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Ogni 10 anni circa

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Ogni 10 anni circa c’è qualche evento storico a cui assistere; così tutti, senza eccezione, potremo dire a figli e nipoti “io c’ero”. Mi sono perso il crollo della cortina di ferro e del muro (avevo 4 anni), ma mi è toccato esserci a quello delle torri gemelle.

Due lustri sono passati, anche in fretta, e mi trovo di fronte al matrimonio di Will e Kate, alla beatificazione dell’ex Papa e all’omicidio del mandante di quella strage del 2001. L’ordine d’importanza trovatelo voi.

Dunque, Bin Laden è morto; e la morte è banale, si sa; e lo è ancor di più quando avviene in modi così prevedibili.
Non solo Obama ha negato ogni possibilità di (ir)regolare processo al terrorista, ma ha anche avuto il coraggio di affermare che “giustizia è fatta“.
Lì dove l’ingiustizia è così palese e così condivisa da tutto l’occidente da non aver bisogno di giustificazione alcuna, il Presidente del Pianeta ha voluto rivendicare (così come ‘rivendicano’ gli attentati i suoi acerrimi nemici) la volontarietà, la liceità e la somma bontà dell’omicidio.
Il tutto, in un atletico gesto di sapiente anti-democrazia ed uso capace della neolingua orwelliana che lo farà risultare vincente alle prossime elezioni anche se da domani dovesse iniziare a raccontare barzellette insieme a Berlusconi.

A proposito di B., una sua sciacquetta ha dichiarato che la morte di Osama può essere interpretata come un miracolo di quell’ex Papa a cui accennavo prima (sì, quello che gli tremava la manina, dopo averla stretta a un paio di dittatori e pedofili).
Ma questa, lo sappiamo, è gente ignorante, che non ha studiato, che non sa che nella morte non c’è alcun miracolo, ma solo nella resurrezione.
E allora l’unica domanda sensata è: quanto tempo passerà prima che Bin Laden rinasca, novello Cristo indispensabile per giustificare la caccia alle risorse energetiche?
Devono sbrigarsi, i prossimi 10 anni sono iniziati.

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Fuori dal mondo

In questo momento sono a Bologna, come da un anno a questa parte.

Oggi, 25 novembre 2010, sto leggendo Il contratto sociale di Rousseau.

Il quadro è dunque questo: io tra quattro mura cerco di comprendere la teorizzazione di un sistema politico democratico, funzionante, perfetto nell’equilibrio tra individualismo e alienazione; fuori si urlano slogan e si manganellano studenti, celebrando tutti insieme il fallimento della politica.

Tutto questo avrà senz’altro un senso anche per me, ma per ora mi sfugge.

Nella mailing list che da diversi anni – in barba a tutti i social network – tengo con i miei più cari amici (e che sta nella top 5 delle cose migliori della mia vita), Davide mi ricorda “com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore”.

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Della serie Letteratura: finzioni

Jorge Luis Borges

Riemergo, perché troppa è la voglia di comunicare. Comunicare di Letteratura.
Questa è la prima di una serie di brevi riflessioni. Comincio con un autore straniero, unica eccezione, continuerò con italiani vecchi, molto vecchi.

E’ Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, meglio conosciuto solo come Jorge Luis Borges.

Jorge Luis BorgesAndiamo subito al nocciolo delle cose, al dato fondamentale della questione: Borges ha visto tutto. E’ nato nel 1899 ed è morto 87 anni dopo. Questo vuol dire nient’altro che aver vissuto tutto il secolo breve sulla propria pelle. Tanta longevità mi porta alla mente Ernst Jünger (un altro che non censurò nulla alla propria vista, due guerre mondiali comprese), contemporaneo di Borges. Tra i due non mi sembra vi sia alcun tipo di legame (è solo un’associazione mentale), anche perché, soprattutto, abitarono due mondi diversi: l’uno – Jünger – in Europa, l’altro in Argentina.

Quel “tutto” che ha visto e vissuto (o almeno, così mi piace immaginarlo) Borges lo tramuta in saggi e racconti. Io ho letto finora solamente le due raccolte più famose: Finzioni e L’Aleph. Borges, dicevo, tramuta il “tutto” nella scrittura, ma non certo nel senso di riuscire a descrivere tutto, piuttosto nel senso di descrivere l’infinito, o meglio ancora, descrivere il cogliere l’infinito. Come con l’Aleph:

Ogni cosa (il cristallo dello specchio, ad esempio) era infinite cose, perché io la vedevo distintamente da tutti i punti dell’universo. Vidi il popoloso mare, [...] vidi un’argentea ragnatela al centro d’una nera piramide, [...] vidi tutti gli specchi del pianeta e nessuno mi rifletté, [...] vidi la mia stanza da letto vuota, [...] vidi in un gabinetto di Alkmaar un globo terracqueo posto fra due specchi che lo moltiplicano senza fine [...]

“L’Aleph”, in L’Aleph.

Non è poi difficile come sembra. L’infinito non si coglie leggendo o viaggiando molto. L’infinito potrebbe anche stare in un solo libro, quell’unico ed ipotetico libro che basta leggere per conoscere tutti gli altri. Quel libro di cui mi parlava l’amico Cateno, che ringrazio infinitamente per avermi consigliato la lettura di Borges e per essere, quindi, complice del mio primo vero innamoramento per la Letteratura (a più di vent’anni è tardi, lo so, ma non lo è mai troppo). ;-)

[…] nei linguaggi umani non c’è proposizione che non implichi l’universo intero; dire la tigre è dire le tigri che la generarono, i cervi e le testuggini che divorò, il pascolo di cui si alimentarono i cervi, la terra che fu madre del pascolo, il cielo che dette luce alla terra.

“La scrittura del dio”, in L’Aleph.

Sogno causato dal volo di un'ape attorno a una melagrana, un attimo prima del risveglioBorges smaschera la natura umana come in pochi sono riusciti a fare. Natura, ma anche cultura: quest’ultima sembra diventare solo ed esclusivamente metafora. Tutta l’esistenza – l’idea di esistenza, l’esistenza platonica – non è altro che metafora, o finzione (La vida es sueño, direbbe uno Spagnolo). D’altronde, il nostro era ultraista. Le metafore (di cui scrissi tempo fa, però su Nietzsche) sono tutto ciò che l’uomo possiede, e tuttavia rappresentano la sua più grande ricchezza.

La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini.

“L’immortale”, in L’Aleph.

[…] gli specchi e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini.

Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in Finzioni

Borges scorge la necessità, solo come Spinoza, Schopenhauer o Nietzsche hanno saputo fare. Scoprire che le stesse mie passate riflessioni (quando di Borges avevo letto solo citazioni) sono state anche le sue, mi fece tremare. Riporto ciò che io scrissi più di un anno fa:

Dopo aver letto “Il concetto di tempo” di Heidegger ed aver riflettuto sulla frase di Borges “Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco”, ho pensato che se veramente l’uomo riuscisse a fare i conti col tempo, con se stesso, allora finalmente ogni morte sarebbe un suicidio, nel senso più positivo della parola: consapevolezza della propria finitudine, accettazione (non passiva ma voluta) della propria condizione.

da Cybersofia

Ed ora Borges:

[…] ogni negligenza è deliberata, ogni incontro casuale un appuntamento, ogni umilazione una penitenza, ogni successo una misteriosa vittoria, ogni morte un suicidio.

“Deutsches Requiem”, in L’Aleph

Infine, proprio lo splendido brano sul tempo che ho citato appena sopra. Lo riporto, quindi, in lingua originale:

El tiempo es la sustancia de que estoy hecho.
El tiempo es un rio que me arrebata, pero yo soy el rio;
es un tigre que me destroza, pero yo soy el tigre;
es un fuego que me consume, pero yo soy el fuego.

da Nueva refutacion del tiempo

Non vedo l’ora di cominciare un altro suo libro (piuttosto: Borges è anche un mistico della lettura), di perdermi nei labirinti, nei fiumi, tra le tigri, in biblioteche, nella steppa, alla ricerca di bussole, immaginando l’infinito.

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Natura, cultura ed ambiente per il Blog Action Day

Vengo a sapere che oggi è stato il Blog Action Day, un’iniziativa che spinge i blogger di tutto il pianeta a scrivere in questa giornata un post sul proprio sito personale che abbia come argomento principale o secondario l’ambiente. Ecco cosa c’è scritto sul sito dell’iniziativa:

Gli articoli non debbono necessariamente trattare le tematiche ambientali in un modo particolare, quello che si chiede è che siano collegati alla problematica ambientale nel modo che più è consono al blogger ed ai suoi lettori abituali.

E siccome in questo blog io amo scrivere di “solite cose, dette in altri modi” e siccome ancora per qualche minuto è il 15 di ottobre, mi unisco volentieri ai migliaia di blogger partecipanti.

Ho già citato l’incipit di Su verità e menzogna in senso extramorale, ma lo rifaccio volentieri a dimostrazione della grandezza di Nietzsche:

In un angolo remoto dell’universo scintillante, diffuso in innumerevoli sistemi solari, c’era una volta un astro sul quale animali intelligenti inventarono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della “storia universale”; ma fu solo un minuto. Dopo pochi respiri della natura l’astro s’irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire.

Quei pochi respiri sono per noi i secoli, i millenni in cui noi trascorriamo (non sono certo loro, i millenni, a trascorrere). Credo fermamente che questa vita, questa terra, sia l’unica che abbiamo, ma purtroppo non ne consegue il dovere di prendercene cura. L’uomo è l’unico animale dotato di ragione; questo vuol dire che è l’unico che possa domandarsi “perché esisto?”, “da dove vengo?” ed altre incredibili questioni. Ma c’è l’altra faccia della medaglia e l’uomo pensa: se non sono io ad aver deciso di essere “gettato nel mondo”, perché mai di questo mondo dovrei averne cura?

L’uomo ritiene, poiché pensa, di poter scindere la sua esistenza da quella del mondo. Pensiamo a Cartesio: Cogito ergo sum, lui diceva, ma lo diceva dopo aver messo tra parentesi il mondo, dopo averne dubitato. Le tesi copernicane sull’universo potevano (e non l’hanno fatto, non del tutto) mettere fine all’antropocentrismo, cioè la tracotanza dell’uomo di sentirsi il centro, il padrone del cielo e della terra. Un secolo dopo Copernico, Cartesio (che pure sposava quelle tesi) diviene il padre (o il re-inventore) dell’antropocentrismo.

Se io sono – sum – non è perché penso – cogito – ma perché respiro. E’ impossibile (magari lo era nel ’600, non oggi) dubitare dell’esistenza di questo mondo ed illudersi di essere, di rimanere vivi. E’ forse questo (anche questo) la conclusione che si può trarre dalle parole cattive di Nietzsche. Quel “minuto menzognero”, però, potrebbe ancora divenire veritiero; per quanto la verità sia inafferrabile ed inesistente, una certezza la si comincia a cogliere, nostro malgrado: siamo corpo in tutto e per tutto (ancora Nietzsche) e questo corpo è un tutt’uno con l’ambiente che lo circonda.

Non illudiamoci con sentimenti ecologici puri e disinteressati (per quanto io li stimi molto e ne condivida molti principi). Convincere quella piccola parte del mondo che consuma ed inquina a prendersi cura della propria casa, del proprio ambiente, cambiare e far tornare alle origini lo stesso concetto di eco-nomia: sono imprese impossibili. Non sarebbe di minimo aiuto neanche ricorrere all’argomento forte: l’estinzione dell’essere umano per come oggi lo conosciamo; perché si sa, l’uomo vive in un eterno presente senza significato e ciò che gli può interessare è quel che può capitare a lui ed ai suoi figli, non di più.

Un modo per rispettare il vincolo biologico tra uomo e ambiente potrebbe essere l’obbligo definito dalla legge, l’educazione ambientale fin da piccoli, insomma, imporre dolcemente questo obbligo morale all’interno della società civile. Ma oggi lo stesso Potere se ne infischia di questi temi, anzi, è il primo degli indifferenti.

Soluzioni? Di realmente realizzabili oggi non ne vedo. Ce ne sarebbe una, anche più di una, ma sono utopie: tornare ad “essere fedeli alla terra” (sempre Nietzsche), comprendere che “l’ uomo è certo l’essere che ha mondo, ma lo ha solo a condizione comunque di un ambiente, di una Umwelt e non solo della Welt” (Mazzarella, Vie d’Uscita). Forse un modo per riconciliare natura e cultura nell’essere umano è costruire una cultura della natura, cioè educare al rispetto incondizionato ed alla comprensione dell’ambiente; al fine di risalire alla natura della cultura, cioè ri-trovare la radice della nostra esistenza.

P.s.: ma sono sempre convinto che moriremo tutti molto prima che il sole si spenga…e che pochi potenti riusciranno a salvarsi dalla fine del mondo partendo su uno shuttle alla conquista di Marte!

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Perché non possiamo essere cristiani?

copertina_odifreddi

Finita la mia lentissima lettura di Perché non possiamo essere cristiani, la famosa ultima fatica del matematico impertinente Piergiorgio Odifreddi, ne scrivo impressioni e giudizi personali.

Questa breve recensione sarà guidata da alcuni aggettivi: utile, irriverente-divertente, noioso, ingenuo.

Il libro è utile.

Perché introduce alle Scritture chi non le ha mai neanche sfiorate. Quindi, si rivolge praticamente a tutti i credenti cristiani, che da sempre sono stati abituati alla mediazione della Chiesa e del parrino di turno, il quale fa tutta la fatica al posto loro: legge, interpreta e spiega la Bibbia (a modo suo). D’altronde una Riforma protestante non c’è stata per puro caso. Addirittura ci sarà stato chi, come me, spinto dalla curiosità suscitata dalle numerose, critiche e sempre puntuali citazioni dall’Antico e Nuovo Testamento, è andato a prendere i passi e a leggerseli per proprio conto. Insomma, un’utile opera di divulazione laica delle Sacre Scritture.

Perché non possiamo essere cristiani

Il libro è irriverente e, quindi, molto divertente.

Alla fine di una critica pungente sui rapporti tra Chiesa e politica, si legge:

Non si tratta, naturalmente, di fare di ogni erba un fascio, benché la Chiesa Cattolica sia riuscita nel Novecento a fare di ogni fascio un concordato.

(Pag. 11)

Trattando della figura della Madonna e della sua “anomala” maternità:

Certo nel caso di Gesù non si è trattato di nascita verginale nel senso letterale della partenogenesi (da parthenos, “vergine”, e genesis, “nascita”), perché essa non richiede alcuna fecondazione. E neppure può essersi trattato della fecondazione eterologa da parte dello Spirito Santo di un ovulo di Maria, perché altrimenti Gesù sarebbe soltanto un semidio: come Ercole, figlio di Zeus e Alcmena, che spesso è comunque stato considerato una sua prefigurazione. Il concepimento di Gesù dev’essere allora avvenuto per impianto di un ovulo già fecondato: dunque, non solo Giuseppe è un padre putativo, ma Maria è una madre surrogata che si è limitata a dare l’utero in affitto. Da dove poi provenga il materiale genetico di Gesù non si sa, ma certo non è stato prodotto in maniera naturale: più che un Organismo Genticamente Modificato, egli è allora un esempio di Vita Artificiale.

(Pag. 177)

Sempre su Maria, una valida alternativa alla illogica immacolata concezione:

[...] per dare a Cesare quel che è di Cesare, un’accurata fecondazione assistita sarebbe stata sufficiente per preservare la verginità al concepimento, un taglio cesareo (appunto) per mantenerla durante il parto, e un’astinenza dai rapporti “secondo natura” per confermarla in seguito.

(Pag. 181)

Anche la nota finale del libro fa molto sorridere, ma non la cito per non rovinarne l’eventuale lettura :-)

Il libro è (in certi punti) noioso

L’esegesi delle Scritture assume a volte un carattere veramente pignolo. Capita che non si capisca più chi prende più seriamente la Bibbia: Odifreddi o i cristiani?

Una delle pecche fondamentali del testo biblico è, a mio parere, l’assoluta mancanza di autoironia, la mancata consapevolezza di parlare un linguaggio umano e non divino, di esprimersi tramite metafore e non verità. Una pecca a cui ha rimediato Nietzsche, come ho già avuto modo di scrivere, ma a cui Odifreddi non sempre risponde per le rime.

Piergiorgio Odifreddi

Il libro (o l’idea che vi sta dietro) è ingenuo.

Ha, infatti, alcuni grossi difetti: è, nella sua prima parte, un’analisi fin troppo letterale dell’Antico e Nuovo Testamento; non compie un minimo di genalogia (si limita alla genesi) del Cristianesimo; tralascia totalmente l’aspetto semantico del Cristianesimo.

Elencare citazioni bibliche è utile a metterne in risalto le “assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche, sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie“. Ma questo non basta! E’ un lavoro, purtroppo, che lascia il tempo che trova: resta il dato di fatto, preponderante ed ineludibile, che i credenti cristiani (veri o fasulli che siano) sono in stragrande maggioranza. A questo dato bisogna dare una risposta ed Odifreddi, mi dispiace dirlo, non ce l’ha data.

Se nelle Scritture vi sono tutte queste contraddizioni, assurdità, falsità e sciocchezze, perché (ancora oggi) la Chiesa (che sull’interpretazione delle Scritture basa il suo potere) domina indisturbata le coscienze individuali e collettive, come un Super-Io freudiano?

Qual è la genealogia (ad esempio) della resurrezione, dell’eucarestia, del peccato originale? Ovvero: qual è il loro motivo nascosto, per cui hanno così tanto successo tra gli uomini?
Non possiamo permetterci di placare il sospetto, i cui maestri hanno ancora molto da insegnarci.

Qual è il significato (i significati) che l’umanità contemporanea attribuisce al Cristianesimo?
L’uomo, dell’aspetto “letterale” contraddittorio e sciocco delle Scritture, se ne frega! Il Cristiano medio le Scritture non le ha mai lette! L’aspetto semantico, invece, va oltre l’opera, oltre l’autore, e mette le sue radici direttamente nelle coscienze dei popoli. Ed avremo voglia di dire che i frutti di quest’albero sono velenosi: a nessuno importerà più nulla. Ed avrà voglia, Odifreddi, di proporre la scienza come veramente katholica (nel senso letterale di “universale”) e di citare il motto spinoziano Deus, sive Natura.

Mi dispiace molto aver concluso in modo negativo il giudizio su un libro che, credetemi, mi è piaciuto ed è molto interessante; ma se non comprendiamo quali siano le giuste domande da porre, potremo solo blaterare, non certo rispondere, potremo solo timidamente lamentarci, non reagire e rinnovare.

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