Ieri sera ho iniziato a leggere Moby Dick, dall’altro ieri sono a casa con un principio d’influenza. Fra tre mesi dovrei discutere la mia tesi di laurea, tra un mese circa dovrei ricevere il mio primo (forse ultimo) e lauto compenso di lavoro. Mi mancano tre libri e potrò dire – escludendo alcune lettere, libriccini e Frammenti postumi – di aver letto tutto Nietzsche (chiariamo: dal leggerlo al capirne davvero qualcosa, ce ne passa). Da oggi, provo a scrivere di nuovo su questo blog.
Ibridando libri
La lettura incrociata di Post-human e Crash, giunta quasi al termine, si sta rivelando gustosa ed azzeccata. Questi due testi mi capitano davanti ormai da tre anni, ossia da quando Alberto Giovanni Biuso e Giuseppe Raciti – i due migliori docenti della mia facoltà – me li hanno fatti conoscere. Post-human è uno dei testi fondamentali, sempre presente (se non in programma, sottintendendolo durante le lezioni) nei corsi di Filosofia della mente di Biuso. Il libro di James G. Ballard, invece, lo sentii citato per la prima volta durante un (im)memorabile Caffè filosofico con Raciti, il quale ha addirittura intervistato il grande autore.
Studio l’enciclopedia (perché questo è Post-human) di Roberto Marchesini di giorno e leggo Crash di notte. Ne conseguono inevitabili riflessioni sul postumano. Ne butto giù una: il postumanesimo è una questione di scenari, prima ancora che di possibilità tecnica di dar vita ad essi. È un mondo di fantasia e letteratura, prima ancora che di scienza. Mi correggo: è l’argomento in cui letteratura, filosofia e scienza – lo vogliano o meno – si trovano faccia a faccia, in cui si vogliono e si devono prendere seriamente. È, infine, il luogo in cui non vi è cesura tra essere e tecnica.
Ballard, poi, è incredibile: nel suo libro c’è davvero eros e thanatos, non come formuletta valida in ogni occasione. Inoltre, lui non ha bisogno di ingegneria genetica o di nanotecnologie per cogliere la potenza dell’ibridazione. Come dice lo stesso Marchesini a proposito di Crash:
Nel qui e ora ballardiano riscopriamo la dimensione drammatica tra psiche e techne, tra organico e inorganico in tutta la sua valenza estatica. L’iscrizione tecnologica in questo caso non ha urgenza di rendersi evidente attraverso fili, placche, chip, insomma non necessita di una conclamazione epidermica, essa infatti è più profonda: è una vera e propria perfusione.
Post-human, pag. 498.
Non appena concluderò la lettura del romanzo, vedrò l’omonimo film di David Cronenberg, che in molti mi dicono essere all’altezza del libro.









I Vicerè
Mi sento in dovere di condividere, per chi se l’è persa, la puntata di Report su Catania intitolata I Vicerè.
http://www.youtube.com/view_play_list?p=88987DDD0A43FA2FLo schifo e la vergogna che ho provato nel vedere l’inchiesta certo non sono superiori allo schifo ed alla vergogna che provo quando quelle stesse scene le vedo ogni giorno, dal vivo. È proprio questo il punto: basta farsi un giro a Catania – certo, un giro che non comprenda solo Via Etnea e Corso Italia – per rendersi conto della situazione penosa della città.
Io abito a San Giovanni Galermo, proprio accanto ad una di quelle strade, filmate dalla trasmissione (alla fine del 4° video), con la fogna a cielo aperto. Ho un’amica che abita a Librino, proprio accanto il Palazzo di cemento (6° video). Conosco persone singole, gruppi e associazioni che conoscono la città e le sue problematiche meglio di chiunque altro, che tentano da anni di fare informazione e comunicare all’esterno delle mura etnee il nostro disagio. Naturalmente, anche grazie a lui, i risultati sono sempre stati scarsi.
Adesso Report ha girato questa puntata perfetta, una denuncia a tutti i livelli che fornisce velocemente un’idea chiara della situazione catanese. Servirà? Rispondo con la chiusa di un bell’articolo de La Periferica.