
Così siamo arrivati al termine estremo della disuguaglianza, e al punto estremo che chiude il circolo e tocca il punto da cui siamo partiti: è qui che tutti gli individui ridiventano uguali perché non sono nulla, e, siccome non hanno altra legge che la volontà del padrone e questi non ha altra regola che le sue passioni, la nozione del bene e i principi della giustizia svaniscono di nuovo. Qui tutto si riconduce alla sola legge del più forte, e di conseguenza a un nuovo stato di natura che differisce da quello da cui abbiamo prese le mosse perché quello era lo stato di natura nella sua purezza mentre quest’ultimo è il frutto di un eccesso di corruzione.
D’altra parte, c’è così poca differenza tra questi due stati, e il contratto politico è talmente dissolto nel dispotismo, che il despota è il padrone soltanto fin quando è il più forte e non appena lo si può espellere non ha motivo di reclamare contro una tale violenza. La sommossa che finisce con lo strangolare o deporre un Sultano è un atto altrettanto giuridico quanto lo erano quelli con cui egli disponeva della sorte delle vite e dei beni dei suoi sudditi. La sola forza lo teneva in piedi, la sola forza lo rovescia (…).
Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Feltrinelli, pag. 104

La sovranità non può essere rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa, o è un’altra; non c’è via di mezzo. I deputati del popolo non sono dunque né possono essere i suoi rappresentanti; ma solo i suoi commissari; non possono concludere niente in modo definitivo. Ogni legge che non sia stata ratificata dal popolo in persona è nulla; non è una legge. Il popolo (…) crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente. Nei brevi momenti della sua libertà, l’uso che ne fa merita di fargliela perdere.
Jean-Jacques Rousseau, Il Contratto Sociale, Feltrinelli, pag. 180.






Chi diventa scrittore per denunciare la menzogna della società si mette in una situazione paradossale. Facendosi autore, e soprattutto inaugurando la carriera con un premio d’Accademia, entra nel circuito sociale dell’opinione, del successo, della moda. Fin dall’entrata in gioco è dunque sospetto di duplicità e contaminato dal peccato che attacca. Via via che la solitudine diverrà più assoluta, si rafforzerà sempre più in Rousseau la convinzione che il suo esordio letterario sia stato l’inizio di una maledizione: «Da quel momento fui perduto». Il solo recupero possibile consiste nel fare pubblico atto di separazione: diventa necessario un distacco, e un isolamento perpetuo servirà da giustificazione. Vi
parlo, ma non sono dei vostri. Appartengo a un altro mondo, a un’altra patria. Voi non sapete più che cosa sia una patria e, quanto a me, io sono cittadino di Ginevra. No, non sono nemmeno cittadino di Ginevra perché i ginevrini non sono più quello che erano. Il vostro Voltaire è venuto a corromperli. Sono semplicemente: il cittadino… Divenuto uomo di lettere, l’accusatore non sarà mai abbastanza scusato del suo compromettersi col male, che in lui non avrà fine finché la scrittura continua. (…) Al limite bisognerebbe conservare il silenzio, diventare nessuno per gli altri. Ma Rousseau non potrà tacere, non potrà fare altro che scrivere la volontà di diventare nessuno.


150 anni, e la Lega Nord arriva a Bologna
Bologna ha avuto il merito, tra i tantissimi altri, di farmi riscoprire il piacere della res pubblica, dell’appartenenza ad una comunità aperta, tollerante, felice ed orgogliosa di esserlo. Dunque partecipo, come per ricambiare: vado in Piazza, scatto foto alle bandiere, entro nei musei aperti fino a mezzanotte, seguo le mostre che raccontano la storia di questo paese che “quasi quasi mi sta piacendo… E chi me lo doveva dire?”.
Ma finisce tutto in un lampo. È come essere svegliati da un ceffone, mentre sogni, da qualcuno che ti dice: “maledetto idiota! Ti lasci fare il lavaggio del cervello anche tu?”. Quasi di fronte a Piazza Maggiore, in via Ugo Bassi, trovo la nuova sede della Lega Nord. Per strada, mi scontro nella loro propaganda.
“A Bologna, prima i bolognesi”, anche se la legge, i diritti e i doveri sono uguali per tutti.
“A Bologna, prima i bolognesi”, anche se sono ultimi in fila e il cinese, la zingara, l’africano e l’arabo sono arrivati prima. Ovviamente il cinese è giallo con i denti sporgenti a castoro, la donna rom (con immancabile pargolo in braccio) è brutta come la befana e rossa di sporcizia, il nero ha un canotto al posto delle labbra, l’arabo è barbuto e cattivo.
Neanche la peggiore propaganda e fisiognomica d’antan avrebbero potuto fare di meglio. La differenza tra un bolognese e un cinese – come se fosse logicamente corretto fare un paragone tra una derivazione etnica e un certificato di residenza – è tutta nel corpo: il colore e l’odore della pelle, la forma del volto, il modo di vestire. Non c’è certificato di nascita che tenga, qui. Non c’è permesso di soggiorno o lavoro regolare che possa giustificare la presenza di estranei.
Il razzismo è un mito potentissimo: può farti individuare un nemico su cui scaricare ogni tipo di frustrazione e contro cui rivendicare la più irragionevole pretesa. E per farlo non ha bisogno di “razze”; e questo non tanto perché – occorre ricordarlo? – le razze non sussistono, quanto perché non c’è alcun bisogno che il gruppo “razzizzato” sia ben riconoscibile fisicamente. Altrimenti la Stella di Davide, applicata agli ebrei dai nazisti al fine di riconoscerli, non si spiegherebbe. Nessuno ha bisogno di caratteristiche particolari per essere vittima di razzismo, tutti potremmo essere degli ottimi candidati.1
Fortunatamente, a Bologna ho avuto la fortuna di incontrare, finora, solo persone che amano profondamente la propria città e sono abituati a vederla occupata da stranieri lavoratori e studenti di tutta Italia ed Europa. Il ragionamento è questo ed è semplice: se vivi qui, se tratti bene questo posto, se mi permetti di fare lo stesso, la città è tua. Temo che le cose, però, d’ora in poi non saranno le stesse, e sull’autobus dovrò sopportare i commenti xenofobi di gentaglia non meritevole di alcuna considerazione.
Io voglio partecipare a ogni tipo di manifestazione contro questa brutta piaga che è la Lega Nord, contro questa brutta piega del progresso morale che è il razzismo, contro la retorica dei valori e dell’identità, contro la stigmatizzazione del migrante. Spero che i gruppi autogestiti e sinistrorsi bolognesi2 si siano accorti di questo pericolo vero.
Note