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Dai un titolo a questi dipinti!

Dipinto 1

Aggiornamento: sotto le opere, potete ora leggere il nome degli autori e i titoli originali. Chi ha partecipato al gioco (anche senza commentare), sarà colpito in particolare dal titolo del secondo quadro: La caduta di Icaro. Bruegel ha fatto qualcosa di eccezionale: ha dipinto le gambe di Icaro (già caduto in acqua) nell’angolo in basso a destra del quadro, quell’angolo in cui lo sguardo solitamente non si ferma, se non per leggere la firma dell’autore. Una volta letto il titolo, il sole che tramonta all’orizzonte acquista un significato e un’importanza che prima passavano del tutto inosservati. La vita degli altri uomini – il contadino, la nave – continua imperterrita e indifferente alla morte del giovane.

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14 marzo 2010.

Facciamo un gioco: diamo un titolo a questi dipinti. Chi non fosse un ignorante d’arte come me e, quindi, sapesse già chi sono gli autori e quali sono i titoli, è pregato di non svelarli ma, al contrario, stare al gioco! Si tratta di tre opere. Sotto ognuna indicherò la mia ipotesi. Lasciate un commento con i vostri titoli: sono proprio curioso!

Pieter Bruegel - Pranzo Nuziale

Pieter Bruegel - La caduta di Icaro

James Ensor - L'ingresso di Cristo a Bruxelles

James Ensor - L'ingresso di Cristo a Bruxelles

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Come un intervento fuori luogo può decidere del destino della filosofia e del pensiero

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Torno a scrivere delirare di metafora e filosofia. Circa tre mesi fa, a lezione di Estetica da Carlo Gentili, si analizzava il saggio di Heidegger Der Ursprung des Kunstwerkes, L’origine dell’opera d’arte.

In particolare, ci si soffermava sul dipinto di Van Gogh, Un paio di scarpe, indicate genericamente da Heidegger come “le scarpe contadine” o, addirittura, “le scarpe della contadina”. Dico “addirittura” perché quel soggetto tirato fuori dal cilindro (la contadina) è costato non poco al mago Martin in termini di chiarezza e polemiche. Ma questo non c’importa, né voglio divertirvi con qualche riflessione sulla strumentalità dello strumento, la cosalità della cosa e l’operalità dell’opera.

Quello che m’importa è ricordare l’intervento che uno studente ha fatto, a lezione, dopo che il Prof. lesse per intero il famoso passo del saggio in cui, dall’essere un semplice “paio di scarpe”, lo strumento giunge a disvelamento, ossia a verità – ἀλήθεια. O, quantomeno, una verità.

Prima il passo, e vi prego di sentire – se vorrete leggerlo – tutta la “tonalità emotiva” di quel magnifico “tuttavia…” .

Ma che c’è qui da vedere? Chiunque sa com’è fatta una scarpa.  (…) Questo strumento serve da rivestimento dei piedi.

(…) Nel quadro di Van Gogh non siamo nemmeno in grado di stabilire dove stiano quelle scarpe. Intorno a quel paio di scarpe da contadino1 non c’è nulla di cui e in cui potrebbero esser parte, solo uno spazio indeterminato. (…) Un paio di scarpe contadine e nulla più. E tuttavia…

Nell’oscura apertura dell’interno scalcagnato dello strumento-scarpa è impressa la fatica dei passi compiuti lavorando. Nella massiccia pesantezza dello strumento-scarpa è trattenuta la tenacia del lento cammino lungo gli estesi e sempre uguali solchi del campo, che un vento aspro percuote. Sul cuoio ristagna la solitudine del sentiero campestre al calar della sera. Nello strumento-scarpa vibra il tacito e segreto appello della terra, il suo silente dono di messi maturande e il suo inesplicato rifiutarsi nella deserta aridità del campo invernale.. Da questo strumento traspirano la dignitosa apprensione per la sicurezza del pane, la muta gioia del sopravvivere al bisogno, la trepidazione all’annuncio della nascita e l’angoscia per l’incombente minaccia della morte. Questo strumento appartiene alla terra ed è custodito nel mondo della contadina.

Martin Heidegger, L’origine dell’opera d’arte

Inutile dire che questo esempio (Beispiel) è un gioco (spiel) di parole intorno all’essere e, proprio per questo, un gioco incredibilmente importante; un gioco serio, insomma. Tante sono state in aula le domande, le richieste di chiarimento e le obiezioni. Su tutte, una sovrasta:

ma queste in fondo sono solo metafore e bisogna prenderle come metafore, senza dar loro troppa importanza!

Sovrasta per la sua stupidità e ingenuità, per il suo cadere perfettamente in quel pensiero abituale e tradizionale che Heidegger ha tentato di portare a compimento una volta per tutte; un merito, questo di Martin, tra quelli poco criticabili, oserei dire indiscutibili. Ma come si fa a far filosofia, a seguire un corso di Estetica, come si fa, insomma, a occuparsi di arte e ritenere che le metafore siano “solo metafore”? Le metafore sono tutte le parole e le parole sono tutte metafore. E le parole, si sa, sono importanti eccome.

Per colpa di questa idea e della forma mentis che quest’idea sottende, la verità sarà sempre destinata ad accollarsi i connotati di “certa” o “eterna” a seconda che di essa parli uno spirito razionale (Nietzsche direbbe socratico) o religioso, il bello sarà sempre incarcerato nel “soggetto” o nella fuffa e lo spirito puzzerà sempre di germania, di popolo e di nazismo. E ancora, il continente continuerà a tramontare nell’analiticità e noi continueremo a dover “spiegare” la filosofia e ad essere pure convincenti nel farlo. Infine, pensare sarà una cosa sempre più difficile.

E tutto – tutto ciò che ho scritto, l’averlo scritto, la vostra lettura – per colpa di un intervento fuori luogo a lezione, rendetevi conto. E non prendetevela con me.

Note
  1. toh, adesso è maschio. ()
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Calzini rivoltati: Parigi, l’arte e i musei

Antonello da Messina

Parigi è una città talmente straordinaria che neanche l’enorme afflusso di gente a capodanno riesce ad offuscarne la bellezza.

A Parigi è possibile integrare vecchio e nuovo, classico e moderno, antico e contemporaneo, interno ed esterno, forma e contenuto. Una totale libertà della forma, che non genera la minima stonatura.

L’esempio che vi offro è quello dei due musei che ho visitato: il Louvre e il Centre George Pompidou. L’uno, il calzino rivoltato dell’altro.

Nella stessa giornata è possibile ammirare dall’esterno questi due musei, a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro. Il Louvre fu un palazzo reale, grandioso, sobrio e austero, situato vicino la Ile de la Cité. Il Pompidou è stato progettato da Renzo Piano e altri; si trova a due passi da quello che fu il più grande mercato di Parigi e che oggi, manco a dirlo, è un centro commerciale.

A ogni pietra perfetta del palazzo del Louvre, risponde in maniera uguale e contraria un tubo, un cavo a vista, una scala mobile del Pompidou. Il Louvre nasconde volutamente, all’interno delle sue possenti mura, ogni segno della moderna tecnologia; il Pompidou è tecnologia dall’inizio alla fine. Alla bellezza dei marmi del Louvre, risponde la rivoluzione del design del Pompidou.

Una volta entrati, questo gioco di specchi diviene ancora più forte. Le opere dei due musei sembrano conoscersi senza mai essersi incontrate. Vanno quasi a coppie, in una grandiosa e caotica arca di Noè dell’arte.

All’arte bella di Duccio e Giotto, di Antonello da Messina, di Leonardo e di Mantegna, e ancora di Canova o di Delacroix e di Gericault (per citare solo un centesimo degli artisti che ho avuto il tempo di ammirare e un milionesimo di tutti quelli presenti); a quest’arte – dicevo – va a braccetto la mostra d’arte moderna e contemporanea del Pompidou: Matisse e Picasso, Kandinsky, Pollock, Larionov, Chagall, Duchamp e tanti, tanti altri. So che l’affinità di forma tra Amore e Psiche e la Fontana-Orinatoio è difficile da sostenere, eppure per me è altrettanto difficile non notarla.

Non solo, dunque, c’è una diretta continuità tra esterno e interno del museo, tra forma architettonica e contenuti artistici; la continuità è anche tra museo e museo, tra secolo e secolo, tra arte e arte: il Louvre è l’altra faccia del Pompidou, e viceversa.

A dare ragione a questa immediata impressione, il Louvre ospita temporaneamente una delle opere nere di Pierre Soulages, accanto ad alcuni tra i più grandi pittori pre-rinascimentali e rinascimentali italiani.

Se avessi avuto più tempo per visitare Parigi, avrei sicuramente portato altri esempi simili; penso al nuovo quartiere de La Défense e al suo Arco, sul quale ho solo lanciato uno sguardo dall’alto della Tour Eiffel, meravigliandomi anche questa volta per la sua perfetta integrazione nel complesso panorama parigino, come uno scenario di Blade Runner che si staglia a una decina di chilometri dalla Senna.

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