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La verità metaforica

Credo che la metafora sia il principe degli strumenti umani. Non è solo una questione di linguaggio, ma proprio di essenza: ogni espressione umana è metaforica.

C’è un brevissimo testo di Friedrich Nietzsche di cui vorrei parlare a riguardo della metafora: Su verità e menzogna in senso extramorale. Già dall’incipit, si entra subito nell’atmosfera nietzscheana:

In un angolo remoto dell’universo scintillante, diffuso in innumerevoli sistemi solari, c’era una volta un astro sul quale animali intelligenti inventarono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della “storia universale”; ma fu solo un minuto. Dopo pochi respiri della natura l’astro s’irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire.

L’uomo percepisce il suo intelletto come il centro del mondo ma, dice Nietzsche, “se noi potessimo comunicare con la zanzara, apprenderemmo che anch’essa svolazza nell’aria con questo pathos e si sente appunto il centro svolazzante del mondo”. A partire da questo esempio della profonda relatività della conoscenza umana, l’autore si immerge nella genesi di quest’ultima e ne svela la profonda mancanza di verità:

Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state trasposte e adornate poeticamente e retoricamente e che, dopo un lungo uso, appaiono a un popolo salde, canoniche e vincolanti.

Verità non si dà all’interno del linguaggio umano, poiché esso non è solo suono significante, ma è soprattutto significato. Prima di essere suono, una parola è uno stimolo nervoso ed una rappresentazione mentale. Ci si rende conto, allora, che la capacità del linguaggio di indicare la realtà è minima. Penso che la nostra “verità” si potrebbe paragonare a ciò che, per Platone, la realtà sensibile era rispetto alla realtà iperuranica: un’imitazione. Solo che il platonismo di Nietzsche è più radicale, nel senso che va alle radici terrene e terrestri, e propone il linguaggio come imitazione metaforica di questa realtà.

Ma se questa è la caratteristica propria del linguaggio (di ogni linguaggio) e, quindi, della verità che tramite il linguaggio è espressa, qual è la differenza tra un discorso “scientifico” e la “poesia”? La differenza c’è, eccome, ma è stranamente contraria a ciò che solitamente siamo indotti a pensare: la poesia è più scientifica della stessa scienza.

Se la verità è “un mobile esercito di metafore”, lo scienziato è colui che sa ben utilizzare la metafora. Colui che ne ha il pieno potere, colui che metaforicamente rappresenta la realtà che lo circonda. In questo i filosofi (soprattutto penso allo stesso Nietzsche e ad Heidegger) sono dei maestri: sanno esprimere il contenuto in una forma che lo sappia rappresentare. Per questo Nietzsche ed Heidegger sono i più criticati e, a volte, disprezzati per l’utilizzo del loro linguaggio: spesso si sente dire che ciò che Heidegger esprime in difficili metafore, formule e giri di parole, in fondo sono banalità che potrebbero essere dette molto più semplicemente.

Ma riflettiamo: se Nietzsche ha ragione, ed io credo che l’abbia, togliere la metafora dal testo heideggeriano, dal testo nietzscheano, significa falsificare quei testi e quella realtà (la nostra realtà) che essi rappresentano.

Quindi, non me ne voglia lo scientismo, la filosofia e la poesia sono le più alte e rigorose forme di scienza. Portando alle estreme conseguenze questo ragionamento, mi piacerebbe che poesia e filosofia fossero non divise così nettamente (l’una come “arte”, l’altra come dispiegamento razionale del pensiero), ma che dessero vita (insieme alla scienza, certo) ad un linguaggio più consapevole, ad un pensiero più umile, ad un uomo più umano.

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Amore e corpo, voci spezzate

voci_spezzate

Risorgo per qualche minuto dal mio studio matto e disperatissimo (matto e disperato lo sto proprio diventando, se non altro per l’orario in cui mi sono ridotto a scrivere questo post), per parlare di una neo-poetessa.

Si chiama Oriana Mascali, ha 18 anni, è catanese e frequenta l’ultimo anno del Liceo Classico Mario Cutelli di Catania.

Ho avuto la fortuna di conoscerla grazie al tirocinio che da poco ho concluso: con Oriana, infatti, ho in comune la mia bravissima ex-docente di Storia e Filosofia. A parte questo, ovviamente, avrò scambiato con lei si e no due parole.

Poi, scopro che ha da poco pubblicato delle poesie per la casa editrice “Il filo”. La raccolta si chiama Voci spezzate, il titolo è preso dall’ultimo verso di una delle poesie più belle. Ne ricopierei una qui, ma non so se, per il copyright, si possa fare.

Voci spezzate

Io non ne capisco molto di poesia, le mie letture sono di ben altro genere, ma una cosa riesco ad apprezzarla anche senza essere un esperto: la musica (ed in questo devo, ancora una volta, ringraziare il Prof. Biuso).
Si, i versi sono ricchi di significato, ma ciò che conta è il significante, il suono e la melodia di una lettura ad alta voce.
L’arte è pura forma, e Oriana l’ha colta in pieno. E’ come il corpo: una forma apollinea, l’unica che riesce a contenere e manifestare il dionisiaco, la forza dell’eros e la potenza dell’amore (il corpo e, soprattutto, l’amore sono onnipresenti nelle poesie di Oriana).

C’è un intero mondo, dietro il suono delle sue parole. Un mondo strano, affascinante e terribile. Affascinante, perché quelle che Oriana esprime sono sensazioni che, già dopo qualche anno, non penso proverà più, almeno non come ora. Appartengono ad una dimensione che io rimpiango tantissimo: una via di mezzo tra l’adolescenza, che per la prima volta viene guardata e giudicata dall’alto, e “qualcos’altro” che ancora non si sa cos’è (io non l’ho ancora capito). Ma forse sono io ad aver dimenticato, magari i “poeti” riescono a tenere vivo il ricordo.
Terribile, perché non potrebbe essere altrimenti: chi si getta ciecamente in sé stesso, può solo trovare, accanto alla purezza e la bellezza dell’animo-corpo, pulsioni ed istinti oscuri, forze primitive ed elementi naturali che, normalmente, ignora.
Per dirla con Nietzsche: “E se tu scruti a lungo un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te” (“Al di là del bene e del male”, aforisma 146).

La “poetica” (si dice così?) di Oriana mi ricorda, per grandi linee, quella di un’altra poetessa, che amo molto: Lorenza Giusto. Anche lei catanese, ha pubblicato una raccolta di poesie, intitolata (guarda caso) Corpo spezzato. Di queste mi prometto di parlare in un altro momento e più appronditamente.

Se viste accanto allo schifo che ogni giorno vivo in questa città (ma penso che lo vivrei anche altrove), all’ignavia della maggior parte dei “giovani” di questo luogo che amo, le poesie di Oriana sono una ventata d’aria fresca, nuova e pura. Mi ci voleva proprio.

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