Tag Archives: filosofia

Cimiteri e Cantieri

Disordine

Potere è volere: i miei genitori possono pagarmi1 gli studi fuori sede, ergo io voglio partire da Catania. E lo faccio, è chiaro, naturalmente col mio carico di timori giovanili e tanta voglia di cambiamento.

Bologna è un posto difficile da descrivere. Credo sia più facile per un turista raccontare Parigi dopo una settimana che non per un bolognese raccontare Bologna; figuriamoci se chi ci abita da un anno e mezzo (come chi scrive) può darvi l’idea. Anche perché, neanche a dirlo, è la mia idea ed è la mia esperienza.

E io studio filosofia, perciò arrivo nella città felsinea alla ricerca di cultura, con predilezione di quella libresca ma allo stesso tempo viva: quella accademica. Ne trovo a palate, com’è ovvio, ma non come avrei potuto trovarne in qualsiasi altra parte d’Italia.

Per farvi capire la differenza tra l’università di Catania e quella di Bologna: da un lato troviamo una scrivania ordinata e vuota in una stanza ancor più ordinata, all’interno di un monastero benedettino bianco, dalle cui finestre senti gli uccellini cantare felici nel giardino dei novizi. Dall’altro, una scrivania stracolma di libri appunti e carte, in una stanza buia circondata da librerie disordinate e straripanti di libri o da muri ricoperti di manifesti di conferenze davvero importanti su di un pavimento con decine di scatoloni impolverati dentro i quali riposano – indovinate? – libri, all’interno di un palazzo vecchio color grigio e ocra. Un cimitero lì, pieno di pace ma anche di avvoltoi e mangia carogne, un cantiere aperto qui, ricco di lavori in corso, rumori fastidiosi e penetranti.

 

Lì mi insegnavano2 che la forma è tutto per nascondere una cattiva sostanza (o cattiva coscienza, chiamiamola come vogliamo), qui non mi faccio “insegnare” nulla – e forse qui sta il trucco – ma parole come tradizione, studio, ricerca, teoria, storia e ideologia mi investono quotidianamente come macigni. Le trovo scritte sui muri, le intravedo nelle scelte dei programmi, le riconosco nei corsi in aula.

Potrei aggiungere che lì pagavo il parcheggiatore abusivo per l’auto o lo scooter, qui posteggio la bici di fronte alla facoltà; lì potevo rimanere vittima di una sparatoria in pieno giorno, qui di una cacca di cane pestata sotto i portici. Ma sarei banale. E che lì ho i miei più cari amici, ma non c’entra nulla.

Una cosa che c’entra, però, e che cambia le carte in tavola, è che lì ho dovuto convivere con Scapagnini e Stancanelli, qui ovviamente no, ma hanno da poco inaugurato la sede della Lega Nord, ed è l’argomento di cui volevo scrivere su questo post. Ma mi son trovato a parlare di tutt’altro e, visto che ormai si è fatto lungo, me lo riservo per il prossimo.

Note
  1. Pagamenti ai quali contribuisco, ma in minima parte. ()
  2. E dire che di cose lì ne ho imparate, difatti non rimprovero nulla a nessuno: me la sono passata piuttosto bene. ()
Posted in appunti di viaggio, die Phänomenologie | Also tagged , , , , , , , , , , , | 7 Comments

Demone, Santo, Ateo

spinoza

Che l’Eterno non lo perdoni mai. Che l’Eterno accenda contro quest’uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge. E quanto a voi che restate devoti all’Eterno, vostro Dio, che Egli vi conservi la vita. Sappiate che non dovete avere con Spinoza alcun rapporto né scritto né orale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro gomiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti.1

———

Sacrificate con me, devotamente, una ciocca ai Mani del Santo, scomunicato Spinoza! Il sublime spirito del mondo lo penetrava, l’infinito era il suo principio e fine, l’universo il suo unico amore. In santa incolpevolezza e profonda umiltà egli si specchiava nell’eterno mondo e vedeva come anche egli era il suo più amabile specchio; era pieno di religione e pieno di spirito santo; e per questo egli sta ancora qui, solo e non raggiunto, maestro nell’arte sua, ma alto sopra la schiatta profana, senza scolari e senza cittadinanza2

———

Allora un petit Juif, dal naso lungo, dal colorito pallido, povero ma pago, pensoso e ritirato, spirito sottile […], meno letto che celebrato, nascosto sotto il mantello di Descartes, suo maestro, camminando a passi calcolati, si avvicinò al grande Essere. «Scusatemi», gli disse, «ma io penso, detto tra noi, che voi non esistete» 3

Note
  1. Dal testo della scomunica di Spinoza dalla comunità ebraica di Amsterdam ()
  2. F. Schleiermacher, Über die Religion ()
  3. Voltaire, Satires: Le systemes ()
Posted in de brevitate | Also tagged , | 6 Comments

Vicolo cieco

cattelan-hitler

A parlare di fatti e persone ci si annoia in fretta. Tuttavia, sono una fonte d’ispirazione inesauribile, ed è bene usarli come tali: come fonte, come strumento.
Da questi, però, bisogna subito astrarre, rifugiarsi nel concetto. Anzi, nella parola.
Passare dai fatti alle parole è l’unico modo per non annoiarsi – spesso per non disgustarsi – dell’umanità e, dunque, di se stessi.

Il suicidio di Norman, giovane dottorando in filosofia del linguaggio, è il fatto. Futuro è la parola.

Uno che di futuro ne capiva e che mi fa ricordare che c'è di peggio dell'avere un futuro incerto.

Fermandomi per breve tempo a pensare all’accaduto, mi rendo subito conto che si tratta di un groviglio di difficoltà, di un ricettacolo di contraddizioni.

Innanzitutto, credo che ‘futuro’ sia una parola che è meglio imparare a non usare, a non pensare. Eppure, poco sopra, ho scritto che l’unica cosa di cui vale davvero la pena discutere sono i concetti, le idee1. Ecco una contraddizione.

Inoltre sarei pronto a giurare che la mia idiosincrasia verso il futuro non è dovuta alle contingenze del momento e a questa sfigatissima era di precarietà, ma a motivi teoretici. Subito dopo, però, mi rendo conto che io2 sono gettato proprio in questo periodo3 – diciamolo pure – di merda, e che quindi le mie credenze sono di parte.

Una delle difficoltà più grandi è il non aver incontrato – forse per mia incapacità o carenza di lettura – un filosofo che abbia deciso, argomenti in mano, di non pensare il futuro.

Norman ha scritto: “la libertà di pensare è anche la libertà di morire”. È una frase che io leggo così: la “libertà” di pensare profondamente il futuro lo ha condotto – non tanto liberamente, dunque – al suicidio. Forse il pensiero di Norman si situava esclusivamente in quella dimensione, quella del futuro. Non trovando l’avvenire che gli è proprio (quantomeno non quello che avrebbe desiderato), il suo pensiero s’imbatte in un vicolo cieco o – che è lo stesso – in una finestra al settimo piano dell’Università di Palermo.

p.s.: grazie a Daniele, che sicuramente avrebbe preferito qualcosa di più allegro e di certo non su argomenti riguardanti giovani accademici suicidi, ma spero di rimediare “in futuro”.

Note
  1. qui da me usati grezzamente come sinonimi ()
  2. due anni meno di Norman e una laurea in filosofia ()
  3. intendo il 2010 italiano, ma anche il postlaurea filosofico in generale ()
Posted in die Phänomenologie | Also tagged , , , , , , , , , , , | 7 Comments

Sei anni di filosofia per me e per Google

Avevo 18 anni quando ho letto La personalità autoritaria di Adorno e altri della Scuola di Francoforte. Era il testo principale per il mio “percorso” all’esame di maturità (commissione tutta interna: bei tempi!); percorso che si chiamava appunto La personalità autoritaria nella storia e nella letteratura. Io non mi ero mai applicato seriamente nello studio prima della maturità: meno potevo studiare e meglio era; e ringraziavo il cielo di essere portato per la filosofia, così non dovevo studiarla. Leggevo il manuale (me lo ricordo bruttino) la sera prima dell’interrogazione o addirittura durante l’ora di lezione precedente. Eppure, rileggendomi, ho quasi la sensazione di essere stato più bravo al liceo di quando non lo sia adesso.

Forse ero solo più libero: leggendo La personalità autoritaria mi sentivo come se stessi entrando in contatto con i più intimi segreti del mondo umano. Molto più di quando avessero fatto biologia, chimica, fisica e scienze della terra negli ultimi tre anni di scuola (de gustibus). Tutte in una volta, mi investivano la migliore filosofia e la più intrigante psicologia, pronte a spiegarmi l’origine dell’antisemitismo e del fascismo in senso lato, l’importanza della democrazia, della pace e di molte altre cose. Tutto in una volta, tutto in un solo libro. Fu in quel preciso momento che capii che dovevo iscrivermi in Filosofia.

Dopo sei anni, alcune false speranze sono state giustamente e fortunatamente deluse e alcune soddisfazioni me le sono prese; ma quelle due righe che scrissi, dopo sei anni, rimangono ancora al primo posto – nei miei ricordi e nella ricerca con Google.

Posted in der Einzige | Also tagged , , , , , , | 4 Comments

Come un intervento fuori luogo può decidere del destino della filosofia e del pensiero

unpaiodiscarpe-van-gogh

Torno a scrivere delirare di metafora e filosofia. Circa tre mesi fa, a lezione di Estetica da Carlo Gentili, si analizzava il saggio di Heidegger Der Ursprung des Kunstwerkes, L’origine dell’opera d’arte.

In particolare, ci si soffermava sul dipinto di Van Gogh, Un paio di scarpe, indicate genericamente da Heidegger come “le scarpe contadine” o, addirittura, “le scarpe della contadina”. Dico “addirittura” perché quel soggetto tirato fuori dal cilindro (la contadina) è costato non poco al mago Martin in termini di chiarezza e polemiche. Ma questo non c’importa, né voglio divertirvi con qualche riflessione sulla strumentalità dello strumento, la cosalità della cosa e l’operalità dell’opera.

Quello che m’importa è ricordare l’intervento che uno studente ha fatto, a lezione, dopo che il Prof. lesse per intero il famoso passo del saggio in cui, dall’essere un semplice “paio di scarpe”, lo strumento giunge a disvelamento, ossia a verità – ἀλήθεια. O, quantomeno, una verità.

Prima il passo, e vi prego di sentire – se vorrete leggerlo – tutta la “tonalità emotiva” di quel magnifico “tuttavia…” .

Ma che c’è qui da vedere? Chiunque sa com’è fatta una scarpa.  (…) Questo strumento serve da rivestimento dei piedi.

(…) Nel quadro di Van Gogh non siamo nemmeno in grado di stabilire dove stiano quelle scarpe. Intorno a quel paio di scarpe da contadino1 non c’è nulla di cui e in cui potrebbero esser parte, solo uno spazio indeterminato. (…) Un paio di scarpe contadine e nulla più. E tuttavia…

Nell’oscura apertura dell’interno scalcagnato dello strumento-scarpa è impressa la fatica dei passi compiuti lavorando. Nella massiccia pesantezza dello strumento-scarpa è trattenuta la tenacia del lento cammino lungo gli estesi e sempre uguali solchi del campo, che un vento aspro percuote. Sul cuoio ristagna la solitudine del sentiero campestre al calar della sera. Nello strumento-scarpa vibra il tacito e segreto appello della terra, il suo silente dono di messi maturande e il suo inesplicato rifiutarsi nella deserta aridità del campo invernale.. Da questo strumento traspirano la dignitosa apprensione per la sicurezza del pane, la muta gioia del sopravvivere al bisogno, la trepidazione all’annuncio della nascita e l’angoscia per l’incombente minaccia della morte. Questo strumento appartiene alla terra ed è custodito nel mondo della contadina.

Martin Heidegger, L’origine dell’opera d’arte

Inutile dire che questo esempio (Beispiel) è un gioco (spiel) di parole intorno all’essere e, proprio per questo, un gioco incredibilmente importante; un gioco serio, insomma. Tante sono state in aula le domande, le richieste di chiarimento e le obiezioni. Su tutte, una sovrasta:

ma queste in fondo sono solo metafore e bisogna prenderle come metafore, senza dar loro troppa importanza!

Sovrasta per la sua stupidità e ingenuità, per il suo cadere perfettamente in quel pensiero abituale e tradizionale che Heidegger ha tentato di portare a compimento una volta per tutte; un merito, questo di Martin, tra quelli poco criticabili, oserei dire indiscutibili. Ma come si fa a far filosofia, a seguire un corso di Estetica, come si fa, insomma, a occuparsi di arte e ritenere che le metafore siano “solo metafore”? Le metafore sono tutte le parole e le parole sono tutte metafore. E le parole, si sa, sono importanti eccome.

Per colpa di questa idea e della forma mentis che quest’idea sottende, la verità sarà sempre destinata ad accollarsi i connotati di “certa” o “eterna” a seconda che di essa parli uno spirito razionale (Nietzsche direbbe socratico) o religioso, il bello sarà sempre incarcerato nel “soggetto” o nella fuffa e lo spirito puzzerà sempre di germania, di popolo e di nazismo. E ancora, il continente continuerà a tramontare nell’analiticità e noi continueremo a dover “spiegare” la filosofia e ad essere pure convincenti nel farlo. Infine, pensare sarà una cosa sempre più difficile.

E tutto – tutto ciò che ho scritto, l’averlo scritto, la vostra lettura – per colpa di un intervento fuori luogo a lezione, rendetevi conto. E non prendetevela con me.

Note
  1. toh, adesso è maschio. ()
Posted in ἡ μίμησις, die Phänomenologie, er mejo | Also tagged , , , , , , , , , , , | 7 Comments