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Big Brother

Cateno si è posto qualche giorno fa una domanda:

se la deriva bonariamente autoritaria in cui sta scivolando questa Italietta di pantofolai e vestagliati dovesse definitivamente risolversi in una dittatura violenta e se, una volta avvenuto ciò, chi non si allineerà al regime sarà perseguito, perseguitato e, a meno che non si riallinei, torturato e finanche ucciso, ebbene, io, in tal caso, che farei?

Lui ha risposto che gli finirebbe a fare l’antieroe, cioè colui che – da vero anarca – agisce contro il potere tirannico dall’interno e la cui azione è sempre un’azione libera, anche da ogni altra ideologia. Non credo di conoscere alcuna persona così poco sana di mente da poter fare di “meglio” (ossia da fare l’eroe), me stesso compreso.

Tommy prosegue il discorso e dice che sì, non sarebbe eroe neanche lui, ma martire lo diverrebbe se il regime richiedesse il controllo sul suo pensiero.

A chi vi somiglia?

A chi somiglia?

Il guaio, a mio parere, è che viene da chiedersi: quando ogni mia azione, anche la più quotidiana, sottosta ai dettami del regime, quanto veramente conta il fatto – fatto di cui solo io sono a conoscenza (al massimo qualche mio amico stretto) – che il mio pensiero va da tutt’altra parte?

Inoltre: se in una situazione di democrazia o presunta tale quale oggi siamo giudichiamo incoerente chi non fa corrispondere pensiero e azione, perché la stessa persona non sarebbe incoerente in una situazione di regime?

Infine: siamo sicuri che all’individuo basti il solo pensiero? Che il pensiero sia sufficiente a se stesso? Insomma: come vivrei, senza poter mai esprimere il mio pensiero in azioni? Come vivrei agendo sempre in maniera contraria al mio pensiero? C’è il rischio di impazzire!

Sono due le vie d’uscita, a questo punto: agire conformemente al proprio pensiero rischiando la pelle e, dunque, diventare un eroe; oppure pensare conformemente alle proprie azioni, ossia soccombere al controllo del pensiero voluto dal regime. Non si tratta di scelta, secondo me, bensì di predisposizione. Essere libero o schiavo, da sempre, non è un merito o una colpa.

Non è colpa di Winston, infatti, se Orwell conclude così 1984, dopo aver sottoposto il protagonista a una tortura atroce:

Guardò su, alla faccia enorme. Gli ci erano voluti quaranta anni per imparare che specie di sorriso era nascosto sotto quei baffi neri. Oh, che equivoco crudele, e inutile! Oh, quale indocile esilio volontario da quell’affettuoso seno! Due lacrime puzzolenti di gin gli sgocciolavano ai lati del naso. Ma ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era riuscito vincitore su se medesimo. Amava il Gran Fratello.

E, tuttavia, siamo ben lontani dallo sperare che un tale sofisticato regime possa instaurarsi in Italia, al massimo un bieco stato di polizia.

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Sitosophia Politica

Firma per la mobilitazione dell'Università contro il d.l. 112

L’imbarazzante silenzio – che speriamo verrà interrotto – di uno tra i più grandi Atenei italiani, quello di Catania, riguardo il disastroso decreto legge 112, ha portato un pugno di studenti di filosofia a pubblicare una petizione.

Questo gruppo, che si chiama Sitosophia e di cui sono orgoglioso cofondatore, richiede che l’Ateneo:

  • sospenda l’avvio del nuovo anno accademico (quindi lezioni, esami e sessioni di laurea) informando i propri studenti e personale amministrativo della situazione in sedi opportunamente stabilite
  • non approvi i bilanci preventivi in mancanza delle adeguate risorse economiche, in segno di netta protesta
  • organizzi un preciso e concreto calendario di iniziative di mobilitazione

Niente di fantascientifico, dunque, solo una necessaria presa di posizione Contro il tramonto dell’Università italiana.

Firmate tutti e diffondete il verbo, è importante.

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Ciò che Molly non doveva sapere

Molly Sweeney allo specchio

Il titolo qui sopra fa il verso al noto esperimento mentale di Frank Jackson descritto in Ciò che Mary non sapeva. Quel che leggerete di seguito, invece, si riferisce ad una rappresentazione teatrale a cui ho assistito ieri: Molly Sweeney. Gli ingredienti, quindi, sono: neuroscienze, filosofia e teatro.

Molly Sweeney allo specchioIl testo, ispirato a un fatto realmente accaduto e raccontato dal neurologo Oliver Sacks nel saggio Vedere e non vedere, apre uno squarcio profondo sui problemi etici e filosofici che la cura dei pazienti può avere sugli stessi. Brian Friel rielabora la vicenda di un singolare caso clinico mantenendo intatto il rigore scientifico e introducendo degli elementi che trasfigurano il caso.
Molly è una donna di quarant’anni, cieca ma completamente autonoma, che lavora come fisioterapista in un centro benessere. Il tatto è la strada per entrare in contatto col mondo e per riconoscerlo, e supplisce perfettamente all’assenza della vista. La donna, convinta a sottoporsi ad un’operazione chirurgica, riacquista in parte la vista, ma il tanto atteso esito positivo provoca invece in lei un grande un trauma. Molly si trova infatti a dover ri-conoscere il mondo, a doversi reinventare il suo orientamento, a re-imparare a vedere. Tutto ciò sfocerà in un tragico fallimento, probabilmente già intuito dalla paziente prima dell’intervento.
Si riapre dunque l’antico interrogativo che William Molyneux sottopose all’amico John Locke: “Immaginiamo un uomo nato cieco e ormai adulto, a cui sia stato insegnato a distinguere un cubo da una sfera mediante il tatto e al quale venga ora data la vista; sarebbe egli in grado, prima di toccarli di distinguerli e dire quale sia la sfera e quale il cubo, servendosi solo della vista?”.
Un cast d’eccezione compone il trittico dei personaggi: Umberto Orsini, Valentina Sperlì e Leonardo Capuano

Due sono le caratteristiche peculiari di questa rappresentazione teatrale:

  1. Per la prima mezz’ora circa, gli spettatori sono spinti ad indossare una mascherina sugli occhi per non vedere. Non vedere come non vede Molly Sweeney, in modo da tentare di immedesimarsi in lei; o almeno questa era l’intenzione del regista.
  2. Non vi sono dialoghi. I tre personaggi sono sempre sulla scena contemporaneamente e spesso interagiscono nelle loro azioni e movimenti: si toccano, muovono oggetti, addirittura ballano. Tranne rarissimi casi, però, non si scambiano una parola. La vicenda di Molly Sweeney viene raccontata dai tre punti di vista (di Molly stessa, del marito e del dottore) in modo indipendente. Ne conseguono lunghi monologhi (ma non soliloqui!), recitati molto bene.

Sul primo punto, però, condivido le stesse perplessità espresse da Danilo Ruocco:

il teatro è visione fin nell’origine della sua parola. Infatti la parola theatron, da cui la parola teatro deriva, significa “luogo dal quale si vede” e indicava l’emiciclo nel quale il pubblico si sistemava per guardare lo spettacolo. Impedire la visione a teatro, quindi, significa, in qualche modo, snaturarne profondamente la natura. Se l’intento, poi, era quello di fare immedesimare gli spettatori nella difficoltà cognitiva di una persona non vedente, va detto che lasciare comodamente seduti in platea gli spettatori e non sollecitarli in alcun modo non pare una via particolarmente stimolante.

Inoltre, tornando al titolo che ho dato a queste poche righe, mi è dispiaciuto molto notare un grave errore (almeno secondo la mia analisi) nel testo o nella rappresentazione teatrale.

Salvador Dalì - L'occhioPremessa: Molly è cieca dall’età di 10 mesi; il medico stesso afferma che Molly non ha più alcun ricordo del mondo visibile; in pratica, è come se Molly fosse nata cieca. D’altra parte, però, possiede veri e propri engrammi tattili e olfattivi degli oggetti con cui viene in contatto: riesce a riconoscere un fiore tra tanti, con assoluta precisione, solo a partire dall’odore e dalla consistenza delle sue parti (petalo, stelo, gambo etc.).

Quando, subito dopo l’operazione agli occhi, il marito visita Molley in ospedale, accade la scena scientificamente errata: il marito le porta un mazzo di fiori e, per provare la sua vista ritrovata, le chiede di che colore siano i fiori e la carta che li contiene. Molly risponde senza esitare: blu i primi, gialla la seconda. Il marito a quel punto le chiede di quale tipo di fiore si tratti, ma Molly non sa rispondere e deve chiudere gli occhi, portare il mazzo sotto il naso e toccare i fiori per poterli, infine, riconoscere come fiordalisi.

L’errore sta nella risposta alla prima domanda, alla quale, Molly non avrebbe assolutamente potuto rispondere. Giusta, invece, la non-risposta alla seconda domanda. Se la forma visibile del fiore non dice a Molly nulla riguardo all’identità del fiore (poiché è la prima volta che vede quella forma), lo stesso deve valere per i colori (perché è la prima volta che vede quei colori).

Pollock - La chiaveProvate a descrivere un colore: il rosso, ad esempio. Potete descriverlo in modo da rendere l’idea del rosso in quanto colore diverso dal giallo, dal marrone etc.? Certamente no. Noi utilizziamo i colori per descrivere oggetti (“quell’auto è rossa”), ma non possiamo descrivere i colori stessi. Ciò perché quella della visione dei colori è una delle esperienze qualitative della mente: i qualia. Come per Mary (la protagonista dell’esperimento mentale di Jackson), anche per Molly la visione dei colori doveva rappresentare una nuova acquisizione di conoscenza.

A molti, forse, questa che ho scritto sarà sembrata un’osservazione pignola. Penso invece che in una rappresentazione teatrale che mette in scena un caso clinico del genere, basato su una storia reale, la questione dei colori sia particolarmente emblematica e, tra l’altro, maggiormente intuitiva per il pubblico.

Per concludere, una nota positiva: magnifica la scena finale! La trovata scenica è di grande effetto: Molly è legata ad una lastra luminosissima che fluttua sospesa a mezz’aria. La sua follia è rappresentata come la necessaria conseguenza di un cambiamento psicofisico troppo radicale, della rottura di un solido equilibrio costruito nel tempo di una vita.

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La bussola anticattolica

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Ho visto La bussola d’oro. Per due motivi:

  • Tutto ciò che viene criticato dalla Chiesa, oggigiorno ha un motivo in più per essere visto, letto, conosciuto.
  • La divina Nicole. Prima o poi ci scriverò qualcosa su questa che – al di là dei gossip hollywoodiani – per me è la più grande attrice del nostro tempo.


Nikole Kidman, nei panni della cattiva Mrs. Coulter

Il film è tratto dal primo omonimo libro della trilogia di Philip Pullmann Queste oscure materie, addirittura messa all’indice in Texas (nota terra di libertà e tolleranza :-P ) e Canada. Lo stesso film è stato osteggiato e quasi boicottato da cattolici fondamentalisti, ed anche gli atei (per l’opposto motivo) si fanno sentire.

Non sono così informato su queste vicende di censura e, soprattutto, non ho letto il libro. Anche chi vedrà il film, comunque, si farà due risate, perché i gruppi ecclesiastici non stanno facendo altro che confermare il proprio ruolo: quello del Magistero.

Quest’ultimo, nel film, è un organo di potere che dice alla gente ciò che deve fare. Tra i suoi obiettivi, c’è quello di far sparire ogni traccia – dalla mente degli uomini – della Polvere. La Polvere – almeno questo mi è sembrato di intuire – è ciò che ha creato il mondo (anzi, tutti gli infiniti mondi paralleli possibili), ciò che muove ogni cosa, è l’anima stessa dell’universo, è la conoscenza e, quindi, il peccato originale. Una spiegazione del Mondo, di Dio e dell’Anima – questa della Polvere – davvero affascinante, coinvolgente e soprattutto immanentistica. Va da sé che i cattolici si siano tutti infervorati.


Lyra in sella all'orso corazzato

Altrettanto affascinante – anzi, senz’altro di più per i bambini…ma non solo :-D – è la faccenda dei Daimon. Ogni essere umano ha, sempre accanto a sé, un animale-guida. Di più: il Daimon è un continuo stream of consciousness oggettivato, visibile. E’ la propria anima. Con il proprio animale – diverso ed unico per ogni uomo – si trattiene un continuo contatto, che sia fisico o mentale. Gli si parla, ci si confida, si rivelano le proprie paure – anche se più spesso è proprio il Daimon a rivelare timori ed angosce. E’ la migliore e fantastica alternativa all’inconscio. Il Daimon rappresenta la continua pacificazione della coscienza individuale.


Lyra ed il suo Daimon

Detto questo, possiamo benissimo spiegarci il processo dell’Intercisione. Il Magistero compie questo terribile esperimento sui bambini, che consiste nel separarli dal proprio Daimon. Ciò che si ottiene sono bambini senz’anima, senza coscienza, totalmente indifesi, malati, innoqui. L’enorme dolore fisico e mentale della spersonalizzazione come unico sistema contro la naturale curiosità, voglia di conoscenza, libertà dello spirito (come quella di Lord Asriel, che sta per scoprire il segreto della Polvere e l’esistenza di infiniti mondi paralleli).

Bambini pronti per l'intercisione
Bambini pronti per l’intercisione

Altra chicca, l’Aletiometro. Da aletheia, che in greco vuol dire verità, questo aggeggio permette a chi è degno di poter porre qualsiasi domanda e di trovare sempre una risposta vera. L’Aletiometro è proprio la bussola d’oro che dà il titolo al film, il quale sembra quindi un “viaggio verso la verità”, verso la conoscenza, verso il mistero del mondo: ancora la Polvere.


L'Aletiometro

Insomma, in pentola c’è tutto ciò che può giustificare l’ostilità cattolica al libro e al film: verità, libertà, conoscenza, (auto)coscienza. Portate i bambini al cinema, questo Natale! ;-)

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Finto altruismo e risonanze magnetiche poco funzionali

risonanza_magnetica

Sul web, ma anche in tv, una notizia ha molto successo: si tratta del piacere di pagare le tasse.

Il macchinario utilizzato per questa “soprendente” scoperta è la risonanza magnetica funzionale, un dispositivo che, insieme ad altri, viene fin troppo osannato. Praticamente ogni minimo nesso tra una configurazione neuronale ed il comportamento umano fa notizia! E’ bello come scoprire l’acqua calda. Mi spiego meglio.

Macchina per la risonanza magnetica funzionale: la macchina della verità?

La ricerca dell’Università dell’Oregon, condotta da uno psicologo cognitivista e due economisti (che tremendo triumvirato!), ha scoperto che, quando spendiamo il nostro denaro in beneficenza o in pagamenti volontari (un esempio italiano potrebbe essere il 5 per mille), si attivano delle aree del nostro cervello che, solitamente, entrano in funzione con il soddisfacimento di bisogni primari (cibo, contatto sociale, etc.) ed il piacere che da essi deriva.

Questa analisi è di un banalità tale da lasciare senza parole. E pensare che su ricerche del genere le Università americane spendono soldoni e borse di studio!

Ma non finisce qui. Difatti, se fosse servita a trarre le giuste conclusioni, non avrei avuto nulla (o quasi) da ridire sulla ricerca made in U.S.A.

A smentire l’intelligenza degli studiosi americani e a confermare l’asservimento dell’uomo alla morale, arriva un’affermazione ingenua (troppo ingenua) da parte dello psicologo Ulrich Mayr:

La cosa sorprendente è che in una situazione in cui il vostro denaro viene semplicemente dato ad altri, senza che voi abbiate libertà di scelta, il vostro centro della ricompensa si attiva comunque. Non penso che la gran parte degli economisti lo avrebbe mai sospettato. Questo rinforza l’idea che nell’uomo ci sia dell’autentico altruismo.

Altruismo

Cosa c’è di sorprendente nello scoprire che la “beneficenza” soddisfa un bisogno primario? Essa soddisfa il bisogno di placare il nostro senso di colpa di fronte alle vite meno fortunate della nostra. E non è un’esigenza altruistica, bensì del tutto egoistica, come il mangiare ed il bere. Come disse Biuso a Natale:

colui che prende una decisione, che conduce un certo stile di vita, che opera delle scelte, lo fa sempre e inevitabilmente perché decisioni, stile e scelte lo gratificano. [...] Nulla c’è di negativo, e tanto meno perverso, in tutto questo! È inevitabile e giusto che sia così. Al mondo non c’è merito e non c’è colpa. [...] Liberiamoci dalla morale, dai sensi di colpa, dai rimorsi, dalla pena.

La potenza del nostro corpo-mente è il necessario motore delle nostre azioni. La beneficenza, l’altruismo e l’amore stesso sono delle splendide conseguenze, non cause.

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