A me la lingua inglese non piace. Non ha la musicalità del francese, non ha la perfezione del tedesco, non ha la poesia dell’italiano, non ha il colore dello spagnolo.
In compenso, dicono, è una lingua molto semplice. Anche se, dico io, quando leggo una pagina in francese riesco a capirne il senso generale senza averne mai studiato la lingua; quando invece leggo una pagina in inglese, se non fosse perché la lingua mi è stata inculcata sin dalle elementari, non ci capirei nulla.
Tuttavia ho pensato una cosa interessante (interessante?): l’inglese, che è la lingua più parlata al mondo insieme al cinese, sembra avere più consapevolezza della corporeità umana. Sono esagerato?
Ed allora come ce lo spieghiamo che la parola “qualcuno” può essere tradotta indistintamente con “someone” (che, letteralmente, significa “qualcuno”) e “somebody” (che, sempre letteralmente, significa “qualche-corpo”)? Lo stesso vale per “nessuno”, che può essere tradotto con “no one” e “nobody”; per “ognuno” o “tutti”, che si può dire sia “everyone” sia “everybody”, etc.
Come mai? Non ne ho la minima idea :-). Se qualcuno, magari qualche esperto di Linguistica inglese che si trova a passare da qui, ha una spiegazione di questo strano fenomeno, la comunichi con un commento!
Se ogni essere umano deve essere più consapevole della propria corporeità, consapevole dei propri limiti ma anche della propria bellezza e forza; se “non c’è politica che dei corpi, sui corpi, attraverso i corpi” (Roberto Esposito, Bios. Biopolitica e filosofia); se l’uomo è “in tutto e per tutto corpo, e niente al di fuori di esso” (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra); allora possiamo anche concludere che someone is always somebody.
Sembra solo un gioco di parole? Ma le parole sono tutto
Alla prossima!











Finto altruismo e risonanze magnetiche poco funzionali
Sul web, ma anche in tv, una notizia ha molto successo: si tratta del piacere di pagare le tasse.
Il macchinario utilizzato per questa “soprendente” scoperta è la risonanza magnetica funzionale, un dispositivo che, insieme ad altri, viene fin troppo osannato. Praticamente ogni minimo nesso tra una configurazione neuronale ed il comportamento umano fa notizia! E’ bello come scoprire l’acqua calda. Mi spiego meglio.
La ricerca dell’Università dell’Oregon, condotta da uno psicologo cognitivista e due economisti (che tremendo triumvirato!), ha scoperto che, quando spendiamo il nostro denaro in beneficenza o in pagamenti volontari (un esempio italiano potrebbe essere il 5 per mille), si attivano delle aree del nostro cervello che, solitamente, entrano in funzione con il soddisfacimento di bisogni primari (cibo, contatto sociale, etc.) ed il piacere che da essi deriva.
Questa analisi è di un banalità tale da lasciare senza parole. E pensare che su ricerche del genere le Università americane spendono soldoni e borse di studio!
Ma non finisce qui. Difatti, se fosse servita a trarre le giuste conclusioni, non avrei avuto nulla (o quasi) da ridire sulla ricerca made in U.S.A.
A smentire l’intelligenza degli studiosi americani e a confermare l’asservimento dell’uomo alla morale, arriva un’affermazione ingenua (troppo ingenua) da parte dello psicologo Ulrich Mayr:
Cosa c’è di sorprendente nello scoprire che la “beneficenza” soddisfa un bisogno primario? Essa soddisfa il bisogno di placare il nostro senso di colpa di fronte alle vite meno fortunate della nostra. E non è un’esigenza altruistica, bensì del tutto egoistica, come il mangiare ed il bere. Come disse Biuso a Natale:
La potenza del nostro corpo-mente è il necessario motore delle nostre azioni. La beneficenza, l’altruismo e l’amore stesso sono delle splendide conseguenze, non cause.