
In questi quattro-anni-e-mezzo-invece-di-tre di università, Sitosophia è stata la cosa più bella, più soddisfacente, più stimolante che abbia fatto. È stata capace di farmi incontrare amici e docenti degni di questo nome, disturbatori telematici e geni incompresi. Mi ha permesso di organizzare due edizioni del Caffè Filosofico, di conoscere libri e autori, di condividere conoscenze tra il serio e il faceto.
Quando una cosa bella come questa si fa strada, arriva l’evento. Quell’evento in grande stile che, quando hai iniziato, non te l’aspettavi. Probabilmente, si spera, tra gli incontri più filosoficamente densi a cui tu abbia mai assistito.
Questa giornata di studio è stata organizzata interamente da Davide: è lui che, grazie ad una sua ottima recensione, ha contattato Sandro Nannini per chiedergli di partecipare. Sempre lui a gestire ogni comunicazione con gli altri quattro docenti, tra i migliori della nostra Università: Alberto Giovanni Biuso, Giovanni Camardi, Marco Mazzone, Giuseppe Raciti. Ancora lui a sobbarcarsi ogni noia burocratica (in questo ammetto di avergli dato qualche lezione).
La temporalità – come la spazialità – è oggetto privilegiato della teoresi, sia essa filosofica o scientifica. Quando si centra il nocciolo delle questioni, le differenze tra scienze umane e scienze dure o tra analitici e continentali si perdono. Non perché si dicono le stesse cose, piuttosto perché il punto di vista da cui si compie la propria analisi non ne esclude altri. Anzi, i punti di vista – le visioni del mondo – sono complementari.
E non si pretenda, in questa ricerca, di perseguire scopi. Il sapere fine a se stesso è più sexy. Non ci toccano neanche le delusioni.
Chissà che di questa giornata non ne riescano degli Atti, da pubblicare con Villaggio Maori…
Danno notizia dell’evento Davide, Cateno, Livia su 095 e Rosario su È tempo di scrivere.









Ritardatarietà e Università
Una premessa è necessaria: sono naturalmente d’accordo con ogni manifestazione pacifica contro la cosiddetta “riforma Gelmini”. Venerdì, qui a Catania, saremo tutti all’assemblea cittadina convocata dalla Facoltà di Lingue. Io ci sarò, certo. Qui, però, mi permetto di criticare un atteggiamento insopportabile e molto italiano: la ritardatarietà1.
L’attività preferita da chi fa opposizione – in Parlamento come nelle piazze, a casa propria come al bar – è quella di farsi sentire solo ed esclusivamente dopo che il danno è stato fatto. È quasi una sorta di comandamento rispettato da tutti: politici e sindacalisti, dipendenti e dirigenti, stampa e tutti gli organi di informazione più seguiti. Con l’unico risultato che ci si riduce sempre a tappare i buchi quando la barca è già allagata.
Potrei andare avanti con una serie infinita di casi in cui tale regola è stata seguita – le morti bianche, ad esempio – ma mi limiterò all’ultimo: il problema Università.
Informazione
Questo oggi, che la riforma è già legge 133 e aspetta solo di essere approvata al Senato. E quando ancora la legge era decreto? Nulla, silenzio più assoluto. Personalmente, a giugno, l’unico modo per venire a conoscenza dei tagli e della possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni, è stato leggermi integralmente il decreto legge 112. Dai media, ripeto, nulla.
Politica, sindacati, associazioni
L’opposizione politica? Ha taciuto ed acconsentito, come fa su tutto ciò che non riguarda direttamente i suoi membri. Si danno più da fare per scegliere il presidente della commisione vigilanza Rai che per lo sfacelo della pubblica istruzione.
L’Andu e la Crui? Dopo un’iniziale denuncia a luglio (ma non si sono certo sbracate), della prima non ho più avuto aggiornamenti, la seconda si sta muovendo solo ora.
Studenti e dissidenti
Lo stesso discorso vale per i gruppi politici studenteschi: dov’erano, in giugno? Ah si, dimenticavo, erano sotto il sole delle spiagge italiane a piangere la sconfitta elettorale.
foto di Marco|uneM
Dov’erano gli studenti di tutte le università italiane, da Milano a Palermo, quando i ministri e ministre decidevano il loro futuro? Perché occupare, manifestare e incazzarsi solo ora, che i giochi sono quasi fatti?
I veri rivoluzionari, dunque, sono coloro che vogliono andare contro le regole del gioco. Quei pochi che, animati da un oggi carente buon senso, cominciano a protestare ed informarsi prima che le cose siano irreversibili.
Questi studenti hanno sprecato ore della loro preziosa estate per pubblicizzare petizioni e informare la gente. Le risposte ai loro appelli sono state le più disparate, ma con un unico comun denominatore: totale disinteresse.
La maggior parte di coloro che in questi giorni giocano a fare i sessantottini, nei mesi scorsi – quando la legge ancora non era legge – non sapevano nemmeno chi fosse la Gelmini, quali e quanti fossero i tagli, cosa significasse “privatizzazione dell’università”.
Forse a molti sembrerà rientrare tutto nella norma. A me no, per niente: mi sento sfasato. Il mio tempo non coincide con – come chiamarlo? – il tempo sociale. Io cerco di essere puntuale, tutti gli altri ritardano: con la logica conseguenza di trovarmi solo, insieme a pochi altri, ad ogni appuntamento.
Note