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Ultime cose

Me

I mesi passano, in questa nuova Bologna.

La politica mi sfiora appena, il decreto interpretativo mi infastidisce come una zanzara testarda in una notte d’agosto.

Ho dato un esame, a breve un altro. Il libro che Matteucci ha messo nel programma di Estetica contemporanea lo consiglio a tutti: trattasi di Arthur C. Danto, La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte.

Ho letto finora solo cose degne di esser lette, e spero di continuare così. Ho iniziato i Racconti di Dürrenmatt. Il primo è di undici righe. Ho dovuto chiudere il libro e rinviare la lettura del racconto successivo all’indomani. Ecco le undici (qui di meno) intensissime righe:

Natale

Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane stantio. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii.

A fine mese inizierò un corso di tedesco. Ne avevo iniziato uno a febbraio, ma l’ho interrotto. Durante la prima lezione il Prof. mi chiede quali parole conosco. Io ne tiro fuori una decina a caso, tra cui “corpo”, che in tedesco si può dire in due modi: Körper e Leib. Sulla differenza tra le due c’ho scritto buona parte della mia tesi di laurea. Il Prof. mi ascolta incredulo, perché Leib non sa neanche come si scrive. Lo stesso è accaduto con Hinausfragen, usato da Heidegger in Che cos’è la metafisica. Hinausfragen contiene il fragen, cioè il “domandare”, ma in un senso tutto heideggeriano che non sto qui a spiegarvi. Mi sono trovato, quindi, da scarsissimo conoscitore della lingua tedesca, a fare esempi che hanno messo in difficoltà un tedesco. E di conseguenza me. Inizio a chiedermi seriamente, dopo anni di filosofia, quale lingua io parli quando voglio parlare seriamente.

Vado anche due volte la settimana a teatro. Il teatro – in particolare Emma Dante – m’ha regalato un’emozione quando ho visto Le Pulle. Forse, più che lo spettacolo in sé (comunque straordinario), è stato l’averlo visto dopo tanti e tanti altri. Durante la visione di Le Pulle ho raggiunto una sorta di nirvana dello spettatore. Tutto grazie a lei.

A Ferrara, sperando vanamente nella presenza di un noto biofilosofo, ho visitato la mostra Da Braque a Kandinsky a Chagall. Che meraviglia! E che invidia. Ti vien quasi il desiderio di vivere d’arte, d’amore e nulla più. Poi però ti svegli, stai tranquillo.

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Ciò che Molly non doveva sapere

Molly Sweeney allo specchio

Il titolo qui sopra fa il verso al noto esperimento mentale di Frank Jackson descritto in Ciò che Mary non sapeva. Quel che leggerete di seguito, invece, si riferisce ad una rappresentazione teatrale a cui ho assistito ieri: Molly Sweeney. Gli ingredienti, quindi, sono: neuroscienze, filosofia e teatro.

Molly Sweeney allo specchioIl testo, ispirato a un fatto realmente accaduto e raccontato dal neurologo Oliver Sacks nel saggio Vedere e non vedere, apre uno squarcio profondo sui problemi etici e filosofici che la cura dei pazienti può avere sugli stessi. Brian Friel rielabora la vicenda di un singolare caso clinico mantenendo intatto il rigore scientifico e introducendo degli elementi che trasfigurano il caso.
Molly è una donna di quarant’anni, cieca ma completamente autonoma, che lavora come fisioterapista in un centro benessere. Il tatto è la strada per entrare in contatto col mondo e per riconoscerlo, e supplisce perfettamente all’assenza della vista. La donna, convinta a sottoporsi ad un’operazione chirurgica, riacquista in parte la vista, ma il tanto atteso esito positivo provoca invece in lei un grande un trauma. Molly si trova infatti a dover ri-conoscere il mondo, a doversi reinventare il suo orientamento, a re-imparare a vedere. Tutto ciò sfocerà in un tragico fallimento, probabilmente già intuito dalla paziente prima dell’intervento.
Si riapre dunque l’antico interrogativo che William Molyneux sottopose all’amico John Locke: “Immaginiamo un uomo nato cieco e ormai adulto, a cui sia stato insegnato a distinguere un cubo da una sfera mediante il tatto e al quale venga ora data la vista; sarebbe egli in grado, prima di toccarli di distinguerli e dire quale sia la sfera e quale il cubo, servendosi solo della vista?”.
Un cast d’eccezione compone il trittico dei personaggi: Umberto Orsini, Valentina Sperlì e Leonardo Capuano

Due sono le caratteristiche peculiari di questa rappresentazione teatrale:

  1. Per la prima mezz’ora circa, gli spettatori sono spinti ad indossare una mascherina sugli occhi per non vedere. Non vedere come non vede Molly Sweeney, in modo da tentare di immedesimarsi in lei; o almeno questa era l’intenzione del regista.
  2. Non vi sono dialoghi. I tre personaggi sono sempre sulla scena contemporaneamente e spesso interagiscono nelle loro azioni e movimenti: si toccano, muovono oggetti, addirittura ballano. Tranne rarissimi casi, però, non si scambiano una parola. La vicenda di Molly Sweeney viene raccontata dai tre punti di vista (di Molly stessa, del marito e del dottore) in modo indipendente. Ne conseguono lunghi monologhi (ma non soliloqui!), recitati molto bene.

Sul primo punto, però, condivido le stesse perplessità espresse da Danilo Ruocco:

il teatro è visione fin nell’origine della sua parola. Infatti la parola theatron, da cui la parola teatro deriva, significa “luogo dal quale si vede” e indicava l’emiciclo nel quale il pubblico si sistemava per guardare lo spettacolo. Impedire la visione a teatro, quindi, significa, in qualche modo, snaturarne profondamente la natura. Se l’intento, poi, era quello di fare immedesimare gli spettatori nella difficoltà cognitiva di una persona non vedente, va detto che lasciare comodamente seduti in platea gli spettatori e non sollecitarli in alcun modo non pare una via particolarmente stimolante.

Inoltre, tornando al titolo che ho dato a queste poche righe, mi è dispiaciuto molto notare un grave errore (almeno secondo la mia analisi) nel testo o nella rappresentazione teatrale.

Salvador Dalì - L'occhioPremessa: Molly è cieca dall’età di 10 mesi; il medico stesso afferma che Molly non ha più alcun ricordo del mondo visibile; in pratica, è come se Molly fosse nata cieca. D’altra parte, però, possiede veri e propri engrammi tattili e olfattivi degli oggetti con cui viene in contatto: riesce a riconoscere un fiore tra tanti, con assoluta precisione, solo a partire dall’odore e dalla consistenza delle sue parti (petalo, stelo, gambo etc.).

Quando, subito dopo l’operazione agli occhi, il marito visita Molley in ospedale, accade la scena scientificamente errata: il marito le porta un mazzo di fiori e, per provare la sua vista ritrovata, le chiede di che colore siano i fiori e la carta che li contiene. Molly risponde senza esitare: blu i primi, gialla la seconda. Il marito a quel punto le chiede di quale tipo di fiore si tratti, ma Molly non sa rispondere e deve chiudere gli occhi, portare il mazzo sotto il naso e toccare i fiori per poterli, infine, riconoscere come fiordalisi.

L’errore sta nella risposta alla prima domanda, alla quale, Molly non avrebbe assolutamente potuto rispondere. Giusta, invece, la non-risposta alla seconda domanda. Se la forma visibile del fiore non dice a Molly nulla riguardo all’identità del fiore (poiché è la prima volta che vede quella forma), lo stesso deve valere per i colori (perché è la prima volta che vede quei colori).

Pollock - La chiaveProvate a descrivere un colore: il rosso, ad esempio. Potete descriverlo in modo da rendere l’idea del rosso in quanto colore diverso dal giallo, dal marrone etc.? Certamente no. Noi utilizziamo i colori per descrivere oggetti (“quell’auto è rossa”), ma non possiamo descrivere i colori stessi. Ciò perché quella della visione dei colori è una delle esperienze qualitative della mente: i qualia. Come per Mary (la protagonista dell’esperimento mentale di Jackson), anche per Molly la visione dei colori doveva rappresentare una nuova acquisizione di conoscenza.

A molti, forse, questa che ho scritto sarà sembrata un’osservazione pignola. Penso invece che in una rappresentazione teatrale che mette in scena un caso clinico del genere, basato su una storia reale, la questione dei colori sia particolarmente emblematica e, tra l’altro, maggiormente intuitiva per il pubblico.

Per concludere, una nota positiva: magnifica la scena finale! La trovata scenica è di grande effetto: Molly è legata ad una lastra luminosissima che fluttua sospesa a mezz’aria. La sua follia è rappresentata come la necessaria conseguenza di un cambiamento psicofisico troppo radicale, della rottura di un solido equilibrio costruito nel tempo di una vita.

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Vita di un commesso viaggiatore

commesso_viaggiatore

Sicuramente uno dei migliori spettacoli teatrali a cui abbia mai assistito: Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.

Il commesso viaggiatore

Un’analisi psicologica dei personaggi incredibile e terribile, che mostra interamente la complessità della mente umana e la meschinità della società in cui viviamo. Il commesso viaggiatore, interpretato da un fantastico Eros Pagni, è vittima della propria vita e, in particolare, dei propri ricordi. Ma è anche vittima della società in cui vive, società in cui l’individuo non conta nulla e, sebbene consapevole di questa sua condizione, cerca in tutti i modi di giungere al “successo”, ad una chimerica “soddisfazione” personale e professionale. E la difficoltà dei rapporti tra gli uomini è vissuta anche e soprattutto nell’intimità del focolare domestico: il rapporto tra il padre e i figli, tra il marito e la moglie, spesso è il più complicato.

Una splendida regia! L’atmosfera da “giallo”, da “thriller”, si adattava perfettamente all’opera. Ma è soprattutto nel sondare la memoria del protagonista, che lo spettacolo raggiunge i suoi punti più alti: giochi di ombre e di scenografie oscure, di suoni e luci cupe, imitavano (nel senso aristotelico di “mimesis”) perfettamente la realtà e la malattia del personaggio.

La morte del commesso viaggiatore è rappresentata come l’unica razionale via d’uscita dalla sua condizione totalmente irrazionale e folle. Tuttavia, è la sua vita ciò che dev’essere tenuto a mente, è la sua esistenza difficile. Ecco, quest’opera è riuscita a rappresentare magistralmente un fatto vero ed ineludibile: vivere è difficile.

La famiglia Il commesso e la moglie Il commesso e l'amico Il commesso viaggiatore

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Arlecchino servitore di due padroni

arlecchino

Dopo La bisbetica domata, l’Arlecchino di Goldoni. Anzi, Arlecchino servitore di due padroni di Strehler!

Non sono esperto di teatro, non l’ho mai studiato, non ne sono un assiduo frequentatore, nè tantomeno sono un critico. Penso però di poter dire con certezza che quest’Arlecchino è stra-or-di-na-rio!

Gli attori giocano con le maschere come se tali non fossero, ma la loro stessa faccia e personalità. Ballano, si prendono in giro, fanno giocoleria ad alti livelli, cantano benissimo. Un Ferruccio Soleri straordinario nel ruolo di Arlecchino, ed anche nella sua messa in scena dell’opera.
A ricordarci che la maschera non è reale, una trovata niente male: teatro nel teatro, rappresentazione di una rappresentazione. In pratica, Strehler ha messo in scena la “prova generale” di uno spettacolo, con tanto di suggeritore e “dietro le quinte” ben visibili e con un loro ruolo preciso.

Scena da Arlecchino servitore di due padroni Scena da Arlecchino servitore di due padroni Scena da Arlecchino servitore di due padroni Scena da Arlecchino servitore di due padroni

Ho provato uno straniamento, un senso di felicità e spensieratezza che probabilmente non avevo da quando ero bambino; penso che sia la magia del teatro!

Quest’Arlecchino ha una storia lunga e affascinante, sul sito del Piccolo Teatro di Milano si trovano fotografie, video e documenti vari che riguardano lo spettacolo, che gira ormai da più di 50 anni.

P.s.: grazie al Prof. Biuso per avermi raccomandato quest’opera fantastica!

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