sinistra) – sulla sicurezza.
vignetta di maurobiani.splinder.com
Slogan xenofobi del tipo “padroni a casa nostra!“, bombardamento dei media per ogni passo falso di un immigrato (possibilmente rumeno, rom, albanese o giù di lì), senso costante di precarietà, sono tutti elementi che hanno prodotto la paura negli italiani. Esattamente secondo la stessa modalità con cui la pubblicità produce bisogni: non hai bisogno di un oggetto finché non ne vedi la pubblicità, non hai paura fin quando qualcuno non ti convince che dovresti averne.
È forse troppo difficile, per il cittadino, comprendere che la sua costante richiesta di “sicurezza” (che si va pian piano sostituendo ad ormai vecchi termini quali “legalità” o “giustizia“) non verrà mai soddisfatta. Come ha ben capito il buon vecchio Zygmunt:
Dato che la società liquido-moderna di cui parla Bauman è proprio la nostra società, è impossibile, leggendo queste parole, non pensare anche a Bin Laden. Non all’uomo, certo, ma al fantoccio che “puntualissimo come la morte” (l’espressione è tratta da un articolo on-line di Biuso) si presenta ogni undici di settembre, alimentando la paura degli statunitensi.
Paure e desideri sono ciò di cui si nutre questa società. Non importa cosa desiderare o di cosa aver paura, non importa che l’oggetto venga conquistato o che il nemico sia ucciso. Bisogni e paure sono liquidati continuamente: ciò che conta è il continuo desiderare, non smettere mai di aver paura.
Torniamo, più concreti, all’Italia attuale: dopo la prima domenica di campionato, ci si dovrebbe pur rendere conto che l’allarme sicurezza è più endogeno che esogeno, l’allarme reale è dovuto più a causa interne che esterne. Altrimenti non si capisce perché la mia amica che abita a Catania, accanto allo stadio Massimino, ogni domenica si trova davanti a tre opportunità:
Certo, probabilmente la mia amica esagera; ma cosa le possiamo rimproverare se, dopo certi fatti di un certo 2 febbraio dell’anno scorso, lei prova un certo – e fondato – timore?
UltraScontri
Quindi, la conclusione è la seguente: l’italiano non sopporta che, tornando a casa la notte, ci sia una certa probabilità che sarà aggredito da un extracomunitario (probabilità che – precisiamo – non è certo superiore a quella di essere investiti da un pirata attraversando la strada), mentre s’accolla volentieri che ogni domenica sicuramente la propria città sarà invasa da pseudo-esseri-umani inferociti chiamati Ultras.
Se poi dietro i disordini di Roma si vuol vedere la criminalità organizzata (come se negli Ultras – di per sé – non vi fosse una forte organizzazione), dobbiamo stare tranquilli: lo si fa per amor di verità, non certo per continuare a nascondere lo scempio italiano della domenica calcistica.
Intendiamoci, non ce l’ho con gli Ultras! In fondo sono gente tranquilla, che urla “Palermitano ebreo!”, “un Messinese in croce!” o “Sant’Agata puttana!”, ma che magari la stessa mattina è andata a messa. E non mi si dica di “non fare di tutta l’erba un fascio”: è un’obiezione che non vale quando il fenomeno si crea proprio nel fascio (inteso in tutti i sensi possibili).