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Mafia e omofobia

Giorni fa, la notizia: “Scrivi poesie quindi sei gay”, giovane mafioso stuprato in carcere a Catania.

Se c’è qualcosa che, per potenza, può superare la brutalità mafiosa, questa è solo la bellezza. La bellezza è l’antipode dell’acido, della bomba, delle intimidazioni, del pizzo, forse anche del potere. Chi coltiva in sé la bellezza è sulla buona strada per una vita felice e libera.

Non conosco la storia di questo picciotto-poeta dai modi effeminati, né il contenuto delle sue poesie. Certo, però, è che la mafia ha subito arginato il problema, inferendo al giovane un perverso contrappasso: sei un sodomita? E noi ti sodomizziamo.

Il problema non è l’omosessualità in quanto tale, ma l’omosessualità vissuta liberamente. Una spiegazione parziale dell’accaduto sarebbe questa: il ragazzo gay è stato simbolicamente e carnalmente soppresso in quanto ritenuto più debole. A questo bisogna aggiungere, però, il rigetto – sintomo di paura – della bellezza. Bellezza della poesia, bellezza della vita, bellezza della propria sessualità vissuta in modo sano, libero.

Mafia e omofobia vanno combattute anche per questo: tendono a distruggere il bello che abbiamo. Ad omofobi e mafiosi augurerei, allora, ciò che Aurelio Mancuso ha augurato alla nostra pseudo-sinistra:

Vorrei che il dolore di quei nove punti di sutura all’ano e la devastazione intima che ha provato e continuerà a provare quel ragazzo vi fosse trasmessa

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Sant’Agata: rito e schifo

Sant’Agata è la patrona della città di Catania. Dal 3 al 6 febbraio è la sua festa.

La santuzza sta in chiesa tutto l’anno, nella Cattedrale che porta il suo nome e che è il duomo di Catania. Il 4 febbraio, dopo la messa dell’aurora, succede una cosa: la chiesa cede Agata al popolo catanese devoto. Più che come un regalo, questo gesto è da interpretarsi come dovuto, come una restituzione. I catanesi devoti non è che “accolgono” le reliquie che gentilmente sono a loro “donate” per due giorni. I catanesi se le prendono. “Agata è dei devoti” : una frase, quest’ultima, che il catanese conosce bene.

Questo, sommariamente descritto, è l’atto di scristianizzazione che dà il via alla festa. La festa assume i suoi connotati pagani ed Agata diviene la vera divinità del popolo catanese. La martire è venerata, invocata con urla, pregata. A lei sono dedicate le prove di forza, sofferenza e virilità di chi, da solo o in gruppo, si carica sulle spalle ceri dal peso anche di trecento chili. Per lei si fa la ‘nnacatedda, cioè il balletto delle candelore, e si tira il fercolo col cordone. La vergine viene anche divorata nella sua parte più caratteristica e più martoriata: le minne, cioè i seni. Fin qui il rito, tra sacro e profano, ed il lato antropologico della festa.

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C’è un altro lato, uscito alla ribalta di recente con un effetto-sorpesa simile a quello di chi dice “ho scoperto l’acqua calda”: la gestione mafiosa della festa e l’enorme giro di soldi che essa porta. Lungo tutta la via Etnea si posizionano (nessuno senza il permesso di chi detiene la gestione economica della festa) una quantità enorme di camion, carrozzoni e bancarelle, che riempiono la città col fumo della carne arrostita e col fetore dell’olio fritto. Il fercolo fa sosta sotto i balconi dei boss mafiosi. In onore di quest’ultimi si sparano pure dei fuochi artificiali fuori programma. Sugli orari di uscita e rientro della santa in chiesa ci si fanno le scommesse clandestine.

http://video.google.com/videoplay?docid=-6446657828911945352

La festa di Sant’Agata è del popolo catanese. Il popolo catanese è, nel suo fondo mafioso, marcio. Ergo la festa è marcia.

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Totò dimettiti!

Totò dimettiti!

Oggi Paolo Borsellino avrebbe compiuto gli anni. Nella sua terra, oggi, governa fiero un condannato.

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Ma dimmi: tu non ne conosci gente disonesta che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove?

Paolo Borsellino, lezione sulla mafia 1989 (via Bispensiero)

Dopo il post veloce ed istintivo scritto ieri sulla condanna di Totò Cuffaro, ne scrivo un altro ancora più istintivo. Ché non c’è niente su cui riflettere, stavolta è tutto davanti i nostri occhi, e solo gli allocchi non si accorgeranno dello schifo di questa situazione insostenibile.

Totò “vasa vasa” resta al suo posto, dice. E lo farà, statene certi. Da parte del mondo politico ottiene la solidarietà di molti, in primis di Lorenzo Cesa e Silvio Berlusconi. Quest’ultimo, in particolare, non ci pensa due volte ad attaccare per l’ennesima volta la magistratura, annunciando la solita riforma-golpe.

Parlo di Cuffaro, ma ovviamente basterebbe cambiare questo cognome con “Mastella” per ottenere il medesimo risultato.

So che i blogger (e, in generale, chi possiede un sito) in questi casi sanno farsi sentire, nel loro “piccolo”, sfruttando quel poco di spazio che si sono conquistati-accaparrati nella rete. Dunque:

  • Se ritieni che non bisogna aver ucciso qualcuno per dimettersi da un incarico pubblico.
  • Se sai dare il giusto peso alle colpe, se sai distinguere ciò che è lecito da ciò che è illecito e non ti fai abbindolare da un uso criminoso del linguaggio: se, quindi, il “favoreggiamento semplice” di Cuffaro ti indigna e credi che non possa assolutamente “restare al suo posto” come governatore della Sicilia.
  • Se aborri la casta-famiglia che tutta (nel caso di Mastella) o in parte (nel caso di Cuffaro) si stringe accanto al parente-politico condannato o accusato dalla magistratura.
  • Se, nello scontro tra politica e magistratura, sei dalla parte di quest’ultima, dalla parte della giustizia.
  • Se la mafia DAVVERO ti fa schifo e non lo dici solo per motivi demagogici o per discolparti da collusioni mafiose che hai diligentemente nascosto e rese innoque.
  • Se ammiri il lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e non avresti mai potuto aggredirli al fine di proteggere ed osannare la Democrazia cristiana.

Allora ti propongo di esporre sul tuo blog-sito-spazio web un’istanza più che lecita:

Totò dimettiti!

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