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Morale provvisoria per un futuro incerto

Dangerous Descartes

Finora non mi sono posto problemi di tempo: all’Università ci sono stato più del dovuto; ma è meglio spendere bene cinque anni e laurearsi fuori corso, piuttosto che sprecarne tre per prendere subito il pezzo di carta. Il tempo non è dunque in discussione, almeno non direttamente.

Il problema è lo spazio in cui trascorrere il tempo che verrà e gli studi futuri. Spazio e Tempo non vanno mescolati, mi ha insegnato Raciti, pena il non capir nulla: io, infatti, non ci sto capendo più niente.

È proprio qui che la filosofia giunge, da brava consolatrice, a darmi una mano sotto forma di Descartes. Il Discours de la mèthode risponde proprio a me, ai miei dubbi. La parte a cui mi riferisco è la seconda massima della morale provvisoria, contenuta nella terza parte del testo. Una regola, questa che riporto di seguito, da tener sempre presente:Dangerous Descartes

La mia seconda massima era di agire con quanta più ferma risolutezza mi fosse possibile, e di seguire con altrettanta costanza, una volta orientato in un certo senso, anche le opinioni più dubbie come se fossero state certissime. Mi attenevo in questo all’esempio dei viandanti che, smarriti in una foresta, non devono andare in giro errabondi, ora in una direzione e ora nell’altra, o, peggio che mai, fermarsi da qualche parte, ma devono andare sempre nello stesso senso, seguendo un cammino quanto più è possibile diritto, non scostandosene mai per futili motivi, anche se all’inizio solo il caso abbia determinato la scelta: perché così, se non arrivano proprio dove desiderano alla fine arriveranno pure in qualche luogo, dove verosimilmente si troveranno meglio che in mezzo a una foresta. Allo stesso modo, dato che le azioni in questa vita spesso non tollerano il minimo indugio, è una verità certissima che, quando non sta in noi scorgere le opinioni più vere, dobbiamo seguire le più probabili; e anzi, se non rileviamo maggiori probabilità nelle une che nelle altre, dobbiamo lo stesso sceglierne qualcuna, e considerarla poi, in quanto si riferisce alla pratica, non più dubbia, ma verissima e certissima, perché tale è la ragione che ci ha portato a sceglierla. Bastò questo a liberarmi da allora in poi di tutti i pentimenti e rimorsi che di solito agitano le coscienze di quegli animi deboli e vacillanti, che si lasciano trarre a praticare senza costanza come buone cose che poi giudicano cattive.

Forse, per me, non è ora il momento né questo il luogo in cui fermarsi.

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La Temporalità, l’Evento

Eraclito sitosophico

In questi quattro-anni-e-mezzo-invece-di-tre di università, Sitosophia è stata la cosa più bella, più soddisfacente, più stimolante che abbia fatto. È stata capace di farmi incontrare amici e docenti degni di questo nome, disturbatori telematici e geni incompresi. Mi ha permesso di organizzare due edizioni del Caffè Filosofico, di conoscere libri e autori, di condividere conoscenze tra il serio e il faceto.

Quando una cosa bella come questa si fa strada, arriva l’evento. Quell’evento in grande stile che, quando hai iniziato, non te l’aspettavi. Probabilmente, si spera, tra gli incontri più filosoficamente densi a cui tu abbia mai assistito.

Questa giornata di studio è stata organizzata interamente da Davide: è lui che, grazie ad una sua ottima recensione, ha contattato Sandro Nannini per chiedergli di partecipare. Sempre lui a gestire ogni comunicazione con gli altri quattro docenti, tra i migliori della nostra Università: Alberto Giovanni Biuso, Giovanni Camardi, Marco Mazzone, Giuseppe Raciti. Ancora lui a sobbarcarsi ogni noia burocratica (in questo ammetto di avergli dato qualche lezione).

La temporalità – come la spazialità – è oggetto privilegiato della teoresi, sia essa filosofica o scientifica. Quando si centra il nocciolo delle questioni, le differenze tra scienze umane e scienze dure o tra analitici e continentali si perdono. Non perché si dicono le stesse cose, piuttosto perché il punto di vista da cui si compie la propria analisi non ne esclude altri. Anzi, i punti di vista – le visioni del mondo – sono complementari.

E non si pretenda, in questa ricerca, di perseguire scopi. Il sapere fine a se stesso è più sexy. Non ci toccano neanche le delusioni.

Chissà che di questa giornata non ne riescano degli Atti, da pubblicare con Villaggio Maori

Danno notizia dell’evento Davide, Cateno, Livia su 095 e Rosario su È tempo di scrivere.

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Della serie Letteratura: finzioni

Jorge Luis Borges

Riemergo, perché troppa è la voglia di comunicare. Comunicare di Letteratura.
Questa è la prima di una serie di brevi riflessioni. Comincio con un autore straniero, unica eccezione, continuerò con italiani vecchi, molto vecchi.

E’ Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, meglio conosciuto solo come Jorge Luis Borges.

Jorge Luis BorgesAndiamo subito al nocciolo delle cose, al dato fondamentale della questione: Borges ha visto tutto. E’ nato nel 1899 ed è morto 87 anni dopo. Questo vuol dire nient’altro che aver vissuto tutto il secolo breve sulla propria pelle. Tanta longevità mi porta alla mente Ernst Jünger (un altro che non censurò nulla alla propria vista, due guerre mondiali comprese), contemporaneo di Borges. Tra i due non mi sembra vi sia alcun tipo di legame (è solo un’associazione mentale), anche perché, soprattutto, abitarono due mondi diversi: l’uno – Jünger – in Europa, l’altro in Argentina.

Quel “tutto” che ha visto e vissuto (o almeno, così mi piace immaginarlo) Borges lo tramuta in saggi e racconti. Io ho letto finora solamente le due raccolte più famose: Finzioni e L’Aleph. Borges, dicevo, tramuta il “tutto” nella scrittura, ma non certo nel senso di riuscire a descrivere tutto, piuttosto nel senso di descrivere l’infinito, o meglio ancora, descrivere il cogliere l’infinito. Come con l’Aleph:

Ogni cosa (il cristallo dello specchio, ad esempio) era infinite cose, perché io la vedevo distintamente da tutti i punti dell’universo. Vidi il popoloso mare, [...] vidi un’argentea ragnatela al centro d’una nera piramide, [...] vidi tutti gli specchi del pianeta e nessuno mi rifletté, [...] vidi la mia stanza da letto vuota, [...] vidi in un gabinetto di Alkmaar un globo terracqueo posto fra due specchi che lo moltiplicano senza fine [...]

“L’Aleph”, in L’Aleph.

Non è poi difficile come sembra. L’infinito non si coglie leggendo o viaggiando molto. L’infinito potrebbe anche stare in un solo libro, quell’unico ed ipotetico libro che basta leggere per conoscere tutti gli altri. Quel libro di cui mi parlava l’amico Cateno, che ringrazio infinitamente per avermi consigliato la lettura di Borges e per essere, quindi, complice del mio primo vero innamoramento per la Letteratura (a più di vent’anni è tardi, lo so, ma non lo è mai troppo). ;-)

[…] nei linguaggi umani non c’è proposizione che non implichi l’universo intero; dire la tigre è dire le tigri che la generarono, i cervi e le testuggini che divorò, il pascolo di cui si alimentarono i cervi, la terra che fu madre del pascolo, il cielo che dette luce alla terra.

“La scrittura del dio”, in L’Aleph.

Sogno causato dal volo di un'ape attorno a una melagrana, un attimo prima del risveglioBorges smaschera la natura umana come in pochi sono riusciti a fare. Natura, ma anche cultura: quest’ultima sembra diventare solo ed esclusivamente metafora. Tutta l’esistenza – l’idea di esistenza, l’esistenza platonica – non è altro che metafora, o finzione (La vida es sueño, direbbe uno Spagnolo). D’altronde, il nostro era ultraista. Le metafore (di cui scrissi tempo fa, però su Nietzsche) sono tutto ciò che l’uomo possiede, e tuttavia rappresentano la sua più grande ricchezza.

La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini.

“L’immortale”, in L’Aleph.

[…] gli specchi e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini.

Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in Finzioni

Borges scorge la necessità, solo come Spinoza, Schopenhauer o Nietzsche hanno saputo fare. Scoprire che le stesse mie passate riflessioni (quando di Borges avevo letto solo citazioni) sono state anche le sue, mi fece tremare. Riporto ciò che io scrissi più di un anno fa:

Dopo aver letto “Il concetto di tempo” di Heidegger ed aver riflettuto sulla frase di Borges “Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco”, ho pensato che se veramente l’uomo riuscisse a fare i conti col tempo, con se stesso, allora finalmente ogni morte sarebbe un suicidio, nel senso più positivo della parola: consapevolezza della propria finitudine, accettazione (non passiva ma voluta) della propria condizione.

da Cybersofia

Ed ora Borges:

[…] ogni negligenza è deliberata, ogni incontro casuale un appuntamento, ogni umilazione una penitenza, ogni successo una misteriosa vittoria, ogni morte un suicidio.

“Deutsches Requiem”, in L’Aleph

Infine, proprio lo splendido brano sul tempo che ho citato appena sopra. Lo riporto, quindi, in lingua originale:

El tiempo es la sustancia de que estoy hecho.
El tiempo es un rio que me arrebata, pero yo soy el rio;
es un tigre que me destroza, pero yo soy el tigre;
es un fuego que me consume, pero yo soy el fuego.

da Nueva refutacion del tiempo

Non vedo l’ora di cominciare un altro suo libro (piuttosto: Borges è anche un mistico della lettura), di perdermi nei labirinti, nei fiumi, tra le tigri, in biblioteche, nella steppa, alla ricerca di bussole, immaginando l’infinito.

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La festa dei morti

Forse qualcuno non sa che in Sicilia Halloween esiste da un pezzo.

E’ una festa meno consumistica, è più densa di significati ed evoca in ogni vero siciliano (cioè in chi ha avuto la fortuna di vivere le antiche tradizioni) più ricordi delle Madeleines di Proust. Inoltre, cosa importante, non porta il nome di Halloween (la cui traduzione in italiano porta dritti alla festa cristiana di Ognissanti), bensì di Festa dei morti.

Più che nelle grandi città siciliane, la festa (per nulla funerea), si coglie in pieno nei piccoli paesini:

Nella collina solitaria, irta di croci sull’occidente imporporato, dove non odesi mai canto di vendemmia, né belato d’armenti, c’è un’ora di festa, quando l’autunno muore sulle aiuole infiorate, e i funebri rintocchi che commemorano i defunti dileguano verso il sole che tramonta. Allora la folla si riversa chiassosa nei viali ombreggiati di cipressi, e gli amanti si cercano dietro le tombe.

[...]le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti.

[...]Così le lagrime si asciugarono dietro il loro funebre convoglio; e le mani convulse che composero nella bara le loro spoglie, si stesero ad altre carezze; e le bocche che pareva non dovessero accostarsi ad altri baci, insegnano ora sorridendo a balbettare i loro nomi ai bimbi inginocchiati ai piedi dello stesso letto, colle piccole mani in croce, perché i buoni morti lascino dei buoni regali ai loro piccoli parenti che non conobbero.

citazioni tratte da “La festa dei morti“, in “Vagabondaggio” di Giovanni Verga

Come sempre, il fascino delle feste pagane (perché tale è lu jornu di li morti) supera di gran lunga quello delle feste religiose o quello (che io non riesco a trovare) delle feste puramente consumistiche.

I bambini oggi hanno corso come forsennati per i cunicoli dei cimiteri. Sicuramente si saranno persi ed avranno pianto, succede sempre.

Ci sarà stata una gran caciara nella piazza del paese, di certo un mercatino.

Probabilmente Nonna si sarà trovata in quella incredibile situazione in cui, essendo allo stesso tempo di fronte alla tomba del suo compagno di vita ed all’ultimo suo nipotino che la guarda, piange ricordando il primo e sorride felice accarezzando il secondo.

Si nun vennu li morti, nun camminanu li vivi

Alla faccia dell’Uomo Nero, della Morte con la falce e dei Fantasmi che terrorizzano. Alla faccia del Paradiso e dell’Inferno, ogni 2 novembre la vita si impone con forza con tutte le sue contraddizioni, con tutta la sua sicilianità.

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