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Basta il titolo

Ritardatarietà e Università

Una premessa è necessaria: sono naturalmente d’accordo con ogni manifestazione pacifica contro la cosiddetta “riforma Gelmini”. Venerdì, qui a Catania, saremo tutti all’assemblea cittadina convocata dalla Facoltà di Lingue. Io ci sarò, certo. Qui, però, mi permetto di criticare un atteggiamento insopportabile e molto italiano: la ritardatarietà1.

L’attività preferita da chi fa opposizione – in Parlamento come nelle piazze, a casa propria come al bar – è quella di farsi sentire solo ed esclusivamente dopo che il danno è stato fatto. È quasi una sorta di comandamento rispettato da tutti: politici e sindacalisti, dipendenti e dirigenti, stampa e tutti gli organi di informazione più seguiti. Con l’unico risultato che ci si riduce sempre a tappare i buchi quando la barca è già allagata.

Potrei andare avanti con una serie infinita di casi in cui tale regola è stata seguita – le morti bianche, ad esempio – ma mi limiterò all’ultimo: il problema Università.

Informazione

Le notizie delle occupazioni, delle proteste e delle manifestazioni contro la riforma-non-riforma Gelmini riempiono le pagine di tutti i giornali. Chiunque, adesso, può informarsi facilmente – anche se non lo desidera – sul danno che la cara Mariastella e Tremonti stanno arrecando al sistema pubblico dell’istruzione.

Questo oggi, che la riforma è già legge 133 e aspetta solo di essere approvata al Senato. E quando ancora la legge era decreto? Nulla, silenzio più assoluto. Personalmente, a giugno, l’unico modo per venire a conoscenza dei tagli e della possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni, è stato leggermi integralmente il decreto legge 112. Dai media, ripeto, nulla.

Politica, sindacati, associazioni

L’opposizione politica? Ha taciuto ed acconsentito, come fa su tutto ciò che non riguarda direttamente i suoi membri. Si danno più da fare per scegliere il presidente della commisione vigilanza Rai che per lo sfacelo della pubblica istruzione.

L’Andu e la Crui? Dopo un’iniziale denuncia a luglio (ma non si sono certo sbracate), della prima non ho più avuto aggiornamenti, la seconda si sta muovendo solo ora.

Studenti e dissidenti

Lo stesso discorso vale per i gruppi politici studenteschi: dov’erano, in giugno? Ah si, dimenticavo, erano sotto il sole delle spiagge italiane a piangere la sconfitta elettorale.

foto di Marco|uneM

foto di Marco|uneM

Dov’erano gli studenti di tutte le università italiane, da Milano a Palermo, quando i ministri e ministre decidevano il loro futuro? Perché occupare, manifestare e incazzarsi solo ora, che i giochi sono quasi fatti?

I veri rivoluzionari, dunque, sono coloro che vogliono andare contro le regole del gioco. Quei pochi che, animati da un oggi carente buon senso, cominciano a protestare ed informarsi prima che le cose siano irreversibili.

Questi studenti hanno sprecato ore della loro preziosa estate per pubblicizzare petizioni e informare la gente. Le risposte ai loro appelli sono state le più disparate, ma con un unico comun denominatore: totale disinteresse.

La maggior parte di coloro che in questi giorni giocano a fare i sessantottini, nei mesi scorsi – quando la legge ancora non era legge – non sapevano nemmeno chi fosse la Gelmini, quali e quanti fossero i tagli, cosa significasse “privatizzazione dell’università”.

Forse a molti sembrerà rientrare tutto nella norma. A me no, per niente: mi sento sfasato. Il mio tempo non coincide con – come chiamarlo? – il tempo sociale. Io cerco di essere puntuale, tutti gli altri ritardano: con la logica conseguenza di trovarmi solo, insieme a pochi altri, ad ogni appuntamento.

Note
  1. non riesco a trovare una parola migliore. Anche se “stupidità” sarebbe andata benissimo. ()
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Tragicommedia all’inglese

James Hillman a Siracusa

Questa che segue è la trama di una tragicommedia a cui ho assistito. Non è una favola, come quella scritta da Azalais, né un racconto epico, come quello di Tommy David. Tuttavia, con essi ha tre importanti elementi in comune: il luogo, il tempo, un simile status dei personaggi in questione.

C’era non una volta, ma il 6 ottobre 2008, una conferenza a Siracusa, più precisamente a palazzo Vermexio, situato nella splendida piazza Duomo di Ortigia. Il relatore era personaggio che definire noto è dir poco: James Hillman.

Non appena avuta notizia del lieto evento, quattro individui del cosiddetto circolo di Catania si fiondarono sul luogo: ascoltare Hillman dal vivo rischia di capitare una volta sola nella vita; considerando anche i suoi 82 anni che, pur non dimostrandoli affatto, sempre 82 rimangono. Anzi, se faccio bene i miei calcoli, dovrebbero aumentare di un’unità ogni 365 giorni circa a partire dal suo anniversario di nascita. Ad assistere Hillman era presente una – brava e bella – interprete, che traduceva in italiano ogni frase del relatore (il quale, tra l’altro, parlava un inglese comprensibilissimo).

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La parte finale della conferenza

Le cose di cui lo psicofilosofo statunitense ha discusso, erano di grande, grandissimo interesse. Davide ne ha scritto un breve resoconto. Di tali argomenti, però, io non parlerò, bensì di ciò che li ha introdotti. Anzi, di colui che l’ha fatto e delle parole che ha pronunciato.

Come per ogni evento il cui protagonista è un VIP, anche quel giorno a Siracusa erano presenti docenti e autorità che pretendevano, in quanto organizzatori, di fare i loro più o meno lunghi discorsi prima di cedere la parola all’unico che la meritava, cioè Hillman stesso. Uno di loro ha addirittura letto una lettera della Prestigiacomo che, da siracusana, ha scritto le sue cose campanilistico-politiche.

Tra tutti questi grigi individui seduti al tavolone, uno in particolare, il più alto, merita di essere il protagonista della tragicommedia. È il Magnifico Rettore. Non dirò il suo nome, né di quale università egli sia a capo, per due semplici motivi: primo, il problema non è certo lui, ma la sua carica; secondo, potete facilmente riconoscerlo da soli.

Al momento di dover prendere la parola, il nostro Rettore – ignorando volontariamente la presenza dell’interprete – annuncia di volere rivolgersi a Hillman in inglese. Dovete capirlo: lui si era (o altri gli avevano) preparato e stampato un bel discorsetto da leggere. Voleva fare una magnifica figura. Poi arriva quella guastafeste dell’interprete e gli distrugge ogni sogno di gloria. No, non sarebbe andata così: lui avrebbe comunque parlato in inglisc!

Il pathos cresce, l’atmosfera creatasi in aula è quella giusta. Il Rettore comincia il suo discorso. Eccone qualche fonema (in altro modo non saprei definire tali suoni) estratto:

Ai uònt tu sei sam uerds tu Hillman…
For dissi rison…
De nascional situesscion…
Ui tent tu (…) de prestìggius of iunivèssiti…
Ai em sciuar…

Tali cacofonie devono essere lette così come sono scritte e con marcata cadenza sicula. Altrimenti, perdono tutta la poesia. Per farvi un’idea:

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Dopo tale performance, il nostro protagonista saluta tutti i presenti con parole appartenenti alla sua lingua madre:

Purtroppo devo andare perché c’ho degli impegni.

I migliori studiosi ancora si chiedono quale sia, la sua lingua madre.

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UltraSicurezza

Sicurezza made in Italy

Quella che ha visto vincere la destra alle ultime elezioni, è stata una campagna elettorale basata – tra le tante altre cose (ad esempio l’incompetenza della sinistra) – sulla sicurezza.

vignetta di maurobiani.splinder.com

vignetta di maurobiani.splinder.com

Slogan xenofobi del tipo “padroni a casa nostra!“, bombardamento dei media per ogni passo falso di un immigrato (possibilmente rumeno, rom, albanese o giù di lì), senso costante di precarietà, sono tutti elementi che hanno prodotto la paura negli italiani. Esattamente secondo la stessa modalità con cui la pubblicità produce bisogni: non hai bisogno di un oggetto finché non ne vedi la pubblicità, non hai paura fin quando qualcuno non ti convince che dovresti averne.

È forse troppo difficile, per il cittadino, comprendere che la sua costante richiesta di “sicurezza” (che si va pian piano sostituendo ad ormai vecchi termini quali “legalità” o “giustizia“) non verrà mai soddisfatta. Come ha ben capito il buon vecchio Zygmunt:

La sicurezza personale è diventata uno dei principali, forse il principale argomento di vendita in tutti i tipi di strategie di marketing. “Legge e ordine”, sempre più ridotti alla promessa di incolumità personale, sono ormai [...] il principale argomento di vendita nei manifesti politici e nelle campagne elettorali. Evidenziare le minacce all’incolumità personale è diventato uno dei principali, forse il principale punto di forza nelle battaglie per gli indici d’ascolto da parte dei mass media. (Z. Bauman, Vita liquida, Laterza 2006, pag. 71).

Dato che la società liquido-moderna di cui parla Bauman è proprio la nostra società, è impossibile, leggendo queste parole, non pensare anche a Bin Laden. Non all’uomo, certo, ma al fantoccio che “puntualissimo come la morte” (l’espressione è tratta da un articolo on-line di Biuso) si presenta ogni undici di settembre, alimentando la paura degli statunitensi.

Paure e desideri sono ciò di cui si nutre questa società. Non importa cosa desiderare o di cosa aver paura, non importa che l’oggetto venga conquistato o che il nemico sia ucciso. Bisogni e paure sono liquidati continuamente: ciò che conta è il continuo desiderare, non smettere mai di aver paura.

Torniamo, più concreti, all’Italia attuale: dopo la prima domenica di campionato, ci si dovrebbe pur rendere conto che l’allarme sicurezza è più endogeno che esogeno, l’allarme reale è dovuto più a causa interne che esterne. Altrimenti non si capisce perché la mia amica che abita a Catania, accanto allo stadio Massimino, ogni domenica si trova davanti a tre opportunità:

  1. Uscire di casa la mattina e tornare molto prima o molto dopo la partita.
  2. Stare a casa e uscire la sera.
  3. Non uscire di casa.

Certo, probabilmente la mia amica esagera; ma cosa le possiamo rimproverare se, dopo certi fatti di un certo 2 febbraio dell’anno scorso, lei prova un certo – e fondato – timore?

UltraScontri

UltraScontri

Quindi, la conclusione è la seguente: l’italiano non sopporta che, tornando a casa la notte, ci sia una certa probabilità che sarà aggredito da un extracomunitario (probabilità che – precisiamo – non è certo superiore a quella di essere investiti da un pirata attraversando la strada), mentre s’accolla volentieri che ogni domenica sicuramente la propria città sarà invasa da pseudo-esseri-umani inferociti chiamati Ultras.

Se poi dietro i disordini di Roma si vuol vedere la criminalità organizzata (come se negli Ultras – di per sé – non vi fosse una forte organizzazione), dobbiamo stare tranquilli: lo si fa per amor di verità, non certo per continuare a nascondere lo scempio italiano della domenica calcistica.

Intendiamoci, non ce l’ho con gli Ultras! In fondo sono gente tranquilla, che urla “Palermitano ebreo!”, “un Messinese in croce!” o “Sant’Agata puttana!”, ma che magari la stessa mattina è andata a messa. E non mi si dica di “non fare di tutta l’erba un fascio”: è un’obiezione che non vale quando il fenomeno si crea proprio nel fascio (inteso in tutti i sensi possibili).

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Morte Dell’Università

allarme università

Aggioramento: questo è un vecchio post. Nel frattempo, il decreto legge di cui parlo di seguito è divenuto legge 133.

Questo è un post lungo, ma importante. Se non siete informati sui provvedimenti del decreto legge 112 riguardo l’Università, leggetelo. Ne va del nostro futuro. Il banner “Allarme Università” è in fondo al testo.

Ottimista è colui che ha ritenuto – a torto – che la riforma Moratti del 3+2 fosse la cosa peggiore che potesse capitare all’Università italiana. In fondo, anche se l’introduzione dei CFU ha distrutto la didattica ed anche se gli studenti del nuovo ordinamento sono più ignoranti rispetto ai vecchi colleghi, vi sono ancora elementi che rendono l’Università riconoscibile come tale:

  • i docenti che insegnano
  • gli studenti che apprendono
  • libri su cui studiare
  • le materie da dare
  • delle tasse non eccessivamente alte da pagare
  • Università pubbliche distribuite nel territorio nazionale e, nel complesso, di buona qualità

Ebbene, tra qualche giorno potremmo diventare gli ultimi testimoni di questa Università, dell’Università per come oggi la conosciamo.

Perché? Perché presto, a giorni, dovrà essere approvato il decreto legge 112 del 25 giugno 2008.

In un articolo su Megaron, il caro amico Giuseppe Capuano riassume gli articoli del decreto che – per l’appunto – decretano la morte dell’Università. Lo ricopio qui in parte, aggiungendo brevemente solo alcune conseguenze per ogni provvedimento:

  1. Art. 16:
    Prevede la possibilità di trasformare un Ateneo in una Fondazione. Questo comporterà l’acquisizione totale della titolarità di patrimonio e dei beni immobili pubblici e la possibilità di deliberare statuti e regolamenti amministrativi. Sarà possibile inoltre accedere a finanziamenti e donazioni da parte di privati, senza che questi vengano tassati. Ovviamente questo non preclude i finanziamenti statali che verranno comunque erogati. Da segnalare inoltre la non remota ipotesi che un Ateneo possa auto-dichiararsi d’eccellenza, senza che venga effettuato alcun controllo.
    Conseguenza: gli Atenei che non otterranno finanziamenti da banche, aziende, industrie, rischiano la chiusura. Il progetto, sin troppo trasparente, è quello di abbassare il livello delle Università pubbliche a favore di pochi, carissimi e sedicenti “migliori” Atenei privati. Ovviamente, la bassa qualità dello studio porterà all’annullamento totale del diritto allo studio. Se l’Università statale non garantirà più un alto livello d’istruzione, è ovvio che chi vorrà avere “diritto allo studio” (uno studio serio, intendo) dovrà sborsare fior di quattrini per prestigiose Università private. Ed uno studio soggetto a compravendita, non è più diritto.
  2. Art. 17:
    a riprova dell’incoerenza del governo di centrodestra (seconda solo a quella del centrosinistra), la tanto sbandierata mancanza di fondi viene repentinamente dimenticata quando si parla di Istituti privati. A maggior ragione se fortemente voluti dal Ministro Tremonti. L’Istituto Italiano di tecnologia (IIT) di Genova (che vorrebbe scimmiottare il MIT statunitense) è infatti una creatura del Governo destroide 2001-2006, e grazie a questo articolo potrà usufruire dei fondi, delle dotazioni patrimoniali e del personale della Fondazione IRI. Ovviamente non c’è traccia di una motivazione seria che abbia imposto l’IIT come scelta, men che meno potrebbe essere usato il criterio della efficienza, perché, da quando è nato, l’Istituto genovese s’è occupato solo del restauro delle proprie sedi.
    Conseguenza: prenderemo solo il peggio dal modello statunitense. Decine e decine di Università tipo CEPU e solo qualche eccellente centro di ricerca. La differenza? Negli USA c’è una cosa che si chiama meritocrazia, e funziona.
  3. Art. 66:
    è un articolo che presenta due punti discutibili, uno dei quali va a limitare l’inserimento nel mondo accademico per l’insegnamento. In primo luogo il Fondo di finanziamento ordinario delle Università subisce un taglio di 550 milioni di euro. In secondo luogo il turn over viene ridotto al 20% delle unità di personale. Ipoteticamente se quest’anno andassero in pensione 100 professori, subentrerebbero al loro posto solo 20 candidati. Ma il turn over si applica al tutto il personale, non solo ai docenti. Si tratta di una manovra che riduce il reclutamento e l’avanzamento di carriera, che risulta ancora più pericolosa alla luce del gran numero di pensionamenti previsti nei prossimi 3 anni.
    Conseguenza: se le cose andranno bene, molti insegnamenti verranno eliminati o i docenti dovranno sobbarcarsi più insegnamenti, con un effetto disastroso sulla didattica. Se le cose andranno male (e potete scommeterci che così sarà), un Ateneo su tre chiuderà i battenti per bancarotta.
  4. Art. 69:
    dal 1 gennaio 2009 gli scatti biennali automatici diventano triennali, con la peculiarità di mantenere lo stesso importo. Questo comporta un risparmio di 550 milioni di euro che però andranno a pesare sulle retribuzioni dei docenti e dei ricercatori, soprattutto se appena inseriti. È stato calcolato che se un ricercatore entrasse ora nell’Università a fine carriera troverebbe ben 90.000 euro in meno di retribuzione.
    Conseguenza: niente di disastroso, solo il peggioramento di una situazione tutta italiana. Per il Governo (sia esso di destra o di sinistra) la ricerca non vale nulla. E pensare che ci sono certi paesi del mondo che ci investono, nella ricerca. Ah, stolti!
  5. Altri articoli:
    riduzione del 10% del personale non dirigenziale delle pubbliche amministrazioni; blocco ingiustificato dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR); taglio di 50 milioni ai finanziamenti dei Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (PRIN), soldi che sono stati reindirizzati alla morente Alitalia!

Insomma, come afferma l’ANDU (Associazione nazionale docenti universitari),

scomparirà l’Università italiana come luogo pubblico di ricerca, di creazione e di trasmissione della conoscenza come bene comune. Sarà cancellato il ruolo dello Stato nell’alta formazione, sancito e garantito dal titolo V della Costituzione.

Per cambiare la disastrosa situazione occorre un’azione da parte di tutti gli Atenei italiani: non far partire gli Anni Accademici, sospendere lezioni, esami, sessioni di laurea.

Una cosa fondamentale, però, la possiamo fare tutti, nessuno escluso: informare. Informare per strada la gente, gli amici, i parenti e gli animali domestici della criminalità di questo Governo.

Soprattutto, chi ha un blog o un sito scriva la notizia di questo decreto. Se non avete tempo, create un semplice link a questo o altri siti che riportano la notizia, oppure ancora inserite questo banner:

Altre fonti:

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Illusione del Consumismo

Elkann ruba un suo taxi

Da Bioetica vengo – purtroppo – a conoscenza di questa notizia riguardante uno degli esseri umani (?) più ricchi d’Italia:

Il taxi era una Fiat Marea uscita dalle sue fabbriche, dunque di sua proprietà.

Mentre tutti hanno criticato o almeno deriso (ah, stolti!) il baldo giovine per questa sua dichiarazione, io ho tentato di comprendere ciò che è davvero accaduto quella notte a Capri; una notte destinata ad entrare nei libri di storia, economia e filosofia.

Elkann è, in verità, un genio: ha reso esplicite le condizioni – finora taciute – del consumismo.

Il capitalista non è più solo colui che

  • possiede la fabbrica
  • possiede i mezzi di produzione
  • paga all’operaio un salario minore del valore del suo lavoro
  • vende la merce ad un prezzo che supera il valore del lavoro dell’operaio che l’ha prodotta
  • rende quindi possibile l’alienazione dell’operaio
    • dal prodotto del suo lavoro
    • dalla propria attività
    • dalla sua stessa essenza, cioè il lavoro libero
    • dal suo prossimo, cioè dal capitalista stesso

Il capitalista è anche e soprattutto colui che continua a possedere la merce prodotta, anche dopo che essa è stata venduta.

Consumismo per principianti

Se, finora, il consumismo ha avuto – tra le sue tante incertezze – almeno una regola: il consumatore compra e consuma la merce, con Elkann anche quest’era è finita: il consumatore si illude di comprare e consumare.

In verità, in qualsiasi momento e con una qualsiasi scusa, il capitalista può citofonare a casa del consumatore e chiedergli indietro la merce.

Chi di voi ha in garage una Lancia, una Fiat o un’Alfa Romeo è avvisato.

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