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Guida Ai Perplessi

Avete presente quella petizione scritta da meno di dieci poveri studenti di Filosofia di Catania, tra cui il sottoscritto, che chiede a gran voce che l’Università si muova contro il disastroso D.L. 112?

A riguardo, devo darvi due notizie, una cattiva e l’altra pure:

  1. Abbiamo raccolto finora solo 137 firme. Speriamo aumentino con la fine dell’estate e l’inizio degli esami. Si, come no.
  2. Come già previsto, molti studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia sono perplessi sulla prima e più importante richiesta della petizione, la quale recita:

Noi proponiamo di sospendere l’avvio del nuovo anno accademico (quindi lezioni, esami e sessioni di laurea) informando i propri studenti e personale amministrativo della situazione in sedi opportunamente stabilite

Gasp

Tra il perplesso e l'impaurito.
Foto di paul peracchia

Ai perplessi (che non sono gli stessi a cui si riferisce questo magnifico libro, libro a cui questo post fa il verso) voglio dire: perché, ad esempio, i camionisti possono scioperare in massa, non lavorare più di comune accordo e ovviamente ottenere ciò che vogliono e l’Università non può farlo? Perché? Datemi un motivo.

Ipotizziamo alcune perplesse obiezioni e proviamo a rispondere:

  1. Con la sospensione dell’A.A. ne andrà del futuro degli studenti studenti, dei loro esami e delle loro lauree.
  • Qualsiasi sciopero, in quanto sospensione di un servizio, punisce gli utenti di quel servizio. È logico e naturale. Quando i camionisti hanno fatto sciopero, tu o tua mamma non avete potuto fare una spesa decente o far sempre benzina alla macchina. Se non si crea casino, che sciopero è?
  1. Figuratevi se l’Università sospenderà l’A.A. solo perché lo chiediamo noi, non succederà mai.
  • Può darsi. Se però tu non firmi la petizione e non fai sentire la tua voce, anche la speranza può andarsi a fare benedire.
  1. Figuratevi se, anche sospendendo l’A.A., il governo farà qualcosa.
  • E che fa, lascia scomparire l’Università italiana dalla faccia della terra? I camionisti hanno ottenuto quello che volevano ricattando il governo di sinistra, ora tocca farlo all’Università con il governo di destra. Non è difficile.
  1. Se sospendono l’A.A. non mi potrò laureare.
  • Se, con questo e i prossimi decreti, le cose andranno nella direzione che temiamo, tuo figlio probabilmente non potrà iscriversi ad un’Università pubblica. Le cose potranno risolversi, però, se con la tua laurea (conquistata non firmando la petizione) otterrai un lavoro così gratificante economicamente da poter iscrivere il tuo pargolo ad una prestigiosa università privata.

p.s.: fammi sapere qual’è questo lavoro strapagato che hai trovato con la tua laurea in Lettere, Filosofia o Scienze della comunicazione, che me lo cerco anch’io!

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Illusione del Consumismo

Elkann ruba un suo taxi

Da Bioetica vengo – purtroppo – a conoscenza di questa notizia riguardante uno degli esseri umani (?) più ricchi d’Italia:

Il taxi era una Fiat Marea uscita dalle sue fabbriche, dunque di sua proprietà.

Mentre tutti hanno criticato o almeno deriso (ah, stolti!) il baldo giovine per questa sua dichiarazione, io ho tentato di comprendere ciò che è davvero accaduto quella notte a Capri; una notte destinata ad entrare nei libri di storia, economia e filosofia.

Elkann è, in verità, un genio: ha reso esplicite le condizioni – finora taciute – del consumismo.

Il capitalista non è più solo colui che

  • possiede la fabbrica
  • possiede i mezzi di produzione
  • paga all’operaio un salario minore del valore del suo lavoro
  • vende la merce ad un prezzo che supera il valore del lavoro dell’operaio che l’ha prodotta
  • rende quindi possibile l’alienazione dell’operaio
    • dal prodotto del suo lavoro
    • dalla propria attività
    • dalla sua stessa essenza, cioè il lavoro libero
    • dal suo prossimo, cioè dal capitalista stesso

Il capitalista è anche e soprattutto colui che continua a possedere la merce prodotta, anche dopo che essa è stata venduta.

Consumismo per principianti

Se, finora, il consumismo ha avuto – tra le sue tante incertezze – almeno una regola: il consumatore compra e consuma la merce, con Elkann anche quest’era è finita: il consumatore si illude di comprare e consumare.

In verità, in qualsiasi momento e con una qualsiasi scusa, il capitalista può citofonare a casa del consumatore e chiedergli indietro la merce.

Chi di voi ha in garage una Lancia, una Fiat o un’Alfa Romeo è avvisato.

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Morti rosse

To’, le fonti di (dis)informazione si sono accorte che ogni giorno, in Italia, muore qualcuno sul proprio posto di lavoro. In pochi sembrano accorgersi dell’incredibile pseudo-sillogismo che se ne può ricavare:

  1. L’Italia è (una Repubblica democratica) fondata sul lavoro.
  2. Il lavoro è causa di morte praticamente ogni giorno.
  3. L’Italia è (una Repubblica democratica) fondata sulla morte sul lavoro.

Il lavoro è un valore da trasmettere. Da trasmettere da padre in figlio. Se poi il padre muore lavorando, quel valore diviene una sorta di tragico destino. Com’è successo a Genova. Come accadde in Sicilia, nella seconda metà dell’800:

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.
Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.
Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non più; e in coscienza erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vederselo davanti, e che tutti schivavano come un can rognoso, e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro.
[...] Nondimeno era conosciuto come la bettonica per tutto Monserrato e la Caverna, tanto che la cava dove lavorava la chiamavano «la cava di Malpelo», e cotesto al padrone gli seccava assai. Insomma lo tenevano addirittura per carità e perché mastro Misciu, suo padre, era morto in quella stessa cava.
Era morto così, che un sabato aveva voluto terminare certo lavoro preso a cottimo, di un pilastro lasciato altra volta per sostegno dell’ingrottato, e dacché non serviva più, s’era calcolato, così ad occhio col padrone, per 35 o 40 carra di rena. Invece mastro Misciu sterrava da tre giorni, e ne avanzava ancora per la mezza giornata del lunedì. Era stato un magro affare e solo un minchione come mastro Misciu aveva potuto lasciarsi gabbare a questo modo dal padrone; perciò appunto lo chiamavano mastro Misciu Bestia, ed era l’asino da basto di tutta la cava. Ei, povero diavolaccio, lasciava dire, e si contentava di buscarsi il pane colle sue braccia, invece di menarle addosso ai compagni, e attaccar brighe. Malpelo faceva un visaccio, come se quelle soperchierie cascassero sulle sue spalle, e così piccolo com’era aveva di quelle occhiate che facevano dire agli altri: – Va là, che tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre -.
Invece nemmen suo padre ci morì, nel suo letto, tuttoché fosse una buona bestia. Zio Mommu lo sciancato, aveva detto che quel pilastro lì ei non l’avrebbe tolto per venti onze, tanto era pericoloso; ma d’altra parte tutto è pericolo nelle cave, e se si sta a badare a tutte le sciocchezze che si dicono, è meglio andare a fare l’avvocato.
Dunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il suo pilastro che l’avemaria era suonata da un pezzo, e tutti i suoi compagni avevano accesa la pipa e se n’erano andati dicendogli di divertirsi a grattar la rena per amor del padrone, o raccomandandogli di non fare la morte del sorcio. Ei, che c’era avvezzo alle beffe, non dava retta, e rispondeva soltanto cogli «ah! ah!» dei suoi bei colpi di zappa in pieno, e intanto borbottava:
- Questo è per il pane! Questo pel vino! Questo per la gonnella di Nunziata! – e così andava facendo il conto del come avrebbe speso i denari del suo appalto, il cottimante!
Fuori della cava il cielo formicolava di stelle, e laggiù la lanterna fumava e girava al pari di un arcolaio. Il grosso pilastro rosso, sventrato a colpi di zappa, contorcevasi e si piegava in arco, come se avesse il mal di pancia, e dicesse ohi! anch’esso. Malpelo andava sgomberando il terreno, e metteva al sicuro il piccone, il sacco vuoto ed il fiasco del vino.
Il padre, che gli voleva bene, poveretto, andava dicendogli: – Tirati in là! – oppure: – Sta attento! Bada se cascano dall’alto dei sassolini o della rena grossa, e scappa! – Tutt’a un tratto, punf! Malpelo, che si era voltato a riporre i ferri nel corbello, udì un tonfo sordo, come fa la rena traditora allorché fa pancia e si sventra tutta in una volta, ed il lume si spense.
L’ingegnere che dirigeva i lavori della cava, si trovava a teatro quella sera, e non avrebbe cambiato la sua poltrona con un trono, quando vennero a cercarlo per il babbo di Malpelo che aveva fatto la morte del sorcio. Tutte le femminucce di Monserrato, strillavano e si picchiavano il petto per annunziare la gran disgrazia ch’era toccata a comare Santa, la sola, poveretta, che non dicesse nulla, e sbatteva i denti invece, quasi avesse la terzana. L’ingegnere, quando gli ebbero detto il come e il quando, che la disgrazia era accaduta da circa tre ore, e Misciu Bestia doveva già essere bell’e arrivato in Paradiso, andò proprio per scarico di coscienza, con scale e corde, a fare il buco nella rena. Altro che quaranta carra! Lo sciancato disse che a sgomberare il sotterraneo ci voleva almeno una settimana. Della rena ne era caduta una montagna, tutta fina e ben bruciata dalla lava, che si sarebbe impastata colle mani, e dovea prendere il doppio di calce. Ce n’era da riempire delle carra per delle settimane. Il bell’affare di mastro Bestia!

da Rosso Malpelo, di Giovanni Verga

Le morti bianche sono solo un bell’ossimoro anestetizzante.
Restituiamo alle morti degli operai il colore che si meritano: il rosso. Il crudele rosso della rena, il tremendo rosso del sangue.

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