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Fenomenologia del Disimpegno Universitario

Al momento dell’azione, sia essa virtuale o reale, sia essa solo ipotetica o fattibile, c’è chi inizia a tirarsi indietro.

La petizione che io e gli altri amici di Sitosophia abbiamo pubblicato per chiedere la mobilitazione dell’Università di Catania contro il d.l. 112, rischia di non avere alcun successo per una serie di motivi. Provo ad elencarne solo alcuni:

  • Il più importante: gli studenti se ne fregano. Poche risposte su Soqquadro mi sono bastate a comprendere la situazione. Il disimpegno dello studente medio, ricco di luoghi comuni, consta (come in ogni buona fenomenologia) di tre momenti:
    1. Momento del finto pessimismo, che tenta di giustificare una totale indifferenza: è inutile bloccare l’Anno Accademico, fare manifestazioni, firmare petizioni; tanto poi la casta politica fa quello che vuole.
    2. Momento dell’egoismo ignorante, perché non vuol capire come il disimpegno sia la scelta più anti-egoistica: bloccare l’Anno Accademico è dannoso! Come potrò mai darmi le materie e laurearmi se l’Università resterà chiusa?
    3. Momento del delirio, di chi straparla senza avere la minima idea di ciò di cui sta parlando: è inutile fare piccole petizioni e manifestazioni, i problemi in Italia sono troppi. L’unica soluzione è la rivoluzione e la guerra civile!
  • Si ritiene la sospensione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico un atto esagerato ed economicamente disastroso.

Io dico che no, non lo è. Prendiamo esempio dagli altri: l’anno scorso i camionisti hanno praticamente tutti incrociato le braccia, provocando davvero grossi problemi economici e non solo. Hanno ottenuto ciò che volevano ottenere: il governo, per risolvere il problema, ha utilizzato i soldi dell’Università e della ricerca. Adesso che invece è l’Università, per utilizzare un francesismo, a trovarsi con le pezze al culo, non si dica che non sarebbe utile bloccare l’Anno Accademico nei maggiori atenei italiani! Sarebbe una piccola rivoluzione, a cui il governo sarà costretto a rispondere.

  • Al contrario della SSC, che ha vinto la sua battaglia anche grazie ad una petizione on-line, noi di Sitosophia non disponiamo – purtroppo – di una grossa visibilità mediatica.

La protesta contro la chiusura della SSC è partita dagli studenti, ma è stata appoggiata in pieno e in prima persona dal Presidente e dai docenti della Scuola. Anche nomi noti, come Rita Levi Montalcini, hanno firmato quella petizione. Per quella battaglia sono state raccolte più di 2.800 firme. Ma è stata, come ben detto da Mushin, solo una battaglia. La nostra petizione dovrebbe rappresentare la guerra, in quanto riguarda tutta l’Università di Catania e non solo una sua parte. Tuttavia, so già che non raggiungeremo mai l’ordine delle migliaia di firme.

Spero che il prossimo post sia ricco di note positive e di buone notizie. Anche se, date queste premesse…

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Sitosophia Politica

Firma per la mobilitazione dell'Università contro il d.l. 112

L’imbarazzante silenzio – che speriamo verrà interrotto – di uno tra i più grandi Atenei italiani, quello di Catania, riguardo il disastroso decreto legge 112, ha portato un pugno di studenti di filosofia a pubblicare una petizione.

Questo gruppo, che si chiama Sitosophia e di cui sono orgoglioso cofondatore, richiede che l’Ateneo:

  • sospenda l’avvio del nuovo anno accademico (quindi lezioni, esami e sessioni di laurea) informando i propri studenti e personale amministrativo della situazione in sedi opportunamente stabilite
  • non approvi i bilanci preventivi in mancanza delle adeguate risorse economiche, in segno di netta protesta
  • organizzi un preciso e concreto calendario di iniziative di mobilitazione

Niente di fantascientifico, dunque, solo una necessaria presa di posizione Contro il tramonto dell’Università italiana.

Firmate tutti e diffondete il verbo, è importante.

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Mafia e omofobia

Giorni fa, la notizia: “Scrivi poesie quindi sei gay”, giovane mafioso stuprato in carcere a Catania.

Se c’è qualcosa che, per potenza, può superare la brutalità mafiosa, questa è solo la bellezza. La bellezza è l’antipode dell’acido, della bomba, delle intimidazioni, del pizzo, forse anche del potere. Chi coltiva in sé la bellezza è sulla buona strada per una vita felice e libera.

Non conosco la storia di questo picciotto-poeta dai modi effeminati, né il contenuto delle sue poesie. Certo, però, è che la mafia ha subito arginato il problema, inferendo al giovane un perverso contrappasso: sei un sodomita? E noi ti sodomizziamo.

Il problema non è l’omosessualità in quanto tale, ma l’omosessualità vissuta liberamente. Una spiegazione parziale dell’accaduto sarebbe questa: il ragazzo gay è stato simbolicamente e carnalmente soppresso in quanto ritenuto più debole. A questo bisogna aggiungere, però, il rigetto – sintomo di paura – della bellezza. Bellezza della poesia, bellezza della vita, bellezza della propria sessualità vissuta in modo sano, libero.

Mafia e omofobia vanno combattute anche per questo: tendono a distruggere il bello che abbiamo. Ad omofobi e mafiosi augurerei, allora, ciò che Aurelio Mancuso ha augurato alla nostra pseudo-sinistra:

Vorrei che il dolore di quei nove punti di sutura all’ano e la devastazione intima che ha provato e continuerà a provare quel ragazzo vi fosse trasmessa

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Meno Scuole Superiori, più Università Inferiori

No fondi, no party

C’è chi, come Umberto Eco (mi sembra ne parli anche qui), lo intuì tanti anni fa, quando ancora la Moratti poteva essere solo il personaggio nell’incubo di uno psicopatico, non certo ministro dell’istruzione. Che cosa? Che l’università di oggi è un’università di massa, o anche detta “per tutti”.

Io della massificazione ne penso il peggio possibile, anche perché (ricopio da un mio vecchio articolo su Megaron) è curioso osservare un movimento di opposizione. Più le università aprono i loro portoni e permettono a chicchessia di conseguire l’agognato pezzo di carta, più lo studente serio (quello che studia ore e ore al giorno, per intenderci) cerca e sogna “altri lidi” per la propria istruzione. Più la laurea diventa un traguardo possibile per tutti, più l’offerta didattica è scadente. È un dato di fatto. Ovviamente, la bassa qualità dello studio porterà all’annullamento totale del diritto allo studio. Se l’università statale non garantirà più un alto livello d’istruzione, è ovvio che chi vorrà avere “diritto allo studio” (uno studio serio, intendo) dovrà sborsare fior di quattrini per prestigiose università private. Ed uno studio soggetto a compravendita, non è più diritto.

Insomma, so benissimo che in Italia (per ogni cosa si parli) non esiste una strada diversa dalla massificazione che non sia l’elitarismo, la casta ed il privilegio – concetti del tutto opposti al diritto. Ed allora ben venga l’università di massa!

No fondi, no party

No fondi, no party

Alcune università, però, hanno pensato bene di percorrere, accanto alla necessaria massificazione, strade alternative: proporre percorsi d’eccellenza per gli studenti migliori. A Catania, la mia città, esiste la Scuola Superiore: è un istituto di alta formazione, di perfezionamento degli studi universitari e di avvio alla ricerca, i cui risultati sono ampiamente confermati dalle numerose pubblicazioni prodotte dai suoi studenti. Gli allievi della Scuola, oltre a seguire le lezioni dell’Ateneo di Catania, frequentano dei corsi interni aggiuntivi che contribuiscono a elevare il loro livello di preparazione, devono conseguire una media non inferiore a 27/30, sono finanziati dalla Scuola per lo svolgimento di attività di ricerca all’estero. Meglio di così…

Mi sarebbe piaciuto molto farne parte, ma al momento dell’iscrizione ho ritenuto non valesse la pena neanche tentare l’esame di ammissione, tanto mediocre era la mia preparazione scolastica. Sono riuscito comunque ad usufruirne in seguito, frequentando da esterno l’ottimo corso di Neuroscienze e Teorie della mente.

Il problema

Con il Decreto legge 112 del 25 giugno 2008, la Scuola Superiore di Catania – e, di conseguenza, altri centri d’eccellenza e di ricerca delle università italiane – rischia di chiudere per mancanza di fondi.

Ne parlano sui blog il Prof. Biuso (da cui ho copiato poche righe di questo post), Elfobruno, Leandro per 095, Maelstrom e Mushin; anche Megaron e il nostro Sitosophia hanno fatto (e spero continueranno a fare) in modo di informare quanta più gente possibile.

Cosa si può fare?

Firmare una petizione. Fatelo, è importante: non solo per la Scuola catanese, ma per l’università tutta.

Putroppo non è finita qui: il decreto stabilisce anche l’assunzione di uno solo nuovo docente per ogni cinque che vanno in pensione (risultato: disoccupazione, classi numerosissime, didattica scarsa, alunni ignoranti etc. etc.) e la trasformazione degli Atenei in Fondazioni. Chi non otterrà finanziamenti da banche, aziende, industrie, rischia la chiusura. Il progetto, sin troppo trasparente, è quello di abbassare il livello delle Università pubbliche a favore di pochi, carissimi e sedicenti “migliori” Atenei privati, gli stessi di cui ho parlato sopra.

Spero che di questi temi si parlerà durante l’assemblea pubblica di domani, io ci sarò.

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Sant’Agata: rito e schifo

Sant’Agata è la patrona della città di Catania. Dal 3 al 6 febbraio è la sua festa.

La santuzza sta in chiesa tutto l’anno, nella Cattedrale che porta il suo nome e che è il duomo di Catania. Il 4 febbraio, dopo la messa dell’aurora, succede una cosa: la chiesa cede Agata al popolo catanese devoto. Più che come un regalo, questo gesto è da interpretarsi come dovuto, come una restituzione. I catanesi devoti non è che “accolgono” le reliquie che gentilmente sono a loro “donate” per due giorni. I catanesi se le prendono. “Agata è dei devoti” : una frase, quest’ultima, che il catanese conosce bene.

Questo, sommariamente descritto, è l’atto di scristianizzazione che dà il via alla festa. La festa assume i suoi connotati pagani ed Agata diviene la vera divinità del popolo catanese. La martire è venerata, invocata con urla, pregata. A lei sono dedicate le prove di forza, sofferenza e virilità di chi, da solo o in gruppo, si carica sulle spalle ceri dal peso anche di trecento chili. Per lei si fa la ‘nnacatedda, cioè il balletto delle candelore, e si tira il fercolo col cordone. La vergine viene anche divorata nella sua parte più caratteristica e più martoriata: le minne, cioè i seni. Fin qui il rito, tra sacro e profano, ed il lato antropologico della festa.

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C’è un altro lato, uscito alla ribalta di recente con un effetto-sorpesa simile a quello di chi dice “ho scoperto l’acqua calda”: la gestione mafiosa della festa e l’enorme giro di soldi che essa porta. Lungo tutta la via Etnea si posizionano (nessuno senza il permesso di chi detiene la gestione economica della festa) una quantità enorme di camion, carrozzoni e bancarelle, che riempiono la città col fumo della carne arrostita e col fetore dell’olio fritto. Il fercolo fa sosta sotto i balconi dei boss mafiosi. In onore di quest’ultimi si sparano pure dei fuochi artificiali fuori programma. Sugli orari di uscita e rientro della santa in chiesa ci si fanno le scommesse clandestine.

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La festa di Sant’Agata è del popolo catanese. Il popolo catanese è, nel suo fondo mafioso, marcio. Ergo la festa è marcia.

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