Mi rimangio ciò che ho detto in un precedente post:
ora che sono più libero (mentalmente, intendo) prometto solennemente di scrivere più spesso sul blog.
Avevo già dimenticato quanto fossero impegnative le lezioni. Impegnative dal punto di vista del tempo a disposizione: non ho idea di quando riuscirò a studiare! Impegnative dal punto di vista mentale: la Letteratura Italiana, questo mostro a me (ahimè) sconosciuto, ha il monopolio del mio “flusso di coscienza”.
Proprio in Letteratura Italiana, grazie ad un eccellente docente, sto imparando a guardare da un altro punto di vista la Poetica di Aristotele. Si parla della tragedia greca. E mi scervello per cercare di trovare un nesso decente tra due posizioni: quella di Aristotele e quella di Nietzsche.
In particolare, sto cercando di confrontare affermazioni di Aristotele come questa:
la parte [della tragedia] più importante di tutte è la composizione delle azioni. La tragedia infatti è imitazione non di uomini ma di azioni e di un’esistenza, e dunque non è che i personaggi agiscono per rappresentare i caratteri, ma a causa delle azioni includono anche i caratteri, cosicché le azioni e il racconto costituiscono il fine nella tragedia
Con affermazioni di Nietzsche (da La nascita della tragedia) come questa:
siamo giunti a capire che la scena assieme all’azione fu pensata in fondo e originariamente solo come visione, che l’unica “realtà” è appunto il coro, il quale produce fuori di sé la visione e parla di essa con tutto il simbolismo della danza, del suono e della parola.
Se qualcuno ha un aiutino, è ben accetto!











La verità metaforica
Credo che la metafora sia il principe degli strumenti umani. Non è solo una questione di linguaggio, ma proprio di essenza: ogni espressione umana è metaforica.
C’è un brevissimo testo di Friedrich Nietzsche di cui vorrei parlare a riguardo della metafora: Su verità e menzogna in senso extramorale. Già dall’incipit, si entra subito nell’atmosfera nietzscheana:
L’uomo percepisce il suo intelletto come il centro del mondo ma, dice Nietzsche, “se noi potessimo comunicare con la zanzara, apprenderemmo che anch’essa svolazza nell’aria con questo pathos e si sente appunto il centro svolazzante del mondo”. A partire da questo esempio della profonda relatività della conoscenza umana, l’autore si immerge nella genesi di quest’ultima e ne svela la profonda mancanza di verità:
Verità non si dà all’interno del linguaggio umano, poiché esso non è solo suono significante, ma è soprattutto significato. Prima di essere suono, una parola è uno stimolo nervoso ed una rappresentazione mentale. Ci si rende conto, allora, che la capacità del linguaggio di indicare la realtà è minima. Penso che la nostra “verità” si potrebbe paragonare a ciò che, per Platone, la realtà sensibile era rispetto alla realtà iperuranica: un’imitazione. Solo che il platonismo di Nietzsche è più radicale, nel senso che va alle radici terrene e terrestri, e propone il linguaggio come imitazione metaforica di questa realtà.
Ma se questa è la caratteristica propria del linguaggio (di ogni linguaggio) e, quindi, della verità che tramite il linguaggio è espressa, qual è la differenza tra un discorso “scientifico” e la “poesia”? La differenza c’è, eccome, ma è stranamente contraria a ciò che solitamente siamo indotti a pensare: la poesia è più scientifica della stessa scienza.
Se la verità è “un mobile esercito di metafore”, lo scienziato è colui che sa ben utilizzare la metafora. Colui che ne ha il pieno potere, colui che metaforicamente rappresenta la realtà che lo circonda. In questo i filosofi (soprattutto penso allo stesso Nietzsche e ad Heidegger) sono dei maestri: sanno esprimere il contenuto in una forma che lo sappia rappresentare. Per questo Nietzsche ed Heidegger sono i più criticati e, a volte, disprezzati per l’utilizzo del loro linguaggio: spesso si sente dire che ciò che Heidegger esprime in difficili metafore, formule e giri di parole, in fondo sono banalità che potrebbero essere dette molto più semplicemente.
Ma riflettiamo: se Nietzsche ha ragione, ed io credo che l’abbia, togliere la metafora dal testo heideggeriano, dal testo nietzscheano, significa falsificare quei testi e quella realtà (la nostra realtà) che essi rappresentano.
Quindi, non me ne voglia lo scientismo, la filosofia e la poesia sono le più alte e rigorose forme di scienza. Portando alle estreme conseguenze questo ragionamento, mi piacerebbe che poesia e filosofia fossero non divise così nettamente (l’una come “arte”, l’altra come dispiegamento razionale del pensiero), ma che dessero vita (insieme alla scienza, certo) ad un linguaggio più consapevole, ad un pensiero più umile, ad un uomo più umano.