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Sei anni di filosofia per me e per Google

Avevo 18 anni quando ho letto La personalità autoritaria di Adorno e altri della Scuola di Francoforte. Era il testo principale per il mio “percorso” all’esame di maturità (commissione tutta interna: bei tempi!); percorso che si chiamava appunto La personalità autoritaria nella storia e nella letteratura. Io non mi ero mai applicato seriamente nello studio prima della maturità: meno potevo studiare e meglio era; e ringraziavo il cielo di essere portato per la filosofia, così non dovevo studiarla. Leggevo il manuale (me lo ricordo bruttino) la sera prima dell’interrogazione o addirittura durante l’ora di lezione precedente. Eppure, rileggendomi, ho quasi la sensazione di essere stato più bravo al liceo di quando non lo sia adesso.

Forse ero solo più libero: leggendo La personalità autoritaria mi sentivo come se stessi entrando in contatto con i più intimi segreti del mondo umano. Molto più di quando avessero fatto biologia, chimica, fisica e scienze della terra negli ultimi tre anni di scuola (de gustibus). Tutte in una volta, mi investivano la migliore filosofia e la più intrigante psicologia, pronte a spiegarmi l’origine dell’antisemitismo e del fascismo in senso lato, l’importanza della democrazia, della pace e di molte altre cose. Tutto in una volta, tutto in un solo libro. Fu in quel preciso momento che capii che dovevo iscrivermi in Filosofia.

Dopo sei anni, alcune false speranze sono state giustamente e fortunatamente deluse e alcune soddisfazioni me le sono prese; ma quelle due righe che scrissi, dopo sei anni, rimangono ancora al primo posto – nei miei ricordi e nella ricerca con Google.

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Filosofia, Caffè, studenti e consulenze

In questi giorni sono stato molto impegnato con il progetto di Sitosophia.

Sitosophia

Credo che chi – come me – si iscrive in Lettere e Filosofia, lo faccia fondamentalmente per passione. La filosofia, in particolare, non rappresenta solo una disciplina di studio. E’ la tua prima lettura al mattino e l’ultima alla sera. E’ una consolazione ma anche uno stimolo. E’ il pane di cui vorresti sempre nutrirti.

Una visione idilliaca? So benissimo che ormai l’Università non si vive così, almeno non nella maggior parte dei casi. Spesso la Filosofia è scambiata con l’ignavia. E non c’è peggior peccato. Solo che non tutti siamo uguali, per fortuna.

Lo studente (quello vero) ha sempre bisogno di nuovi stimoli. E se non gli vengono offerti, se li crea da solo.

Io, insieme ad altri colleghi – anzi, amici – ho messo in piedi il sito (che, a proposito, ho interamente costruito con WordPress) ed un’iniziativa davvero interessante: il Caffè Filosofico. Quest’anno, grazie all’aiuto di pochi ma buoni docenti, gli incontri si svolgeranno nella mia Facoltà, a Catania.

Il primo incontro è già fissato per l’11 dicembre. Protagonista sarà il Prof. Giuseppe Raciti, che – ancor più che “filosofo” – mi piace definire “la Filosofia personificata”.

Per tornare alla questione “studenti”, c’è chi pensa che quest’ultimi debbano ricevere dall’Università della Consulenza psicologica. Si, esatto, come nelle aziende. Come ho scritto sul forum di Sitosophia, senza offendere chi di quel counseling ne avrebbe bisogno sul serio, io vorrei esporre un mio problema: credo di soffrire di ansia da studio. Si, insomma, non riesco a studiare bene.

E’ che vorrei conoscere i classici filosofici, ma non me li fanno studiare. E’ che vorrei fare ricerca storica, ma non mi dicono come si fa. E’ che vorrei studiare una materia per più di un mese, ma non posso perché altrimenti non mi laureo più. E’ che, se mi metto a confronto con un laureato vecchio ordinamento, mi sento un ignorante. E’ che spesso io studente mi trovo a combattere con le enormi frustrazioni psico-fisico-sociali di pseudo-docenti, che dovrebbero invece essermi d’esempio (a scuola come all’Università). E’ che il mio futuro lavorativo è tanto incerto quanto le prospettive di un tacchino il Giorno del ringraziamento.

Poi però mi succede una cosa strana: non soffro affatto di ansia da prestazione. Al momento dell’esame, anzi, sono sicuro di me. Ciò di cui non sono sicuro è se di quel topico momento mi rimarrà qualcosa; se da quello studio, tutt’altro che matto e disperatissimo, saprò cogliere i frutti e trarre gli insegnamenti dovuti.

E voi, ditemi: avreste bisogno di una consulenza?

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Café Filosofico con Augusto Cavadi: com’è andata

Io e Augusto Cavadi al Caffè Filosofico

Un’esperienza straordinaria, quella del Café Filosofico con il Prof. Augusto Cavadi. Innanzitutto per la sua persona, un vero e proprio militante della filosofia, che ha parlato e discusso insieme a noi più sulla base delle sue preziose esperienze che dei suoi studi. E poi perché ho presentato io il suo libro: è stato un onore ed piacere, ho provato una forte emozione che, spero, sono riuscito a nascondere.

La discussione si è concentrata su due argomenti principali: il relativismo dei valori, affrontato a partire dalla lettera degli studenti del Liceo Spedalieri di Catania, di cui ho già parlato; il rapporto tra filosofia ed altre discipline, in particolare la psicologia e la psico-terapia, nella consulenza filosofica, di cui Cavadi è uno dei fondatori qui in Italia.

Unica nota dolente, la chiusura-trasferimento della libreria La Maieutica, indice che ogni possibile iniziativa culturale (di quelle vere, nate dal basso e con pochi mezzi economici) a Catania è destinata a fallire.

Ecco due foto dell’incontro, scattate dal carissimo amico Davide Dell’Ombra, altre foto potete trovarle su Sitosophia:

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Memoria e oblio dell’olocausto

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Su Girodivite c’è una rubrica interessantissima chiamata L’ombra d’Argo in cui Biuso lancia notizie, messaggi, segnali, provocazioni e riflessioni.
L’ultimo articolo si chiama Vietare e tacere, tacere e vietare e, trattando della questione dell’antisionismo ed antisemitismo, parla della “introduzione dello psicoreato nei sistemi democratici”.

Dall’articolo è venuta fuori un’interessante discussione, di cui riporto un mio messaggio in particolare.
Parla della necessità di dimenticare e vuole essere un avvertimento a non prendere troppo alla leggera la memoria dell’olocausto. Un ricordo del genere (e i ricordi sono spesso tutto ciò che abbiamo), impost in un modo tanto “violento” può gravemente nuocere alla salute psicofisica dell’uomo.

Primo Levi René Magritte - La memoria Ingresso di Auschwitz: Il lavoro rende liberi

Io non conosco la Storia e non l’ho studiata come si deve, tuttavia sento di farne parte; ed in quanto parte della storia, cerco di vivere il clima del presente.
Ecco cosa, brevemente e banalmente, secondo me sta succedendo: il monito di Primo Levi: “non dimenticate”, ridotto ad una specie di “slogan televisivo”, sta agendo nella mente umana in modo contorto e perverso. I miei pochi studi sulla memoria (grazie alla Filosofia della mente e la Psicologia) mi hanno fatto comprendere quanto una buona dose di oblio sia oggi necessaria, affinché si produca “nuova storia” e “nuova vita”.
Rileggere oggi la seconda Considerazione Inattuale di Nietzsche (Sull’utilità e il danno della storia per la vita), può far comprendere che la malattia dell’uomo storico è anche rimaner legati al terribile nazi-fascismo. I mass-media, la chiesa e la politica ce lo mettono continuamente davanti in tutta la sua crudezza; ancora si parla di colpe, di vittime e di colpevoli.
Ho l’impressione che, in questo modo, rimarremo così fortemente legati alla Shoà da non poterne più fare a meno, ne saremo dipendenti e avremo sempre bisogno di opporla come “Male”, per poter fare del “Bene”… o per illuderci di fare del bene.

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