
C’è chi, come Umberto Eco (mi sembra ne parli anche qui), lo intuì tanti anni fa, quando ancora la Moratti poteva essere solo il personaggio nell’incubo di uno psicopatico, non certo ministro dell’istruzione. Che cosa? Che l’università di oggi è un’università di massa, o anche detta “per tutti”.
Io della massificazione ne penso il peggio possibile, anche perché (ricopio da un mio vecchio articolo su Megaron) è curioso osservare un movimento di opposizione. Più le università aprono i loro portoni e permettono a chicchessia di conseguire l’agognato pezzo di carta, più lo studente serio (quello che studia ore e ore al giorno, per intenderci) cerca e sogna “altri lidi” per la propria istruzione. Più la laurea diventa un traguardo possibile per tutti, più l’offerta didattica è scadente. È un dato di fatto. Ovviamente, la bassa qualità dello studio porterà all’annullamento totale del diritto allo studio. Se l’università statale non garantirà più un alto livello d’istruzione, è ovvio che chi vorrà avere “diritto allo studio” (uno studio serio, intendo) dovrà sborsare fior di quattrini per prestigiose università private. Ed uno studio soggetto a compravendita, non è più diritto.
Insomma, so benissimo che in Italia (per ogni cosa si parli) non esiste una strada diversa dalla massificazione che non sia l’elitarismo, la casta ed il privilegio – concetti del tutto opposti al diritto. Ed allora ben venga l’università di massa!
Alcune università, però, hanno pensato bene di percorrere, accanto alla necessaria massificazione, strade alternative: proporre percorsi d’eccellenza per gli studenti migliori. A Catania, la mia città, esiste la Scuola Superiore: è un istituto di alta formazione, di perfezionamento degli studi universitari e di avvio alla ricerca, i cui risultati sono ampiamente confermati dalle numerose pubblicazioni prodotte dai suoi studenti. Gli allievi della Scuola, oltre a seguire le lezioni dell’Ateneo di Catania, frequentano dei corsi interni aggiuntivi che contribuiscono a elevare il loro livello di preparazione, devono conseguire una media non inferiore a 27/30, sono finanziati dalla Scuola per lo svolgimento di attività di ricerca all’estero. Meglio di così…
Mi sarebbe piaciuto molto farne parte, ma al momento dell’iscrizione ho ritenuto non valesse la pena neanche tentare l’esame di ammissione, tanto mediocre era la mia preparazione scolastica. Sono riuscito comunque ad usufruirne in seguito, frequentando da esterno l’ottimo corso di Neuroscienze e Teorie della mente.
Il problema
Con il Decreto legge 112 del 25 giugno 2008, la Scuola Superiore di Catania – e, di conseguenza, altri centri d’eccellenza e di ricerca delle università italiane – rischia di chiudere per mancanza di fondi.
Ne parlano sui blog il Prof. Biuso (da cui ho copiato poche righe di questo post), Elfobruno, Leandro per 095, Maelstrom e Mushin; anche Megaron e il nostro Sitosophia hanno fatto (e spero continueranno a fare) in modo di informare quanta più gente possibile.
Cosa si può fare?
Firmare una petizione. Fatelo, è importante: non solo per la Scuola catanese, ma per l’università tutta.
Putroppo non è finita qui: il decreto stabilisce anche l’assunzione di uno solo nuovo docente per ogni cinque che vanno in pensione (risultato: disoccupazione, classi numerosissime, didattica scarsa, alunni ignoranti etc. etc.) e la trasformazione degli Atenei in Fondazioni. Chi non otterrà finanziamenti da banche, aziende, industrie, rischia la chiusura. Il progetto, sin troppo trasparente, è quello di abbassare il livello delle Università pubbliche a favore di pochi, carissimi e sedicenti “migliori” Atenei privati, gli stessi di cui ho parlato sopra.
Spero che di questi temi si parlerà durante l’assemblea pubblica di domani, io ci sarò.








Morte Dell’Università
Aggioramento: questo è un vecchio post. Nel frattempo, il decreto legge di cui parlo di seguito è divenuto legge 133.
Questo è un post lungo, ma importante. Se non siete informati sui provvedimenti del decreto legge 112 riguardo l’Università, leggetelo. Ne va del nostro futuro. Il banner “Allarme Università” è in fondo al testo.
Ottimista è colui che ha ritenuto – a torto – che la riforma Moratti del 3+2 fosse la cosa peggiore che potesse capitare all’Università italiana. In fondo, anche se l’introduzione dei CFU ha distrutto la didattica ed anche se gli studenti del nuovo ordinamento sono più ignoranti rispetto ai vecchi colleghi, vi sono ancora elementi che rendono l’Università riconoscibile come tale:
Ebbene, tra qualche giorno potremmo diventare gli ultimi testimoni di questa Università, dell’Università per come oggi la conosciamo.
Perché? Perché presto, a giorni, dovrà essere approvato il decreto legge 112 del 25 giugno 2008.
In un articolo su Megaron, il caro amico Giuseppe Capuano riassume gli articoli del decreto che – per l’appunto – decretano la morte dell’Università. Lo ricopio qui in parte, aggiungendo brevemente solo alcune conseguenze per ogni provvedimento:
Prevede la possibilità di trasformare un Ateneo in una Fondazione. Questo comporterà l’acquisizione totale della titolarità di patrimonio e dei beni immobili pubblici e la possibilità di deliberare statuti e regolamenti amministrativi. Sarà possibile inoltre accedere a finanziamenti e donazioni da parte di privati, senza che questi vengano tassati. Ovviamente questo non preclude i finanziamenti statali che verranno comunque erogati. Da segnalare inoltre la non remota ipotesi che un Ateneo possa auto-dichiararsi d’eccellenza, senza che venga effettuato alcun controllo.
Conseguenza: gli Atenei che non otterranno finanziamenti da banche, aziende, industrie, rischiano la chiusura. Il progetto, sin troppo trasparente, è quello di abbassare il livello delle Università pubbliche a favore di pochi, carissimi e sedicenti “migliori” Atenei privati. Ovviamente, la bassa qualità dello studio porterà all’annullamento totale del diritto allo studio. Se l’Università statale non garantirà più un alto livello d’istruzione, è ovvio che chi vorrà avere “diritto allo studio” (uno studio serio, intendo) dovrà sborsare fior di quattrini per prestigiose Università private. Ed uno studio soggetto a compravendita, non è più diritto.
a riprova dell’incoerenza del governo di centrodestra (seconda solo a quella del centrosinistra), la tanto sbandierata mancanza di fondi viene repentinamente dimenticata quando si parla di Istituti privati. A maggior ragione se fortemente voluti dal Ministro Tremonti. L’Istituto Italiano di tecnologia (IIT) di Genova (che vorrebbe scimmiottare il MIT statunitense) è infatti una creatura del Governo destroide 2001-2006, e grazie a questo articolo potrà usufruire dei fondi, delle dotazioni patrimoniali e del personale della Fondazione IRI. Ovviamente non c’è traccia di una motivazione seria che abbia imposto l’IIT come scelta, men che meno potrebbe essere usato il criterio della efficienza, perché, da quando è nato, l’Istituto genovese s’è occupato solo del restauro delle proprie sedi.
Conseguenza: prenderemo solo il peggio dal modello statunitense. Decine e decine di Università tipo CEPU e solo qualche eccellente centro di ricerca. La differenza? Negli USA c’è una cosa che si chiama meritocrazia, e funziona.
è un articolo che presenta due punti discutibili, uno dei quali va a limitare l’inserimento nel mondo accademico per l’insegnamento. In primo luogo il Fondo di finanziamento ordinario delle Università subisce un taglio di 550 milioni di euro. In secondo luogo il turn over viene ridotto al 20% delle unità di personale. Ipoteticamente se quest’anno andassero in pensione 100 professori, subentrerebbero al loro posto solo 20 candidati. Ma il turn over si applica al tutto il personale, non solo ai docenti. Si tratta di una manovra che riduce il reclutamento e l’avanzamento di carriera, che risulta ancora più pericolosa alla luce del gran numero di pensionamenti previsti nei prossimi 3 anni.
Conseguenza: se le cose andranno bene, molti insegnamenti verranno eliminati o i docenti dovranno sobbarcarsi più insegnamenti, con un effetto disastroso sulla didattica. Se le cose andranno male (e potete scommeterci che così sarà), un Ateneo su tre chiuderà i battenti per bancarotta.
dal 1 gennaio 2009 gli scatti biennali automatici diventano triennali, con la peculiarità di mantenere lo stesso importo. Questo comporta un risparmio di 550 milioni di euro che però andranno a pesare sulle retribuzioni dei docenti e dei ricercatori, soprattutto se appena inseriti. È stato calcolato che se un ricercatore entrasse ora nell’Università a fine carriera troverebbe ben 90.000 euro in meno di retribuzione.
Conseguenza: niente di disastroso, solo il peggioramento di una situazione tutta italiana. Per il Governo (sia esso di destra o di sinistra) la ricerca non vale nulla. E pensare che ci sono certi paesi del mondo che ci investono, nella ricerca. Ah, stolti!
riduzione del 10% del personale non dirigenziale delle pubbliche amministrazioni; blocco ingiustificato dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR); taglio di 50 milioni ai finanziamenti dei Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (PRIN), soldi che sono stati reindirizzati alla morente Alitalia!
Insomma, come afferma l’ANDU (Associazione nazionale docenti universitari),
Per cambiare la disastrosa situazione occorre un’azione da parte di tutti gli Atenei italiani: non far partire gli Anni Accademici, sospendere lezioni, esami, sessioni di laurea.
Una cosa fondamentale, però, la possiamo fare tutti, nessuno escluso: informare. Informare per strada la gente, gli amici, i parenti e gli animali domestici della criminalità di questo Governo.
Soprattutto, chi ha un blog o un sito scriva la notizia di questo decreto. Se non avete tempo, create un semplice link a questo o altri siti che riportano la notizia, oppure ancora inserite questo banner:
Altre fonti: