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Basta il titolo

Beati i ricchi in spirito

L’altro giorno, pensavo alla prima Beatitudine. E’ una cosa davvero indecente. Eccola qui:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Mt 5,3-12

Io non so cosa insegnano oggi al catechismo, ma per me i “poveri di spirito” sono un genere di persone ben preciso: gli ignoranti. La prima beatitudine è un elogio della stupidità.

Forse al catechismo la intendono diversamente e i “poveri di spirito” sono gli “umili”? Ancora peggio! Qui umiltà vuol dire una sola cosa: totale asservimento a Dio; divieto di porsi le domande; “tagliarsi la testa” (come si diceva ieri a lezione di Filosofia della mente) e riporre ogni speranza nell’Onnipotente. Insomma: smettere, volontariamente, di pensare.

Un prospettiva così lontana da quelle dei Santi-filosofi (Agostino, Tommaso etc.) che, con il loro continuo domandare e confessarsi, testavano e provavano continuamente la propria fede, mettevano in crisi la propria religione e le imponevano un rinnovamento, sfidavano a suon di Ragione il proprio Dio.

Questo monoteismo è forte per questo: asseconda l’insano bisogno di indifferenza degli uomini.

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Una scuola di vita

Una lettera degli studenti del Liceo Classico Statale “N. Spedalieri” di Catania ha avuto una risonanza atipica, e giustamente. Non ho avuto modo di leggere quella lettera, ma tramite le notizie su internet e tv (quel terribile programma di Giuliano Ferrara su La7) mi sono fatto un’idea.

Gli studenti, partendo dall’omicidio di Filippo Raciti, rimproverano ai docenti – cioè alla scuola italiana – una totale mancanza di valori, una neutralità “a tutti i costi”, un relativismo (nel senso cattivo inteso da Ratzinger) che li “soffoca nel nulla”. Rimproverano, ma richiedono pure:

Abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il senso del vivere e del morire, qualcuno che non censuri la nostra domanda di felicità e di verità.

La risposta dei docenti ad una domanda tanto chiara, fondamentale e ineludibile è stata così banale (a quanto ho capito) che risulta essere caratteristica della assoluta inadeguatezza, da parte della scuola italiana, nel poter minimamente incidere nella formazione dei giovani. I docenti hanno risposto agli studenti che:

Proporvi, o imporvi, delle verità è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica

Hanno inoltre detto che il loro compito è «stimolare domande» e che lo studente deve cercare da solo «risposte adeguate al proprio percorso».

Cominciamo dalla prima idiozia: “Proporvi, o imporvi…”, come se le due azioni fossero equivalenti. Davvero, qui si scade nel “politically correct” dove nessuno può dare alcun giudizio di valore su chiccessia. Una delle aberrazioni della democrazia (di questa democrazia, a cui siamo sottoposti): non si capisce più chi dice che cosa. Come se la propria esperienza vissuta, quindi il proprio giudizio sulle cose del mondo, non avessero lo stesso alto (di più) valore pedagogico-formativo di una lezione di storia, filosofia o chimica. Proporre una visione del mondo non è integralismo. Del resto, a meno che i docenti non siano “automi”, è impossibile nascondere qualsiasi presa di posizione personale: ma questo vuol dire forse che insegnare sia di per sè un atto dittatoriale? Tra dittatura ideologica e qualunquismo vi sono, secondo me, tante vie di mezzo che possono essere percorse.

Il compito dei docenti è “stimolare domande”? Si, senza ombra di dubbio. Ma qui non si capisce che i giovani studenti di oggi (non tutti, è vero) sono pieni zeppi di domande, anzi, sono un grande e immenso punto interrogativo che cammina per la strada! Aiutiamoli, ma a trovare risposte! Qualcuno potrà dire: “ma di risposte ce ne sono tante, c’è la religione, ad esempio”. Si, ce ne sono tante, è vero. Allora li si aiuti a cercare la propria risposta, e non si fornisca loro soltanto delle formule preconfezionate, vengano esse dalla religione, dalla scienza o dalla storia della filosofia.

“Abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il senso del vivere e del morire”: qui, spero, siamo davanti alla piena presa di coscienza della fragilità della vita umana. Interroghiamoci, ancora una volta, sulle vere questioni dell’essere umano. Chiediamoci sempre il “da dove?”, il “perché?”, il “come?” delle cose prossime.

Andando oltre il caso specifico della lettera degli studenti, bisogna precisare alcune cose, perché ogni medaglia ha la sua terza faccia oscura:

Sul programma di La7 che ho citato sopra, parlava un professorone: Ernesto Galli della Loggia. Ha detto, in pratica, che l’errore dei governi nei confronti dell’istruzione sta nel non prendere una decisa posizione. Che il ministro della pubblica istruzione di turno deve dettare legge. Che la politica deve condizionare le scelte di valore dei cittadini. E ha cominciato a lodare vari ministri del passato, tirando in ballo anche Giovanni Gentile.
Questo, secondo me, al di là del fascismo latente, significa non aver compreso bene la domanda di fondo: qui non si sta chiedendo a gran voce l’imposizione dell’ideologia (anche se qualcuno non desidera altro, tanto per evitarsi la fatica di pensare).

Qui si sta dicendo una cosa semplice, vera e fondamentale: basta con la scuola che insegna il passato fine a se stesso, comprendiamo il passato e liberiamocene per occuparci del nostro presente! Finiamola con i falsi problemi, occupiamoci di quelli veri! Io voglio dare il mio senso alla mia vita ed alla mia morte! Voglio conoscermi, comprendere me stesso, affinché possa conoscere e comprendere l’altro da me!

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Memoria e oblio dell’olocausto

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Su Girodivite c’è una rubrica interessantissima chiamata L’ombra d’Argo in cui Biuso lancia notizie, messaggi, segnali, provocazioni e riflessioni.
L’ultimo articolo si chiama Vietare e tacere, tacere e vietare e, trattando della questione dell’antisionismo ed antisemitismo, parla della “introduzione dello psicoreato nei sistemi democratici”.

Dall’articolo è venuta fuori un’interessante discussione, di cui riporto un mio messaggio in particolare.
Parla della necessità di dimenticare e vuole essere un avvertimento a non prendere troppo alla leggera la memoria dell’olocausto. Un ricordo del genere (e i ricordi sono spesso tutto ciò che abbiamo), impost in un modo tanto “violento” può gravemente nuocere alla salute psicofisica dell’uomo.

Primo Levi René Magritte - La memoria Ingresso di Auschwitz: Il lavoro rende liberi

Io non conosco la Storia e non l’ho studiata come si deve, tuttavia sento di farne parte; ed in quanto parte della storia, cerco di vivere il clima del presente.
Ecco cosa, brevemente e banalmente, secondo me sta succedendo: il monito di Primo Levi: “non dimenticate”, ridotto ad una specie di “slogan televisivo”, sta agendo nella mente umana in modo contorto e perverso. I miei pochi studi sulla memoria (grazie alla Filosofia della mente e la Psicologia) mi hanno fatto comprendere quanto una buona dose di oblio sia oggi necessaria, affinché si produca “nuova storia” e “nuova vita”.
Rileggere oggi la seconda Considerazione Inattuale di Nietzsche (Sull’utilità e il danno della storia per la vita), può far comprendere che la malattia dell’uomo storico è anche rimaner legati al terribile nazi-fascismo. I mass-media, la chiesa e la politica ce lo mettono continuamente davanti in tutta la sua crudezza; ancora si parla di colpe, di vittime e di colpevoli.
Ho l’impressione che, in questo modo, rimarremo così fortemente legati alla Shoà da non poterne più fare a meno, ne saremo dipendenti e avremo sempre bisogno di opporla come “Male”, per poter fare del “Bene”… o per illuderci di fare del bene.

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Il fardello dell’Italia

Studenti per la pace

La destra berlusconiana rimprovera Prodi di essere “dalla parte dei fondamentalisti” e “contro gli Usa”. Non so a cosa sia dovuta questa fesseria, molto probabilmente all’opposizione decisa del governo italiano (come degli altri paesi “civili”) all’uccisione di Saddam Hussein.

Tuttavia, io mi chiedo: ma che cavolo dicono? La destra non deve certo aver paura, noi saremo SEMPRE amici degli americani.

A dimostrazione di quel che dico, l’allargamento della base militare US Army a Vicenza. Come dice Beppe Grillo, “Invece di smantellare ci si allarga” e l’Italia resterà sempre “Un paese a sovranità limitata“.
I motivi di tutto ciò? E’ presto detto: l’Italia, l’Europa ed il Mondo intero dovranno pagare in eterno il prezzo della Seconda Guerra Mondiale, del progetto di Hitler e della propria adesione ad esso. Questo sarà sempre il nostro fardello, per colpa di questo fardello noi non ci libereremo MAI degli americani. E quando parlo di americani è ovvio che mi riferisco al governo ed ai capi militari delle basi sparse per l’Italia.

L’esempio più autorevole è certamente Sigonella. E tutto ciò mi fa ricordare quella bellissima, grandiosa, immensa manifestazione del 23 marzo 2003: Fermiamo la guerra.

Un numero indecifrabile di persone, in marcia per far sentire la propria voce. Farla sentire a Bush, per i quali non siamo altro che piccoli insetti…lui riesce ad avere ragione anche ora che ha tutti contro, figuriamoci allora, quando stava solo per iniziare l’incubo della guerra, questa guerra di cui, dopo quasi 4 anni, possiamo tirare le somme.

Quella giornata di cammino verso Sigonella (e che camminata!) è stata una delle più grandi dimostrazioni pacifiste in Sicilia (se mai altre ce ne siano state), erano tanti i gruppi politici e non che vi parteciparono. Sarebbe bello poter essere presenti ad un’altra manifestazione del genere, con una partecipazione popolare di massa; proprio qui, al centro del Mediterraneo militarizzato.

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Eutanasie a confronto

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Ieri la simpatica (anche se non sempre) Littizzetto, mentre si rivolgeva al suo “Eminems” alias il Cardinale Ruini, ha detto una frase ad effetto: “mi sembra che voi [la chiesa], più che contro la pena di morte, siate a favore della pena di vita”.
Un ottimo modo per unire i due avvenimenti che hanno segnato la fine del 2006 e l’inizio del nuovo anno: da una parte l’uccisione di Saddam Hussein, dall’altra la (non buona) morte di Piergiorgio Welby.

Su entrambi i casi la chiesa si è comportata “maluccio”…diciamo pure che si è comportata in modo menefreghista per Hussein ed in modo schifoso per Welby. Ma non m’interessa più di tanto.

Cosa può unire questi due eventi drammatici, al di là della loro drammaticità?
Il fatto che entrambi parlano di “eutanasia”.

Saddam Hussein Piergiorgio Welby Piergiorgio Welby

Nel primo caso, quello di Hussein, è una “falsa eutanasia”: hanno cercato di convincerci che quello che si è eliminato è un virus che, se avesse continuato a vivere, avrebbe ancora infettato l’organismo-società, che così bisognava fare ed andava fatto. Un’ideologia figlia (peraltro illeggittima) della peggiore eutanasia nazista e che si ripete ognivolta che negli Usa e in altri luoghi del mondo si uccide per legittimo diritto.

Welby richiede invece espressamente l’eutanasia, il desiderio insopprimibile della propria morte, che non gli viene concessa. Questa sarebbe stata vera eutanasia, in quanto decisione personale e (magari!) indiscutibile.

Passiamo quindi da una pena di morte ad una pena di vita. Non è incredibile?
In un caso abbiamo l’eutanasia negativa, in quanto inflitta come una pena; nel secondo caso abbiamo una mancata eutanasia positiva, perché negata al singolo individuo.

In un senso o in un altro, lo Stato (che in questi casi è sempre un Leviatano, sia esso una dittatura o un’imperfetta democrazia) si appropria della vita individuale (bìos), utilizzando contro di essa la forza come un diritto.

A termine di questa mia piccola riflessione (spero sia corretta, se per qualcuno non lo fosse me lo dica!), posso concludere che: l’eutanasia deve diventare un diritto inviolabile del singolo individuo, esercitabile solo ed esclusivamente su se stesso.

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