Tag Archives: Italia

Morte Dell’Università

allarme università

Aggioramento: questo è un vecchio post. Nel frattempo, il decreto legge di cui parlo di seguito è divenuto legge 133.

Questo è un post lungo, ma importante. Se non siete informati sui provvedimenti del decreto legge 112 riguardo l’Università, leggetelo. Ne va del nostro futuro. Il banner “Allarme Università” è in fondo al testo.

Ottimista è colui che ha ritenuto – a torto – che la riforma Moratti del 3+2 fosse la cosa peggiore che potesse capitare all’Università italiana. In fondo, anche se l’introduzione dei CFU ha distrutto la didattica ed anche se gli studenti del nuovo ordinamento sono più ignoranti rispetto ai vecchi colleghi, vi sono ancora elementi che rendono l’Università riconoscibile come tale:

  • i docenti che insegnano
  • gli studenti che apprendono
  • libri su cui studiare
  • le materie da dare
  • delle tasse non eccessivamente alte da pagare
  • Università pubbliche distribuite nel territorio nazionale e, nel complesso, di buona qualità

Ebbene, tra qualche giorno potremmo diventare gli ultimi testimoni di questa Università, dell’Università per come oggi la conosciamo.

Perché? Perché presto, a giorni, dovrà essere approvato il decreto legge 112 del 25 giugno 2008.

In un articolo su Megaron, il caro amico Giuseppe Capuano riassume gli articoli del decreto che – per l’appunto – decretano la morte dell’Università. Lo ricopio qui in parte, aggiungendo brevemente solo alcune conseguenze per ogni provvedimento:

  1. Art. 16:
    Prevede la possibilità di trasformare un Ateneo in una Fondazione. Questo comporterà l’acquisizione totale della titolarità di patrimonio e dei beni immobili pubblici e la possibilità di deliberare statuti e regolamenti amministrativi. Sarà possibile inoltre accedere a finanziamenti e donazioni da parte di privati, senza che questi vengano tassati. Ovviamente questo non preclude i finanziamenti statali che verranno comunque erogati. Da segnalare inoltre la non remota ipotesi che un Ateneo possa auto-dichiararsi d’eccellenza, senza che venga effettuato alcun controllo.
    Conseguenza: gli Atenei che non otterranno finanziamenti da banche, aziende, industrie, rischiano la chiusura. Il progetto, sin troppo trasparente, è quello di abbassare il livello delle Università pubbliche a favore di pochi, carissimi e sedicenti “migliori” Atenei privati. Ovviamente, la bassa qualità dello studio porterà all’annullamento totale del diritto allo studio. Se l’Università statale non garantirà più un alto livello d’istruzione, è ovvio che chi vorrà avere “diritto allo studio” (uno studio serio, intendo) dovrà sborsare fior di quattrini per prestigiose Università private. Ed uno studio soggetto a compravendita, non è più diritto.
  2. Art. 17:
    a riprova dell’incoerenza del governo di centrodestra (seconda solo a quella del centrosinistra), la tanto sbandierata mancanza di fondi viene repentinamente dimenticata quando si parla di Istituti privati. A maggior ragione se fortemente voluti dal Ministro Tremonti. L’Istituto Italiano di tecnologia (IIT) di Genova (che vorrebbe scimmiottare il MIT statunitense) è infatti una creatura del Governo destroide 2001-2006, e grazie a questo articolo potrà usufruire dei fondi, delle dotazioni patrimoniali e del personale della Fondazione IRI. Ovviamente non c’è traccia di una motivazione seria che abbia imposto l’IIT come scelta, men che meno potrebbe essere usato il criterio della efficienza, perché, da quando è nato, l’Istituto genovese s’è occupato solo del restauro delle proprie sedi.
    Conseguenza: prenderemo solo il peggio dal modello statunitense. Decine e decine di Università tipo CEPU e solo qualche eccellente centro di ricerca. La differenza? Negli USA c’è una cosa che si chiama meritocrazia, e funziona.
  3. Art. 66:
    è un articolo che presenta due punti discutibili, uno dei quali va a limitare l’inserimento nel mondo accademico per l’insegnamento. In primo luogo il Fondo di finanziamento ordinario delle Università subisce un taglio di 550 milioni di euro. In secondo luogo il turn over viene ridotto al 20% delle unità di personale. Ipoteticamente se quest’anno andassero in pensione 100 professori, subentrerebbero al loro posto solo 20 candidati. Ma il turn over si applica al tutto il personale, non solo ai docenti. Si tratta di una manovra che riduce il reclutamento e l’avanzamento di carriera, che risulta ancora più pericolosa alla luce del gran numero di pensionamenti previsti nei prossimi 3 anni.
    Conseguenza: se le cose andranno bene, molti insegnamenti verranno eliminati o i docenti dovranno sobbarcarsi più insegnamenti, con un effetto disastroso sulla didattica. Se le cose andranno male (e potete scommeterci che così sarà), un Ateneo su tre chiuderà i battenti per bancarotta.
  4. Art. 69:
    dal 1 gennaio 2009 gli scatti biennali automatici diventano triennali, con la peculiarità di mantenere lo stesso importo. Questo comporta un risparmio di 550 milioni di euro che però andranno a pesare sulle retribuzioni dei docenti e dei ricercatori, soprattutto se appena inseriti. È stato calcolato che se un ricercatore entrasse ora nell’Università a fine carriera troverebbe ben 90.000 euro in meno di retribuzione.
    Conseguenza: niente di disastroso, solo il peggioramento di una situazione tutta italiana. Per il Governo (sia esso di destra o di sinistra) la ricerca non vale nulla. E pensare che ci sono certi paesi del mondo che ci investono, nella ricerca. Ah, stolti!
  5. Altri articoli:
    riduzione del 10% del personale non dirigenziale delle pubbliche amministrazioni; blocco ingiustificato dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR); taglio di 50 milioni ai finanziamenti dei Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (PRIN), soldi che sono stati reindirizzati alla morente Alitalia!

Insomma, come afferma l’ANDU (Associazione nazionale docenti universitari),

scomparirà l’Università italiana come luogo pubblico di ricerca, di creazione e di trasmissione della conoscenza come bene comune. Sarà cancellato il ruolo dello Stato nell’alta formazione, sancito e garantito dal titolo V della Costituzione.

Per cambiare la disastrosa situazione occorre un’azione da parte di tutti gli Atenei italiani: non far partire gli Anni Accademici, sospendere lezioni, esami, sessioni di laurea.

Una cosa fondamentale, però, la possiamo fare tutti, nessuno escluso: informare. Informare per strada la gente, gli amici, i parenti e gli animali domestici della criminalità di questo Governo.

Soprattutto, chi ha un blog o un sito scriva la notizia di questo decreto. Se non avete tempo, create un semplice link a questo o altri siti che riportano la notizia, oppure ancora inserite questo banner:

Altre fonti:

Posted in die Phänomenologie, er mejo | Also tagged , , , , , , , , , , , , | 15 Comments

Meno Scuole Superiori, più Università Inferiori

No fondi, no party

C’è chi, come Umberto Eco (mi sembra ne parli anche qui), lo intuì tanti anni fa, quando ancora la Moratti poteva essere solo il personaggio nell’incubo di uno psicopatico, non certo ministro dell’istruzione. Che cosa? Che l’università di oggi è un’università di massa, o anche detta “per tutti”.

Io della massificazione ne penso il peggio possibile, anche perché (ricopio da un mio vecchio articolo su Megaron) è curioso osservare un movimento di opposizione. Più le università aprono i loro portoni e permettono a chicchessia di conseguire l’agognato pezzo di carta, più lo studente serio (quello che studia ore e ore al giorno, per intenderci) cerca e sogna “altri lidi” per la propria istruzione. Più la laurea diventa un traguardo possibile per tutti, più l’offerta didattica è scadente. È un dato di fatto. Ovviamente, la bassa qualità dello studio porterà all’annullamento totale del diritto allo studio. Se l’università statale non garantirà più un alto livello d’istruzione, è ovvio che chi vorrà avere “diritto allo studio” (uno studio serio, intendo) dovrà sborsare fior di quattrini per prestigiose università private. Ed uno studio soggetto a compravendita, non è più diritto.

Insomma, so benissimo che in Italia (per ogni cosa si parli) non esiste una strada diversa dalla massificazione che non sia l’elitarismo, la casta ed il privilegio – concetti del tutto opposti al diritto. Ed allora ben venga l’università di massa!

No fondi, no party

No fondi, no party

Alcune università, però, hanno pensato bene di percorrere, accanto alla necessaria massificazione, strade alternative: proporre percorsi d’eccellenza per gli studenti migliori. A Catania, la mia città, esiste la Scuola Superiore: è un istituto di alta formazione, di perfezionamento degli studi universitari e di avvio alla ricerca, i cui risultati sono ampiamente confermati dalle numerose pubblicazioni prodotte dai suoi studenti. Gli allievi della Scuola, oltre a seguire le lezioni dell’Ateneo di Catania, frequentano dei corsi interni aggiuntivi che contribuiscono a elevare il loro livello di preparazione, devono conseguire una media non inferiore a 27/30, sono finanziati dalla Scuola per lo svolgimento di attività di ricerca all’estero. Meglio di così…

Mi sarebbe piaciuto molto farne parte, ma al momento dell’iscrizione ho ritenuto non valesse la pena neanche tentare l’esame di ammissione, tanto mediocre era la mia preparazione scolastica. Sono riuscito comunque ad usufruirne in seguito, frequentando da esterno l’ottimo corso di Neuroscienze e Teorie della mente.

Il problema

Con il Decreto legge 112 del 25 giugno 2008, la Scuola Superiore di Catania – e, di conseguenza, altri centri d’eccellenza e di ricerca delle università italiane – rischia di chiudere per mancanza di fondi.

Ne parlano sui blog il Prof. Biuso (da cui ho copiato poche righe di questo post), Elfobruno, Leandro per 095, Maelstrom e Mushin; anche Megaron e il nostro Sitosophia hanno fatto (e spero continueranno a fare) in modo di informare quanta più gente possibile.

Cosa si può fare?

Firmare una petizione. Fatelo, è importante: non solo per la Scuola catanese, ma per l’università tutta.

Putroppo non è finita qui: il decreto stabilisce anche l’assunzione di uno solo nuovo docente per ogni cinque che vanno in pensione (risultato: disoccupazione, classi numerosissime, didattica scarsa, alunni ignoranti etc. etc.) e la trasformazione degli Atenei in Fondazioni. Chi non otterrà finanziamenti da banche, aziende, industrie, rischia la chiusura. Il progetto, sin troppo trasparente, è quello di abbassare il livello delle Università pubbliche a favore di pochi, carissimi e sedicenti “migliori” Atenei privati, gli stessi di cui ho parlato sopra.

Spero che di questi temi si parlerà durante l’assemblea pubblica di domani, io ci sarò.

Posted in die Phänomenologie | Also tagged , , , , , , | 2 Comments

Illusione del Consumismo

Elkann ruba un suo taxi

Da Bioetica vengo – purtroppo – a conoscenza di questa notizia riguardante uno degli esseri umani (?) più ricchi d’Italia:

Il taxi era una Fiat Marea uscita dalle sue fabbriche, dunque di sua proprietà.

Mentre tutti hanno criticato o almeno deriso (ah, stolti!) il baldo giovine per questa sua dichiarazione, io ho tentato di comprendere ciò che è davvero accaduto quella notte a Capri; una notte destinata ad entrare nei libri di storia, economia e filosofia.

Elkann è, in verità, un genio: ha reso esplicite le condizioni – finora taciute – del consumismo.

Il capitalista non è più solo colui che

  • possiede la fabbrica
  • possiede i mezzi di produzione
  • paga all’operaio un salario minore del valore del suo lavoro
  • vende la merce ad un prezzo che supera il valore del lavoro dell’operaio che l’ha prodotta
  • rende quindi possibile l’alienazione dell’operaio
    • dal prodotto del suo lavoro
    • dalla propria attività
    • dalla sua stessa essenza, cioè il lavoro libero
    • dal suo prossimo, cioè dal capitalista stesso

Il capitalista è anche e soprattutto colui che continua a possedere la merce prodotta, anche dopo che essa è stata venduta.

Consumismo per principianti

Se, finora, il consumismo ha avuto – tra le sue tante incertezze – almeno una regola: il consumatore compra e consuma la merce, con Elkann anche quest’era è finita: il consumatore si illude di comprare e consumare.

In verità, in qualsiasi momento e con una qualsiasi scusa, il capitalista può citofonare a casa del consumatore e chiedergli indietro la merce.

Chi di voi ha in garage una Lancia, una Fiat o un’Alfa Romeo è avvisato.

Posted in die Phänomenologie, er mejo | Also tagged , , , | 4 Comments

Morti rosse

To’, le fonti di (dis)informazione si sono accorte che ogni giorno, in Italia, muore qualcuno sul proprio posto di lavoro. In pochi sembrano accorgersi dell’incredibile pseudo-sillogismo che se ne può ricavare:

  1. L’Italia è (una Repubblica democratica) fondata sul lavoro.
  2. Il lavoro è causa di morte praticamente ogni giorno.
  3. L’Italia è (una Repubblica democratica) fondata sulla morte sul lavoro.

Il lavoro è un valore da trasmettere. Da trasmettere da padre in figlio. Se poi il padre muore lavorando, quel valore diviene una sorta di tragico destino. Com’è successo a Genova. Come accadde in Sicilia, nella seconda metà dell’800:

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.
Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.
Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non più; e in coscienza erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vederselo davanti, e che tutti schivavano come un can rognoso, e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro.
[...] Nondimeno era conosciuto come la bettonica per tutto Monserrato e la Caverna, tanto che la cava dove lavorava la chiamavano «la cava di Malpelo», e cotesto al padrone gli seccava assai. Insomma lo tenevano addirittura per carità e perché mastro Misciu, suo padre, era morto in quella stessa cava.
Era morto così, che un sabato aveva voluto terminare certo lavoro preso a cottimo, di un pilastro lasciato altra volta per sostegno dell’ingrottato, e dacché non serviva più, s’era calcolato, così ad occhio col padrone, per 35 o 40 carra di rena. Invece mastro Misciu sterrava da tre giorni, e ne avanzava ancora per la mezza giornata del lunedì. Era stato un magro affare e solo un minchione come mastro Misciu aveva potuto lasciarsi gabbare a questo modo dal padrone; perciò appunto lo chiamavano mastro Misciu Bestia, ed era l’asino da basto di tutta la cava. Ei, povero diavolaccio, lasciava dire, e si contentava di buscarsi il pane colle sue braccia, invece di menarle addosso ai compagni, e attaccar brighe. Malpelo faceva un visaccio, come se quelle soperchierie cascassero sulle sue spalle, e così piccolo com’era aveva di quelle occhiate che facevano dire agli altri: – Va là, che tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre -.
Invece nemmen suo padre ci morì, nel suo letto, tuttoché fosse una buona bestia. Zio Mommu lo sciancato, aveva detto che quel pilastro lì ei non l’avrebbe tolto per venti onze, tanto era pericoloso; ma d’altra parte tutto è pericolo nelle cave, e se si sta a badare a tutte le sciocchezze che si dicono, è meglio andare a fare l’avvocato.
Dunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il suo pilastro che l’avemaria era suonata da un pezzo, e tutti i suoi compagni avevano accesa la pipa e se n’erano andati dicendogli di divertirsi a grattar la rena per amor del padrone, o raccomandandogli di non fare la morte del sorcio. Ei, che c’era avvezzo alle beffe, non dava retta, e rispondeva soltanto cogli «ah! ah!» dei suoi bei colpi di zappa in pieno, e intanto borbottava:
- Questo è per il pane! Questo pel vino! Questo per la gonnella di Nunziata! – e così andava facendo il conto del come avrebbe speso i denari del suo appalto, il cottimante!
Fuori della cava il cielo formicolava di stelle, e laggiù la lanterna fumava e girava al pari di un arcolaio. Il grosso pilastro rosso, sventrato a colpi di zappa, contorcevasi e si piegava in arco, come se avesse il mal di pancia, e dicesse ohi! anch’esso. Malpelo andava sgomberando il terreno, e metteva al sicuro il piccone, il sacco vuoto ed il fiasco del vino.
Il padre, che gli voleva bene, poveretto, andava dicendogli: – Tirati in là! – oppure: – Sta attento! Bada se cascano dall’alto dei sassolini o della rena grossa, e scappa! – Tutt’a un tratto, punf! Malpelo, che si era voltato a riporre i ferri nel corbello, udì un tonfo sordo, come fa la rena traditora allorché fa pancia e si sventra tutta in una volta, ed il lume si spense.
L’ingegnere che dirigeva i lavori della cava, si trovava a teatro quella sera, e non avrebbe cambiato la sua poltrona con un trono, quando vennero a cercarlo per il babbo di Malpelo che aveva fatto la morte del sorcio. Tutte le femminucce di Monserrato, strillavano e si picchiavano il petto per annunziare la gran disgrazia ch’era toccata a comare Santa, la sola, poveretta, che non dicesse nulla, e sbatteva i denti invece, quasi avesse la terzana. L’ingegnere, quando gli ebbero detto il come e il quando, che la disgrazia era accaduta da circa tre ore, e Misciu Bestia doveva già essere bell’e arrivato in Paradiso, andò proprio per scarico di coscienza, con scale e corde, a fare il buco nella rena. Altro che quaranta carra! Lo sciancato disse che a sgomberare il sotterraneo ci voleva almeno una settimana. Della rena ne era caduta una montagna, tutta fina e ben bruciata dalla lava, che si sarebbe impastata colle mani, e dovea prendere il doppio di calce. Ce n’era da riempire delle carra per delle settimane. Il bell’affare di mastro Bestia!

da Rosso Malpelo, di Giovanni Verga

Le morti bianche sono solo un bell’ossimoro anestetizzante.
Restituiamo alle morti degli operai il colore che si meritano: il rosso. Il crudele rosso della rena, il tremendo rosso del sangue.

Posted in ἡ μίμησις, die Phänomenologie | Also tagged , , , , | 1 Comment

Rumeni e Romani

bandiera_europa

Provo a mettere in ordine alcune idee scaturite dal delitto di Giovanna Reggiani, divenuta casus belli della questione Rom, extracomunitari ed affini, e da ciò che ne è seguito.

Un pericolo sempre presente

Parto da un presupposto che, chi ha letto La Personalità Autoritaria o è semplicemente dotato di buon senso, probabilmente condivide: il pericolo del fascismo è, al di là delle epoche, sempre alle porte. Il fascismo non è solamente un particolare tipo di potere storicamente determinato, è anche e soprattutto un tipo di personalità potenzialmente presente in ogni società.

Ignoranza e Patria

I Rom non sono Rumeni. Non è possibile rispedirli a casa, perché la loro condizione essenziale è proprio non averla, una casa. Chi è senza patria, l’apolide, è un escluso. L’essere escluso è una sua caratteristica (Bauman parlerebbe di vite di scarto), ma è anche un torto che oggi comincia a farsi pesante. Globalizzazione e multiculturalismo sono davvero dei vuoti paroloni, utili solo a riempire le tasche dei potenti.

L'apolide per la polizia italiana

Un discorso del genere, però, è impossibile farlo capire a giornalisti e cittadini italiani. Beppe Grillo mette le telecamere sull’antipolitica; fuori e dentro gli stadi ci si scaglia contro la polizia italiana; a volte sembra fuori luogo il solo parlare di Italia.

Eppure c’è qualcosa che resta fermo ed immobile: l’ideale di Patria. O meglio: la connotazione violenta di quell’ideale; quella per cui, nello stesso momento in cui affermo con orgoglio la mia italianità, dico anche “odio chi non è Italiano”. Inutile dirlo: una connotazione xenofoba e fascista.

Inter nazionalsocialismo

Ora, però, bisogna fare un passo in avanti. Parlare di Italia in questo caso è davvero riduttivo e rischia di non farci comprendere la portata del problema. La Patria, che lo si voglia o no, oggi (ma forse anche ieri) è l’Europa.

Europa?

Allo smantellamento delle dogane non sembra seguire uno smantellamento delle xenofobie. Piuttosto, sembra che allargare i confini nazionali serva solo ad allargare i problemi e renderli comuni. Questo è ciò che succede quando si vuol basare un’idea (o un sentimento) come quella di Europa su ragioni economiche e non culturali ed umanitarie (La UE è troppo CEE). Con buona pace di Marx.

Sicurezza e giustizia

Gli Italiani si sentono insicuri. Cominciano a sentirsi discorsi sempreverdi del tipo “si stava meglio quando si stava peggio” oppure “eh, almeno quando c’era Lui dormivamo con le porte aperte!”. La pochezza degli Italiani si sente in questi momenti.

Non dico che non esiste un problema “sicurezza”, dico invece che ce n’è uno più urgente: quello della legalità e della giustizia. Per ogni extracomunitario che uccide, spaccia e ruba, c’è un delinquente italiano che ne prende i guadagni. Ma questo fingiamo di non saperlo. Se la disperazione e la povertà non giustificano gli atti tremendi che spesso sono associati agli immigrati, quali sarebbero le scusanti per gli sfruttatori di minori e per i magnacci italiani?

Nessuna scusa.

A meno che non si voglia affermare che le donne italiane possono essere stuprate solo da uomini italiani, che gli scippi possono essere gestiti solo dalla ‘Ndrangheta, che il commercio di droga può essere controllato solo da Cosa Nostra.

Ma no! Certo che non si vuole dire questo.

Posted in die Phänomenologie | Also tagged , , , , , , , , | 3 Comments