
Siamo in file per il check in, io e la mia compagna d’avventure, per l’aereo diretto a Parigi il 29 dicembre dell’anno appena trascorso. L’atmosfera è chiara sin dall’inizio.
Saliamo sull’aereo, prendiamo posto, e i nostri timori diventano certezze: dietro di noi si siedono due classiche coppie siciliane, una “giovane” e una più anzianotta. I quattro iniziano a far conoscenza e, fatte le presentazioni, iniziano a discutere a voce molto ma molto alta sui seguenti argomenti:
- reflusso gastroesofageo
- allergie e cortisoni
- allergie a “peli e forfora di cani e gatti”
- l’amministrazione e gli amministratori degli ospedali di Catania
- crisi allergiche durante la gravidanza
Questi e molti altri sono stati i temi dell’animata discussione durata tutte le quasi tre ore di viaggio, accompagnate dalla costante tosse catarrosa di una del quartetto. Il compagno di quest’ultima ha la battuta facile e, ad ogni turbolenza per il forte vento, esclama: minchia, chista era ‘na mala scaffa! Ossia: minchia, questa era un brutta buca. Più di venti volte l’ha ripetuta. Il tutto, a voce sempre molto alta. Solo chi ha ben presente la tipica parlata dello zaùrdo (cafone) siculo può capire l’enorme fastidio provato.
Per fortuna, i passeggeri davanti a noi sono tre sordomuti. Fortuna per loro.
Nel frattempo, la mia compagna d’avvenuture legge Cent’anni di solitudine e io mi chiedo come diamine ci riesca. A bordo vendono vari oggetti, tra cui pen-drive, libri di barzellette e un simulatore digitale di salto con la corda senza fili né corda!
Sul volo di ritorno, dovete sapere, eravamo quasi gli stessi dell’andata. Secondo voi, quante possibilità ci sono che le stesse quattro persone stiano sedute sui sedili dietro di noi sia all’andata che al ritorno? Poche, certo, ma le mie orecchie e i miei nervi vi assicurano che sono bastate.













Sei anni di filosofia per me e per Google
Avevo 18 anni quando ho letto La personalità autoritaria di Adorno e altri della Scuola di Francoforte. Era il testo principale per il mio “percorso” all’esame di maturità (commissione tutta interna: bei tempi!); percorso che si chiamava appunto La personalità autoritaria nella storia e nella letteratura. Io non mi ero mai applicato seriamente nello studio prima della maturità: meno potevo studiare e meglio era; e ringraziavo il cielo di essere portato per la filosofia, così non dovevo studiarla. Leggevo il manuale (me lo ricordo bruttino) la sera prima dell’interrogazione o addirittura durante l’ora di lezione precedente. Eppure, rileggendomi, ho quasi la sensazione di essere stato più bravo al liceo di quando non lo sia adesso.
Forse ero solo più libero: leggendo La personalità autoritaria mi sentivo come se stessi entrando in contatto con i più intimi segreti del mondo umano. Molto più di quando avessero fatto biologia, chimica, fisica e scienze della terra negli ultimi tre anni di scuola (de gustibus). Tutte in una volta, mi investivano la migliore filosofia e la più intrigante psicologia, pronte a spiegarmi l’origine dell’antisemitismo e del fascismo in senso lato, l’importanza della democrazia, della pace e di molte altre cose. Tutto in una volta, tutto in un solo libro. Fu in quel preciso momento che capii che dovevo iscrivermi in Filosofia.
Dopo sei anni, alcune false speranze sono state giustamente e fortunatamente deluse e alcune soddisfazioni me le sono prese; ma quelle due righe che scrissi, dopo sei anni, rimangono ancora al primo posto – nei miei ricordi e nella ricerca con Google.