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Ultime cose

I mesi passano, in questa nuova Bologna. La politica mi sfiora appena, il decreto interpretativo mi infastidisce come una zanzara testarda in una notte d’agosto. Ho dato un esame, a breve un altro. Il libro che Matteucci ha messo nel programma di Estetica contemporanea lo consiglio a tutti: trattasi di Arthur C. Danto, La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte. Ho letto finora solo cose degne di esser lette, e spero di continuare così. Ho iniziato i Racconti di Dürrenmatt. Il primo è di undici righe. Ho dovuto chiudere il libro e rinviare la lettura del racconto successivo all’indomani. Ecco le undici (qui di meno) intensissime righe: Natale Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi ... Continua a leggere...

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Come un intervento fuori luogo può decidere del destino della filosofia e del pensiero

Torno a scrivere delirare di metafora e filosofia. Circa tre mesi fa, a lezione di Estetica da Carlo Gentili, si analizzava il saggio di Heidegger Der Ursprung des Kunstwerkes, L’origine dell’opera d’arte. In particolare, ci si soffermava sul dipinto di Van Gogh, Un paio di scarpe, indicate genericamente da Heidegger come “le scarpe contadine” o, addirittura, “le scarpe della contadina”. Dico “addirittura” perché quel soggetto tirato fuori dal cilindro (la contadina) è costato non poco al mago Martin in termini di chiarezza e polemiche. Ma questo non c’importa, né voglio divertirvi con qualche riflessione sulla strumentalità dello strumento, la cosalità della cosa e l’operalità dell’opera. Quello che m’importa è ricordare l’intervento che uno studente ha fatto, a lezione, dopo che il Prof. lesse per intero il famoso passo del saggio in cui, dall’essere un semplice “paio di scarpe”, lo strumento giunge a disvelamento, ossia a verità – ἀλήθεια. O, quantomeno, una verità. Prima ... Continua a leggere...

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Elucubrazione pseudo-linguistico-anglosassone

A me la lingua inglese non piace. Non ha la musicalità del francese, non ha la perfezione del tedesco, non ha la poesia dell’italiano, non ha il colore dello spagnolo. In compenso, dicono, è una lingua molto semplice. Anche se, dico io, quando leggo una pagina in francese riesco a capirne il senso generale senza averne mai studiato la lingua; quando invece leggo una pagina in inglese, se non fosse perché la lingua mi è stata inculcata sin dalle elementari, non ci capirei nulla. Tuttavia ho pensato una cosa interessante (interessante?): l’inglese, che è la lingua più parlata al mondo insieme al cinese, sembra avere più consapevolezza della corporeità umana. Sono esagerato? Ed allora come ce lo spieghiamo che la parola “qualcuno” può essere tradotta indistintamente con “someone” (che, letteralmente, significa “qualcuno”) e “somebody” (che, sempre letteralmente, significa “qualche-corpo”)? Lo stesso vale per “nessuno”, che può essere tradotto con “no one” e “nobody”; ... Continua a leggere...

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