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Vicolo cieco

cattelan-hitler

A parlare di fatti e persone ci si annoia in fretta. Tuttavia, sono una fonte d’ispirazione inesauribile, ed è bene usarli come tali: come fonte, come strumento.
Da questi, però, bisogna subito astrarre, rifugiarsi nel concetto. Anzi, nella parola.
Passare dai fatti alle parole è l’unico modo per non annoiarsi – spesso per non disgustarsi – dell’umanità e, dunque, di se stessi.

Il suicidio di Norman, giovane dottorando in filosofia del linguaggio, è il fatto. Futuro è la parola.

Uno che di futuro ne capiva e che mi fa ricordare che c'è di peggio dell'avere un futuro incerto.

Fermandomi per breve tempo a pensare all’accaduto, mi rendo subito conto che si tratta di un groviglio di difficoltà, di un ricettacolo di contraddizioni.

Innanzitutto, credo che ‘futuro’ sia una parola che è meglio imparare a non usare, a non pensare. Eppure, poco sopra, ho scritto che l’unica cosa di cui vale davvero la pena discutere sono i concetti, le idee1. Ecco una contraddizione.

Inoltre sarei pronto a giurare che la mia idiosincrasia verso il futuro non è dovuta alle contingenze del momento e a questa sfigatissima era di precarietà, ma a motivi teoretici. Subito dopo, però, mi rendo conto che io2 sono gettato proprio in questo periodo3 – diciamolo pure – di merda, e che quindi le mie credenze sono di parte.

Una delle difficoltà più grandi è il non aver incontrato – forse per mia incapacità o carenza di lettura – un filosofo che abbia deciso, argomenti in mano, di non pensare il futuro.

Norman ha scritto: “la libertà di pensare è anche la libertà di morire”. È una frase che io leggo così: la “libertà” di pensare profondamente il futuro lo ha condotto – non tanto liberamente, dunque – al suicidio. Forse il pensiero di Norman si situava esclusivamente in quella dimensione, quella del futuro. Non trovando l’avvenire che gli è proprio (quantomeno non quello che avrebbe desiderato), il suo pensiero s’imbatte in un vicolo cieco o – che è lo stesso – in una finestra al settimo piano dell’Università di Palermo.

p.s.: grazie a Daniele, che sicuramente avrebbe preferito qualcosa di più allegro e di certo non su argomenti riguardanti giovani accademici suicidi, ma spero di rimediare “in futuro”.

Note
  1. qui da me usati grezzamente come sinonimi ()
  2. due anni meno di Norman e una laurea in filosofia ()
  3. intendo il 2010 italiano, ma anche il postlaurea filosofico in generale ()
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2090

Big Brother

Cateno si è posto qualche giorno fa una domanda:

se la deriva bonariamente autoritaria in cui sta scivolando questa Italietta di pantofolai e vestagliati dovesse definitivamente risolversi in una dittatura violenta e se, una volta avvenuto ciò, chi non si allineerà al regime sarà perseguito, perseguitato e, a meno che non si riallinei, torturato e finanche ucciso, ebbene, io, in tal caso, che farei?

Lui ha risposto che gli finirebbe a fare l’antieroe, cioè colui che – da vero anarca – agisce contro il potere tirannico dall’interno e la cui azione è sempre un’azione libera, anche da ogni altra ideologia. Non credo di conoscere alcuna persona così poco sana di mente da poter fare di “meglio” (ossia da fare l’eroe), me stesso compreso.

Tommy prosegue il discorso e dice che sì, non sarebbe eroe neanche lui, ma martire lo diverrebbe se il regime richiedesse il controllo sul suo pensiero.

A chi vi somiglia?

A chi somiglia?

Il guaio, a mio parere, è che viene da chiedersi: quando ogni mia azione, anche la più quotidiana, sottosta ai dettami del regime, quanto veramente conta il fatto – fatto di cui solo io sono a conoscenza (al massimo qualche mio amico stretto) – che il mio pensiero va da tutt’altra parte?

Inoltre: se in una situazione di democrazia o presunta tale quale oggi siamo giudichiamo incoerente chi non fa corrispondere pensiero e azione, perché la stessa persona non sarebbe incoerente in una situazione di regime?

Infine: siamo sicuri che all’individuo basti il solo pensiero? Che il pensiero sia sufficiente a se stesso? Insomma: come vivrei, senza poter mai esprimere il mio pensiero in azioni? Come vivrei agendo sempre in maniera contraria al mio pensiero? C’è il rischio di impazzire!

Sono due le vie d’uscita, a questo punto: agire conformemente al proprio pensiero rischiando la pelle e, dunque, diventare un eroe; oppure pensare conformemente alle proprie azioni, ossia soccombere al controllo del pensiero voluto dal regime. Non si tratta di scelta, secondo me, bensì di predisposizione. Essere libero o schiavo, da sempre, non è un merito o una colpa.

Non è colpa di Winston, infatti, se Orwell conclude così 1984, dopo aver sottoposto il protagonista a una tortura atroce:

Guardò su, alla faccia enorme. Gli ci erano voluti quaranta anni per imparare che specie di sorriso era nascosto sotto quei baffi neri. Oh, che equivoco crudele, e inutile! Oh, quale indocile esilio volontario da quell’affettuoso seno! Due lacrime puzzolenti di gin gli sgocciolavano ai lati del naso. Ma ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era riuscito vincitore su se medesimo. Amava il Gran Fratello.

E, tuttavia, siamo ben lontani dallo sperare che un tale sofisticato regime possa instaurarsi in Italia, al massimo un bieco stato di polizia.

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Homemissing

groucho-marx

C’avevo visto giusto, più di cinque mesi fa, quando ho scritto l’ultimo post in questo blog tanto trascurato ma mai dimenticato.

groucho-marxHo lasciato la mia città, Catania, per andare a Bologna a continuare gli studi. Non sto certo a dirvi i motivi di questa scelta, né a descrivervi il mio stato d’animo di questi ultimi mesi: basti sapere che per la prima volta mi sono trovato di fronte a tutti i dolori di una scelta fondamentale e, soprattutto, consapevole.

Queste poche righe mi sevono per annunciare che tornerò a scrivere sul blog. Per riciclare una famosa battuta di Groucho Marx riferita allo smettere di fumare: tornare a scrivere è facilissimo, io l’ho fatto un centinaio di volte. Non dico che stavolta parlo seriamente, ma ci spero.

Due cose da dire, però, mi sono già venute in mente:

Ho scoperto, innanzitutto, che puoi chiamare casa tua solo quella che lasci. Se non hai mai effettuato uno spostamento, se non hai un termine di paragone, se non hai un’altra casa, allora è difficile riconoscere la propria.

Quest’altra, invece, l’avevo già detta un secolo fa, ma la ripeto. Sto studiando Heidegger, in particolare il suo saggio su L’origine dell’opera d’arte. Martin sta antipatico a molti, che lo accusano di usare paroloni per indicare concetti banali o per indicare nulla. Non oso né mi interessa dar loro torto, ma secondo me vale quantomeno la pena pensarla in maniera opposta: se togli di mezzo il linguaggio heideggeriano hai tolto di mezzo Heidegger, e quel che resta sono la realtà e la vita in tutta la loro banalità. Sostituiamo “heideggeriano” e “Heidegger” con “filosofico” e “Filosofia” e il gioco è fatto.

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Finto altruismo e risonanze magnetiche poco funzionali

risonanza_magnetica

Sul web, ma anche in tv, una notizia ha molto successo: si tratta del piacere di pagare le tasse.

Il macchinario utilizzato per questa “soprendente” scoperta è la risonanza magnetica funzionale, un dispositivo che, insieme ad altri, viene fin troppo osannato. Praticamente ogni minimo nesso tra una configurazione neuronale ed il comportamento umano fa notizia! E’ bello come scoprire l’acqua calda. Mi spiego meglio.

Macchina per la risonanza magnetica funzionale: la macchina della verità?

La ricerca dell’Università dell’Oregon, condotta da uno psicologo cognitivista e due economisti (che tremendo triumvirato!), ha scoperto che, quando spendiamo il nostro denaro in beneficenza o in pagamenti volontari (un esempio italiano potrebbe essere il 5 per mille), si attivano delle aree del nostro cervello che, solitamente, entrano in funzione con il soddisfacimento di bisogni primari (cibo, contatto sociale, etc.) ed il piacere che da essi deriva.

Questa analisi è di un banalità tale da lasciare senza parole. E pensare che su ricerche del genere le Università americane spendono soldoni e borse di studio!

Ma non finisce qui. Difatti, se fosse servita a trarre le giuste conclusioni, non avrei avuto nulla (o quasi) da ridire sulla ricerca made in U.S.A.

A smentire l’intelligenza degli studiosi americani e a confermare l’asservimento dell’uomo alla morale, arriva un’affermazione ingenua (troppo ingenua) da parte dello psicologo Ulrich Mayr:

La cosa sorprendente è che in una situazione in cui il vostro denaro viene semplicemente dato ad altri, senza che voi abbiate libertà di scelta, il vostro centro della ricompensa si attiva comunque. Non penso che la gran parte degli economisti lo avrebbe mai sospettato. Questo rinforza l’idea che nell’uomo ci sia dell’autentico altruismo.

Altruismo

Cosa c’è di sorprendente nello scoprire che la “beneficenza” soddisfa un bisogno primario? Essa soddisfa il bisogno di placare il nostro senso di colpa di fronte alle vite meno fortunate della nostra. E non è un’esigenza altruistica, bensì del tutto egoistica, come il mangiare ed il bere. Come disse Biuso a Natale:

colui che prende una decisione, che conduce un certo stile di vita, che opera delle scelte, lo fa sempre e inevitabilmente perché decisioni, stile e scelte lo gratificano. [...] Nulla c’è di negativo, e tanto meno perverso, in tutto questo! È inevitabile e giusto che sia così. Al mondo non c’è merito e non c’è colpa. [...] Liberiamoci dalla morale, dai sensi di colpa, dai rimorsi, dalla pena.

La potenza del nostro corpo-mente è il necessario motore delle nostre azioni. La beneficenza, l’altruismo e l’amore stesso sono delle splendide conseguenze, non cause.

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