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Voli improbabili

Ambiguità dell'aereoporto di Catania

Siamo in file per il check in, io e la mia compagna d’avventure, per l’aereo diretto a Parigi il 29 dicembre dell’anno appena trascorso. L’atmosfera è chiara sin dall’inizio.

Ambiguità dell'aereoporto di Catania

Saliamo sull’aereo, prendiamo posto, e i nostri timori diventano certezze: dietro di noi si siedono due classiche coppie siciliane, una “giovane” e una più anzianotta. I quattro iniziano a far conoscenza e, fatte le presentazioni, iniziano a discutere a voce molto ma molto alta sui seguenti argomenti:

  • reflusso gastroesofageo
  • allergie e cortisoni
  • allergie a “peli  e forfora di cani e gatti”
  • l’amministrazione e gli amministratori degli ospedali di Catania
  • crisi allergiche durante la gravidanza

Questi e molti altri sono stati i temi dell’animata discussione durata tutte le quasi tre ore di viaggio, accompagnate dalla costante tosse catarrosa di una del quartetto. Il compagno di quest’ultima ha la battuta facile e, ad ogni turbolenza per il forte vento, esclama: minchia, chista era ‘na mala scaffa! Ossia: minchia, questa era un brutta buca. Più di venti volte l’ha ripetuta. Il tutto, a voce sempre molto alta. Solo chi ha ben presente la tipica parlata dello zaùrdo (cafone) siculo può capire l’enorme fastidio provato.

Per fortuna, i passeggeri davanti a noi sono tre sordomuti. Fortuna per loro.

Nel frattempo, la mia compagna d’avvenuture legge Cent’anni di solitudine e io mi chiedo come diamine ci riesca. A bordo vendono vari oggetti, tra cui pen-drive, libri di barzellette e un simulatore digitale di salto con la corda senza fili né corda!

Sul volo di ritorno, dovete sapere, eravamo quasi gli stessi dell’andata. Secondo voi, quante possibilità ci sono che le stesse quattro persone stiano sedute sui sedili dietro di noi sia all’andata che al ritorno? Poche, certo, ma le mie orecchie e i miei nervi vi assicurano che sono bastate.

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Mirabella’s treasures

Mirabella

Queste fotografie sono la prova di un ritrovamento avvenuto domenica scorsa, nella vecchia casa in campagna della famiglia di mia madre, a Mirabella Imbaccari. Sono di quei piccoli tesori, dal grande valore affettivo, che hai avuto sott’occhio tutta la vita. Un giorno, poi, decidi di scoprirli: anche perché temi che qualche cacciatore di passaggio ne faccia un falò.

I testi che ho fotografato sono solo una piccolissima selezione qualitativa (de gustibus miei, ovviamente) del grande numero di libri, carte, giornali e, soprattutto, materiale politico e forense presente: mio nonno, infatti, era uomo di partito (quale? Inizia per d e finisce per c) e avvocato.

I miei preferiti sono: I Promessi sposi, edizione del 1888, Primo grado: la guida anni Cinquanta all’esame per la patente e, soprattutto, Almanacco per il popolo siciliano del 1926, del quale ho inserito molti scatti delle pagine interne.

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Morti rosse

To’, le fonti di (dis)informazione si sono accorte che ogni giorno, in Italia, muore qualcuno sul proprio posto di lavoro. In pochi sembrano accorgersi dell’incredibile pseudo-sillogismo che se ne può ricavare:

  1. L’Italia è (una Repubblica democratica) fondata sul lavoro.
  2. Il lavoro è causa di morte praticamente ogni giorno.
  3. L’Italia è (una Repubblica democratica) fondata sulla morte sul lavoro.

Il lavoro è un valore da trasmettere. Da trasmettere da padre in figlio. Se poi il padre muore lavorando, quel valore diviene una sorta di tragico destino. Com’è successo a Genova. Come accadde in Sicilia, nella seconda metà dell’800:

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.
Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.
Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non più; e in coscienza erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vederselo davanti, e che tutti schivavano come un can rognoso, e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro.
[...] Nondimeno era conosciuto come la bettonica per tutto Monserrato e la Caverna, tanto che la cava dove lavorava la chiamavano «la cava di Malpelo», e cotesto al padrone gli seccava assai. Insomma lo tenevano addirittura per carità e perché mastro Misciu, suo padre, era morto in quella stessa cava.
Era morto così, che un sabato aveva voluto terminare certo lavoro preso a cottimo, di un pilastro lasciato altra volta per sostegno dell’ingrottato, e dacché non serviva più, s’era calcolato, così ad occhio col padrone, per 35 o 40 carra di rena. Invece mastro Misciu sterrava da tre giorni, e ne avanzava ancora per la mezza giornata del lunedì. Era stato un magro affare e solo un minchione come mastro Misciu aveva potuto lasciarsi gabbare a questo modo dal padrone; perciò appunto lo chiamavano mastro Misciu Bestia, ed era l’asino da basto di tutta la cava. Ei, povero diavolaccio, lasciava dire, e si contentava di buscarsi il pane colle sue braccia, invece di menarle addosso ai compagni, e attaccar brighe. Malpelo faceva un visaccio, come se quelle soperchierie cascassero sulle sue spalle, e così piccolo com’era aveva di quelle occhiate che facevano dire agli altri: – Va là, che tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre -.
Invece nemmen suo padre ci morì, nel suo letto, tuttoché fosse una buona bestia. Zio Mommu lo sciancato, aveva detto che quel pilastro lì ei non l’avrebbe tolto per venti onze, tanto era pericoloso; ma d’altra parte tutto è pericolo nelle cave, e se si sta a badare a tutte le sciocchezze che si dicono, è meglio andare a fare l’avvocato.
Dunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il suo pilastro che l’avemaria era suonata da un pezzo, e tutti i suoi compagni avevano accesa la pipa e se n’erano andati dicendogli di divertirsi a grattar la rena per amor del padrone, o raccomandandogli di non fare la morte del sorcio. Ei, che c’era avvezzo alle beffe, non dava retta, e rispondeva soltanto cogli «ah! ah!» dei suoi bei colpi di zappa in pieno, e intanto borbottava:
- Questo è per il pane! Questo pel vino! Questo per la gonnella di Nunziata! – e così andava facendo il conto del come avrebbe speso i denari del suo appalto, il cottimante!
Fuori della cava il cielo formicolava di stelle, e laggiù la lanterna fumava e girava al pari di un arcolaio. Il grosso pilastro rosso, sventrato a colpi di zappa, contorcevasi e si piegava in arco, come se avesse il mal di pancia, e dicesse ohi! anch’esso. Malpelo andava sgomberando il terreno, e metteva al sicuro il piccone, il sacco vuoto ed il fiasco del vino.
Il padre, che gli voleva bene, poveretto, andava dicendogli: – Tirati in là! – oppure: – Sta attento! Bada se cascano dall’alto dei sassolini o della rena grossa, e scappa! – Tutt’a un tratto, punf! Malpelo, che si era voltato a riporre i ferri nel corbello, udì un tonfo sordo, come fa la rena traditora allorché fa pancia e si sventra tutta in una volta, ed il lume si spense.
L’ingegnere che dirigeva i lavori della cava, si trovava a teatro quella sera, e non avrebbe cambiato la sua poltrona con un trono, quando vennero a cercarlo per il babbo di Malpelo che aveva fatto la morte del sorcio. Tutte le femminucce di Monserrato, strillavano e si picchiavano il petto per annunziare la gran disgrazia ch’era toccata a comare Santa, la sola, poveretta, che non dicesse nulla, e sbatteva i denti invece, quasi avesse la terzana. L’ingegnere, quando gli ebbero detto il come e il quando, che la disgrazia era accaduta da circa tre ore, e Misciu Bestia doveva già essere bell’e arrivato in Paradiso, andò proprio per scarico di coscienza, con scale e corde, a fare il buco nella rena. Altro che quaranta carra! Lo sciancato disse che a sgomberare il sotterraneo ci voleva almeno una settimana. Della rena ne era caduta una montagna, tutta fina e ben bruciata dalla lava, che si sarebbe impastata colle mani, e dovea prendere il doppio di calce. Ce n’era da riempire delle carra per delle settimane. Il bell’affare di mastro Bestia!

da Rosso Malpelo, di Giovanni Verga

Le morti bianche sono solo un bell’ossimoro anestetizzante.
Restituiamo alle morti degli operai il colore che si meritano: il rosso. Il crudele rosso della rena, il tremendo rosso del sangue.

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Totò dimettiti!

Totò dimettiti!

Oggi Paolo Borsellino avrebbe compiuto gli anni. Nella sua terra, oggi, governa fiero un condannato.

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Ma dimmi: tu non ne conosci gente disonesta che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove?

Paolo Borsellino, lezione sulla mafia 1989 (via Bispensiero)

Dopo il post veloce ed istintivo scritto ieri sulla condanna di Totò Cuffaro, ne scrivo un altro ancora più istintivo. Ché non c’è niente su cui riflettere, stavolta è tutto davanti i nostri occhi, e solo gli allocchi non si accorgeranno dello schifo di questa situazione insostenibile.

Totò “vasa vasa” resta al suo posto, dice. E lo farà, statene certi. Da parte del mondo politico ottiene la solidarietà di molti, in primis di Lorenzo Cesa e Silvio Berlusconi. Quest’ultimo, in particolare, non ci pensa due volte ad attaccare per l’ennesima volta la magistratura, annunciando la solita riforma-golpe.

Parlo di Cuffaro, ma ovviamente basterebbe cambiare questo cognome con “Mastella” per ottenere il medesimo risultato.

So che i blogger (e, in generale, chi possiede un sito) in questi casi sanno farsi sentire, nel loro “piccolo”, sfruttando quel poco di spazio che si sono conquistati-accaparrati nella rete. Dunque:

  • Se ritieni che non bisogna aver ucciso qualcuno per dimettersi da un incarico pubblico.
  • Se sai dare il giusto peso alle colpe, se sai distinguere ciò che è lecito da ciò che è illecito e non ti fai abbindolare da un uso criminoso del linguaggio: se, quindi, il “favoreggiamento semplice” di Cuffaro ti indigna e credi che non possa assolutamente “restare al suo posto” come governatore della Sicilia.
  • Se aborri la casta-famiglia che tutta (nel caso di Mastella) o in parte (nel caso di Cuffaro) si stringe accanto al parente-politico condannato o accusato dalla magistratura.
  • Se, nello scontro tra politica e magistratura, sei dalla parte di quest’ultima, dalla parte della giustizia.
  • Se la mafia DAVVERO ti fa schifo e non lo dici solo per motivi demagogici o per discolparti da collusioni mafiose che hai diligentemente nascosto e rese innoque.
  • Se ammiri il lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e non avresti mai potuto aggredirli al fine di proteggere ed osannare la Democrazia cristiana.

Allora ti propongo di esporre sul tuo blog-sito-spazio web un’istanza più che lecita:

Totò dimettiti!

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Catania a rischio Bronx

scapagnini_berlusconi

Quando Catania ha vissuto il suo momento migliore io avevo tredici-quattordici anni. Non l’ho quindi potuta vivere al meglio, ma già uscivo il pomeriggio e la sera per le vie del centro. Pur essendo magrolino e soprattutto babbu (cioè sciocco, in siciliano), non avevo alcun timore a percorrere a piedi e da solo (mezzanotte passata) tutta la via Etnea, per raggiungere casa della Nonna, dove poi andavo a dormire.

Fossi adolescente oggi, non credo che sarei più altrettanto sicuro. Catania sta peggiorando, e molto: la legalità è pressoché inesistente, le forze dell’ordine anche.

Inutile ragionarci sopra per trovare il colpevole: è davanti gli occhi di tutti. Siede al Palazzo degli Elefanti, di professione fa il sindaco ed è il medico personale del Nano.

Scapagnini e Berlusconi

La giunta Scapagnini (già al secondo mandato) ha fatto tante cose, tutte (o quasi) disastrose. Per citare solo alcune:

  • Ha portato Catania sull’orlo del dissesto finanziario con conseguente svendita di immobili.
  • Ha smontato e rimontato le strade senza risolvere nessun problema di viabilità o di pericolo per le pioggie
  • Ha gettato nel dimenticatoio quartieri come San Giovanni Galermo (io ci vivo a San Giovanni, da piccolo ci giravo in bicicletta, ora neanche a piedi) e zone come il Villaggio Santa Maria Goretti

I risultati di questo lavoro vengono subito a galla: è aumentata la criminalità minorile e non. I Catanesi devono spaventarsi a passeggiare per la città, il pericolo dei fermi (cioè le estorsioni) è risorto nelle zone più buie, ma anche di fronte alle Università e alla Villa Bellini in pieno giorno.

E’ necessario che i cittadini onesti si riprendano la città, pena il rischio di far diventare Catania il Bronx della Sicilia.

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