
A Bologna c’è stata La scienza in piazza. Sabato si è svolta una conferenza con Giulio Giorello, Eugenio Riccomini e Philippe Daverio. Il tema era il rapporto tra arte e scienza. Interessantissimo, no?
Peccato, però, che i VIP hanno a volte il vizio di presentarsi a queste importanti occasioni cittadine – che sono ben più importanti delle occasioni accademiche – senza preparare un benché minimo discorso o argomentazione, al contrario di quanto fanno a lezione o nei loro programmi televisivi. Vengono chiamati, probabilmente strapagati, e sembra che a stento sappiano quale sarà l’argomento in questione. Il risultato è una chiacchierata a braccio sulle loro esperienze (a volte di dubbio interesse), sulle loro letture, su ciò che sanno in proposito.
La conseguenza è che poi si dicano castronerie. Sicuramente senza volerlo. Ne ricordo una, detta da Riccomini all’inizio della conferenza. Il Prof. ha sentenziato che l’irriducibile differenza (disse proprio così) tra chi fa arte e chi fa scienza è che questi ultimi studiano qualcosa che già è presente in natura; i primi, invece, creano qualcosa che in natura non si dà: chi fa arte spesso imita la natura, ma l’imitazione è già cosa distinta dall’oggetto imitato.
Sono tante le critiche che si possono muovere a questa idea. Ne riporto tre, aiutato dalle recenti suggestioni dantiane (cioè di Danto, non di Dante).
- Facciamo finta che sia vero (e non lo è) che gli scienziati hanno a che fare solo con ciò che già esiste in natura. Certo, fanno scoperte scientifiche, ma ciò che scoprono era presente già prima che loro se ne accorgessero. Detto questo, non possiamo comunque dire che la differenza tra scienziati e artisti stia nella capacità di questi ultimi di creare cose che non esistono in natura. Perché è una capacità che ha anche il falegname, mia madre quando cucina la pasta al forno, la fabbrica di scopini da bagno, mio cugino di tre anni quando disegna cose su un foglio bianco. Sono tutti esempi di produzioni dell’uomo che, pur non essendo opere d’arte, non esistono in natura.
- Non so niente di arte ma sono sicuro che, così come Duchamp ha preso un orinitoio e l’ha fatto diventare opera d’arte, qualche altro artista ha preso un pezzo di natura – ad esempio una mela (non una mela dipinta, ma proprio una mela vera) – e l’ha messa in mostra. E se non è mai accaduto, accadrà. Per la seconda volta viene a galla la fragilità della distinzione tra scienziati e artisti. Si potrebbe obiettare che quella mela, una volta divenuta opera d’arte, ha mutato status. Ontologicamente, cioè, non è più un pezzo di natura, ma un pezzo del mondo dell’arte. Ma non è questo il caso.
- Non ne so niente di scienza ma, come dicevo, non è vero che gli scienziati non creano. La scienza, penso, è subito tecnologia. Alla parte teoretica (puramente osservativa e speculativa?) è direttamente collegata la parte pratica, creatrice. Già nell’esperimento, forse, si creano condizioni ideali (che non per forza esistono in natura) per la riuscita dell’esperimento stesso.
Il dato comune alle tre obiezioni è banale: la capacità poietica (creatrice), innata all’uomo, si manifesta in ogni forma del sapere. Un fatto che è tanto evidente quanto più si pensa che anche l’etimologia ci viene in aiuto: il greco ποιεσις (poesia) deriva dal verbo ποιεω (fare, creare). L’affermazione di Riccomini (non ce l’ho con lui, ma con quel che ha detto) ha il risultato opposto a quello che, forse, si prefiggeva: sminuisce l’arte o, quantomeno, non la definisce in alcun modo. Non che mi aspettassi una definizione di arte.







Cimiteri e Cantieri
Potere è volere: i miei genitori possono pagarmi1 gli studi fuori sede, ergo io voglio partire da Catania. E lo faccio, è chiaro, naturalmente col mio carico di timori giovanili e tanta voglia di cambiamento.
Bologna è un posto difficile da descrivere. Credo sia più facile per un turista raccontare Parigi dopo una settimana che non per un bolognese raccontare Bologna; figuriamoci se chi ci abita da un anno e mezzo (come chi scrive) può darvi l’idea. Anche perché, neanche a dirlo, è la mia idea ed è la mia esperienza.
E io studio filosofia, perciò arrivo nella città felsinea alla ricerca di cultura, con predilezione di quella libresca ma allo stesso tempo viva: quella accademica. Ne trovo a palate, com’è ovvio, ma non come avrei potuto trovarne in qualsiasi altra parte d’Italia.
Per farvi capire la differenza tra l’università di Catania e quella di Bologna: da un lato troviamo una scrivania ordinata e vuota in una stanza ancor più ordinata, all’interno di un monastero benedettino bianco, dalle cui finestre senti gli uccellini cantare felici nel giardino dei novizi. Dall’altro, una scrivania stracolma di libri appunti e carte, in una stanza buia circondata da librerie disordinate e straripanti di libri o da muri ricoperti di manifesti di conferenze davvero importanti su di un pavimento con decine di scatoloni impolverati dentro i quali riposano – indovinate? – libri, all’interno di un palazzo vecchio color grigio e ocra. Un cimitero lì, pieno di pace ma anche di avvoltoi e mangia carogne, un cantiere aperto qui, ricco di lavori in corso, rumori fastidiosi e penetranti.
Lì mi insegnavano2 che la forma è tutto per nascondere una cattiva sostanza (o cattiva coscienza, chiamiamola come vogliamo), qui non mi faccio “insegnare” nulla – e forse qui sta il trucco – ma parole come tradizione, studio, ricerca, teoria, storia e ideologia mi investono quotidianamente come macigni. Le trovo scritte sui muri, le intravedo nelle scelte dei programmi, le riconosco nei corsi in aula.
Potrei aggiungere che lì pagavo il parcheggiatore abusivo per l’auto o lo scooter, qui posteggio la bici di fronte alla facoltà; lì potevo rimanere vittima di una sparatoria in pieno giorno, qui di una cacca di cane pestata sotto i portici. Ma sarei banale. E che lì ho i miei più cari amici, ma non c’entra nulla.
Una cosa che c’entra, però, e che cambia le carte in tavola, è che lì ho dovuto convivere con Scapagnini e Stancanelli, qui ovviamente no, ma hanno da poco inaugurato la sede della Lega Nord, ed è l’argomento di cui volevo scrivere su questo post. Ma mi son trovato a parlare di tutt’altro e, visto che ormai si è fatto lungo, me lo riservo per il prossimo.
Note