Mi rimangio ciò che ho detto in un precedente post:
ora che sono più libero (mentalmente, intendo) prometto solennemente di scrivere più spesso sul blog.
Avevo già dimenticato quanto fossero impegnative le lezioni. Impegnative dal punto di vista del tempo a disposizione: non ho idea di quando riuscirò a studiare! Impegnative dal punto di vista mentale: la Letteratura Italiana, questo mostro a me (ahimè) sconosciuto, ha il monopolio del mio “flusso di coscienza”.
Proprio in Letteratura Italiana, grazie ad un eccellente docente, sto imparando a guardare da un altro punto di vista la Poetica di Aristotele. Si parla della tragedia greca. E mi scervello per cercare di trovare un nesso decente tra due posizioni: quella di Aristotele e quella di Nietzsche.
In particolare, sto cercando di confrontare affermazioni di Aristotele come questa:
la parte [della tragedia] più importante di tutte è la composizione delle azioni. La tragedia infatti è imitazione non di uomini ma di azioni e di un’esistenza, e dunque non è che i personaggi agiscono per rappresentare i caratteri, ma a causa delle azioni includono anche i caratteri, cosicché le azioni e il racconto costituiscono il fine nella tragedia
Con affermazioni di Nietzsche (da La nascita della tragedia) come questa:
siamo giunti a capire che la scena assieme all’azione fu pensata in fondo e originariamente solo come visione, che l’unica “realtà” è appunto il coro, il quale produce fuori di sé la visione e parla di essa con tutto il simbolismo della danza, del suono e della parola.
Se qualcuno ha un aiutino, è ben accetto!






Una scuola di vita
Una lettera degli studenti del Liceo Classico Statale “N. Spedalieri” di Catania ha avuto una risonanza atipica, e giustamente. Non ho avuto modo di leggere quella lettera, ma tramite le notizie su internet e tv (quel terribile programma di Giuliano Ferrara su La7) mi sono fatto un’idea.
Gli studenti, partendo dall’omicidio di Filippo Raciti, rimproverano ai docenti – cioè alla scuola italiana – una totale mancanza di valori, una neutralità “a tutti i costi”, un relativismo (nel senso cattivo inteso da Ratzinger) che li “soffoca nel nulla”. Rimproverano, ma richiedono pure:
La risposta dei docenti ad una domanda tanto chiara, fondamentale e ineludibile è stata così banale (a quanto ho capito) che risulta essere caratteristica della assoluta inadeguatezza, da parte della scuola italiana, nel poter minimamente incidere nella formazione dei giovani. I docenti hanno risposto agli studenti che:
Hanno inoltre detto che il loro compito è «stimolare domande» e che lo studente deve cercare da solo «risposte adeguate al proprio percorso».
Cominciamo dalla prima idiozia: “Proporvi, o imporvi…”, come se le due azioni fossero equivalenti. Davvero, qui si scade nel “politically correct” dove nessuno può dare alcun giudizio di valore su chiccessia. Una delle aberrazioni della democrazia (di questa democrazia, a cui siamo sottoposti): non si capisce più chi dice che cosa. Come se la propria esperienza vissuta, quindi il proprio giudizio sulle cose del mondo, non avessero lo stesso alto (di più) valore pedagogico-formativo di una lezione di storia, filosofia o chimica. Proporre una visione del mondo non è integralismo. Del resto, a meno che i docenti non siano “automi”, è impossibile nascondere qualsiasi presa di posizione personale: ma questo vuol dire forse che insegnare sia di per sè un atto dittatoriale? Tra dittatura ideologica e qualunquismo vi sono, secondo me, tante vie di mezzo che possono essere percorse.
Il compito dei docenti è “stimolare domande”? Si, senza ombra di dubbio. Ma qui non si capisce che i giovani studenti di oggi (non tutti, è vero) sono pieni zeppi di domande, anzi, sono un grande e immenso punto interrogativo che cammina per la strada! Aiutiamoli, ma a trovare risposte! Qualcuno potrà dire: “ma di risposte ce ne sono tante, c’è la religione, ad esempio”. Si, ce ne sono tante, è vero. Allora li si aiuti a cercare la propria risposta, e non si fornisca loro soltanto delle formule preconfezionate, vengano esse dalla religione, dalla scienza o dalla storia della filosofia.
“Abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il senso del vivere e del morire”: qui, spero, siamo davanti alla piena presa di coscienza della fragilità della vita umana. Interroghiamoci, ancora una volta, sulle vere questioni dell’essere umano. Chiediamoci sempre il “da dove?”, il “perché?”, il “come?” delle cose prossime.
Andando oltre il caso specifico della lettera degli studenti, bisogna precisare alcune cose, perché ogni medaglia ha la sua terza faccia oscura:
Sul programma di La7 che ho citato sopra, parlava un professorone: Ernesto Galli della Loggia. Ha detto, in pratica, che l’errore dei governi nei confronti dell’istruzione sta nel non prendere una decisa posizione. Che il ministro della pubblica istruzione di turno deve dettare legge. Che la politica deve condizionare le scelte di valore dei cittadini. E ha cominciato a lodare vari ministri del passato, tirando in ballo anche Giovanni Gentile.
Questo, secondo me, al di là del fascismo latente, significa non aver compreso bene la domanda di fondo: qui non si sta chiedendo a gran voce l’imposizione dell’ideologia (anche se qualcuno non desidera altro, tanto per evitarsi la fatica di pensare).
Qui si sta dicendo una cosa semplice, vera e fondamentale: basta con la scuola che insegna il passato fine a se stesso, comprendiamo il passato e liberiamocene per occuparci del nostro presente! Finiamola con i falsi problemi, occupiamoci di quelli veri! Io voglio dare il mio senso alla mia vita ed alla mia morte! Voglio conoscermi, comprendere me stesso, affinché possa conoscere e comprendere l’altro da me!