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150 anni, e la Lega Nord arriva a Bologna

Indovina chi è il razzista?

Tricolori a Piazza MaggioreEsco, in giro per Bologna, è il giorno dei festeggiamenti per i tanto discussi 150 anni dell’Unità d’Italia.

Bologna ha avuto il merito, tra i tantissimi altri, di farmi riscoprire il piacere della res pubblica, dell’appartenenza ad una comunità aperta, tollerante, felice ed orgogliosa di esserlo. Dunque partecipo, come per ricambiare: vado in Piazza, scatto foto alle bandiere, entro nei musei aperti fino a mezzanotte, seguo le mostre che raccontano la storia di questo paese che “quasi quasi mi sta piacendo… E chi me lo doveva dire?”.

Ma finisce tutto in un lampo. È come essere svegliati da un ceffone, mentre sogni, da qualcuno che ti dice: “maledetto idiota! Ti lasci fare il lavaggio del cervello anche tu?”. Quasi di fronte a Piazza Maggiore, in via Ugo Bassi, trovo la nuova sede della Lega Nord. Per strada, mi scontro nella loro propaganda.

E allora non c’è nulla da festeggiare, neanche a Bologna. Se il vero cancro di questo paese – la Lega, più di Berlusconi – ritiene di poter partecipare alle elezioni, anche se non di vincerle, vuol dire che il razzismo prende piede anche qui.

“A Bologna, prima i bolognesi”, anche se la legge, i diritti e i doveri sono uguali per tutti.
“A Bologna, prima i bolognesi”, anche se sono ultimi in fila e il cinese, la zingara, l’africano e l’arabo sono arrivati prima. Ovviamente il cinese è giallo con i denti sporgenti a castoro, la donna rom (con immancabile pargolo in braccio) è brutta come la befana e rossa di sporcizia, il nero ha un canotto al posto delle labbra, l’arabo è barbuto e cattivo.

Neanche la peggiore propaganda e fisiognomica d’antan avrebbero potuto fare di meglio. La differenza tra un bolognese e un cinese – come se fosse logicamente corretto fare un paragone tra una derivazione etnica e un certificato di residenza – è tutta nel corpo: il colore e l’odore della pelle, la forma del volto, il modo di vestire. Non c’è certificato di nascita che tenga, qui. Non c’è permesso di soggiorno o lavoro regolare che possa giustificare la presenza di estranei.

Il razzismo è un mito potentissimo: può farti individuare un nemico su cui scaricare ogni tipo di frustrazione e contro cui rivendicare la più irragionevole pretesa. E per farlo non ha bisogno di “razze”; e questo non tanto perché – occorre ricordarlo? – le razze non sussistono, quanto perché non c’è alcun bisogno che il gruppo “razzizzato” sia ben riconoscibile fisicamente. Altrimenti la Stella di Davide, applicata agli ebrei dai nazisti al fine di riconoscerli, non si spiegherebbe. Nessuno ha bisogno di caratteristiche particolari per essere vittima di razzismo, tutti potremmo essere degli ottimi candidati.1

Fortunatamente, a Bologna ho avuto la fortuna di incontrare, finora, solo persone che amano profondamente la propria città e sono abituati a vederla occupata da stranieri lavoratori e studenti di tutta Italia ed Europa. Il ragionamento è questo ed è semplice: se vivi qui, se tratti bene questo posto, se mi permetti di fare lo stesso, la città è tua. Temo che le cose, però, d’ora in poi non saranno le stesse, e sull’autobus dovrò sopportare i commenti xenofobi di gentaglia non meritevole di alcuna considerazione.

Io voglio partecipare a ogni tipo di manifestazione contro questa brutta piaga che è la Lega Nord, contro questa brutta piega del progresso morale che è il razzismo, contro la retorica dei valori e dell’identità, contro la stigmatizzazione del migrante. Spero che i gruppi autogestiti e sinistrorsi bolognesi2 si siano accorti di questo pericolo vero.

Note
  1. Su questi temi consiglio un testo di grandissimo interesse: Nonostante Auschwitz. Il ritorno del razzismo in Europa di Alberto Burgio. ()
  2. Ho linkato i primi che mi vengono in mente. ()
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Rumeni e Romani

bandiera_europa

Provo a mettere in ordine alcune idee scaturite dal delitto di Giovanna Reggiani, divenuta casus belli della questione Rom, extracomunitari ed affini, e da ciò che ne è seguito.

Un pericolo sempre presente

Parto da un presupposto che, chi ha letto La Personalità Autoritaria o è semplicemente dotato di buon senso, probabilmente condivide: il pericolo del fascismo è, al di là delle epoche, sempre alle porte. Il fascismo non è solamente un particolare tipo di potere storicamente determinato, è anche e soprattutto un tipo di personalità potenzialmente presente in ogni società.

Ignoranza e Patria

I Rom non sono Rumeni. Non è possibile rispedirli a casa, perché la loro condizione essenziale è proprio non averla, una casa. Chi è senza patria, l’apolide, è un escluso. L’essere escluso è una sua caratteristica (Bauman parlerebbe di vite di scarto), ma è anche un torto che oggi comincia a farsi pesante. Globalizzazione e multiculturalismo sono davvero dei vuoti paroloni, utili solo a riempire le tasche dei potenti.

L'apolide per la polizia italiana

Un discorso del genere, però, è impossibile farlo capire a giornalisti e cittadini italiani. Beppe Grillo mette le telecamere sull’antipolitica; fuori e dentro gli stadi ci si scaglia contro la polizia italiana; a volte sembra fuori luogo il solo parlare di Italia.

Eppure c’è qualcosa che resta fermo ed immobile: l’ideale di Patria. O meglio: la connotazione violenta di quell’ideale; quella per cui, nello stesso momento in cui affermo con orgoglio la mia italianità, dico anche “odio chi non è Italiano”. Inutile dirlo: una connotazione xenofoba e fascista.

Inter nazionalsocialismo

Ora, però, bisogna fare un passo in avanti. Parlare di Italia in questo caso è davvero riduttivo e rischia di non farci comprendere la portata del problema. La Patria, che lo si voglia o no, oggi (ma forse anche ieri) è l’Europa.

Europa?

Allo smantellamento delle dogane non sembra seguire uno smantellamento delle xenofobie. Piuttosto, sembra che allargare i confini nazionali serva solo ad allargare i problemi e renderli comuni. Questo è ciò che succede quando si vuol basare un’idea (o un sentimento) come quella di Europa su ragioni economiche e non culturali ed umanitarie (La UE è troppo CEE). Con buona pace di Marx.

Sicurezza e giustizia

Gli Italiani si sentono insicuri. Cominciano a sentirsi discorsi sempreverdi del tipo “si stava meglio quando si stava peggio” oppure “eh, almeno quando c’era Lui dormivamo con le porte aperte!”. La pochezza degli Italiani si sente in questi momenti.

Non dico che non esiste un problema “sicurezza”, dico invece che ce n’è uno più urgente: quello della legalità e della giustizia. Per ogni extracomunitario che uccide, spaccia e ruba, c’è un delinquente italiano che ne prende i guadagni. Ma questo fingiamo di non saperlo. Se la disperazione e la povertà non giustificano gli atti tremendi che spesso sono associati agli immigrati, quali sarebbero le scusanti per gli sfruttatori di minori e per i magnacci italiani?

Nessuna scusa.

A meno che non si voglia affermare che le donne italiane possono essere stuprate solo da uomini italiani, che gli scippi possono essere gestiti solo dalla ‘Ndrangheta, che il commercio di droga può essere controllato solo da Cosa Nostra.

Ma no! Certo che non si vuole dire questo.

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