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L’unico. L’individuo, il soggetto, “la sua proprietà” e ciò di cui è privo, la sua banale vita e le sue esaltanti esperienze.

A Roberto Saviano

saviano

Aggiunta del 15 aprile 2011.

Ci sono momenti in cui bisogna ammettere tutta la propria ignoranza su questioni importantissime e di essere caduto nella trappola televisiva degli eroi assoluti e dei nemici assoluti. Guardatevi il video di Vittorio Arrigoni qui sotto. Non elimino il post che ho scritto di seguito, perché sarei ancor più stupido di quanto – forse – non lo sia stato a scriverlo.

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Tratto da Jean Starobinski, Jean-Jacques Rousseau. La trasparenza e l’ostacolo, Il Mulino, Bologna 1985, pag. 76.

Chi diventa scrittore per denunciare la menzogna della società si mette in una situazione paradossale. Facendosi autore, e soprattutto inaugurando la carriera con un premio d’Accademia, entra nel circuito sociale dell’opinione, del successo, della moda. Fin dall’entrata in gioco è dunque sospetto di duplicità e contaminato dal peccato che attacca. Via via che la solitudine diverrà più assoluta, si rafforzerà sempre più in Rousseau la convinzione che il suo esordio letterario sia stato l’inizio di una maledizione: «Da quel momento fui perduto». Il solo recupero possibile consiste nel fare pubblico atto di separazione: diventa necessario un distacco, e un isolamento perpetuo servirà da giustificazione. Vi parlo, ma non sono dei vostri. Appartengo a un altro mondo, a un’altra patria. Voi non sapete più che cosa sia una patria e, quanto a me, io sono cittadino di Ginevra. No, non sono nemmeno cittadino di Ginevra perché i ginevrini non sono più quello che erano. Il vostro Voltaire è venuto a corromperli. Sono semplicemente: il cittadino… Divenuto uomo di lettere, l’accusatore non sarà mai abbastanza scusato del suo compromettersi col male, che in lui non avrà fine finché la scrittura continua. (…) Al limite bisognerebbe conservare il silenzio, diventare nessuno per gli altri. Ma Rousseau non potrà tacere, non potrà fare altro che scrivere la volontà di diventare nessuno.

Spero ovviamente che il suo destino sarà un altro. Che Saviano resterà dei nostri, anzi, che noi resteremo con Saviano e che lui sia orgoglioso di esser divenuto “qualcuno”. E, altrettanto ovviamente, la dedica a Saviano è una dedica a tutti i saviani – i noti e i meno noti – sparsi per la penisola.

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Sei anni di filosofia per me e per Google

Avevo 18 anni quando ho letto La personalità autoritaria di Adorno e altri della Scuola di Francoforte. Era il testo principale per il mio “percorso” all’esame di maturità (commissione tutta interna: bei tempi!); percorso che si chiamava appunto La personalità autoritaria nella storia e nella letteratura. Io non mi ero mai applicato seriamente nello studio prima della maturità: meno potevo studiare e meglio era; e ringraziavo il cielo di essere portato per la filosofia, così non dovevo studiarla. Leggevo il manuale (me lo ricordo bruttino) la sera prima dell’interrogazione o addirittura durante l’ora di lezione precedente. Eppure, rileggendomi, ho quasi la sensazione di essere stato più bravo al liceo di quando non lo sia adesso.

Forse ero solo più libero: leggendo La personalità autoritaria mi sentivo come se stessi entrando in contatto con i più intimi segreti del mondo umano. Molto più di quando avessero fatto biologia, chimica, fisica e scienze della terra negli ultimi tre anni di scuola (de gustibus). Tutte in una volta, mi investivano la migliore filosofia e la più intrigante psicologia, pronte a spiegarmi l’origine dell’antisemitismo e del fascismo in senso lato, l’importanza della democrazia, della pace e di molte altre cose. Tutto in una volta, tutto in un solo libro. Fu in quel preciso momento che capii che dovevo iscrivermi in Filosofia.

Dopo sei anni, alcune false speranze sono state giustamente e fortunatamente deluse e alcune soddisfazioni me le sono prese; ma quelle due righe che scrissi, dopo sei anni, rimangono ancora al primo posto – nei miei ricordi e nella ricerca con Google.

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Ultime cose

Me

I mesi passano, in questa nuova Bologna.

La politica mi sfiora appena, il decreto interpretativo mi infastidisce come una zanzara testarda in una notte d’agosto.

Ho dato un esame, a breve un altro. Il libro che Matteucci ha messo nel programma di Estetica contemporanea lo consiglio a tutti: trattasi di Arthur C. Danto, La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte.

Ho letto finora solo cose degne di esser lette, e spero di continuare così. Ho iniziato i Racconti di Dürrenmatt. Il primo è di undici righe. Ho dovuto chiudere il libro e rinviare la lettura del racconto successivo all’indomani. Ecco le undici (qui di meno) intensissime righe:

Natale

Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane stantio. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii.

A fine mese inizierò un corso di tedesco. Ne avevo iniziato uno a febbraio, ma l’ho interrotto. Durante la prima lezione il Prof. mi chiede quali parole conosco. Io ne tiro fuori una decina a caso, tra cui “corpo”, che in tedesco si può dire in due modi: Körper e Leib. Sulla differenza tra le due c’ho scritto buona parte della mia tesi di laurea. Il Prof. mi ascolta incredulo, perché Leib non sa neanche come si scrive. Lo stesso è accaduto con Hinausfragen, usato da Heidegger in Che cos’è la metafisica. Hinausfragen contiene il fragen, cioè il “domandare”, ma in un senso tutto heideggeriano che non sto qui a spiegarvi. Mi sono trovato, quindi, da scarsissimo conoscitore della lingua tedesca, a fare esempi che hanno messo in difficoltà un tedesco. E di conseguenza me. Inizio a chiedermi seriamente, dopo anni di filosofia, quale lingua io parli quando voglio parlare seriamente.

Vado anche due volte la settimana a teatro. Il teatro – in particolare Emma Dante – m’ha regalato un’emozione quando ho visto Le Pulle. Forse, più che lo spettacolo in sé (comunque straordinario), è stato l’averlo visto dopo tanti e tanti altri. Durante la visione di Le Pulle ho raggiunto una sorta di nirvana dello spettatore. Tutto grazie a lei.

A Ferrara, sperando vanamente nella presenza di un noto biofilosofo, ho visitato la mostra Da Braque a Kandinsky a Chagall. Che meraviglia! E che invidia. Ti vien quasi il desiderio di vivere d’arte, d’amore e nulla più. Poi però ti svegli, stai tranquillo.

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Voli improbabili

Ambiguità dell'aereoporto di Catania

Siamo in file per il check in, io e la mia compagna d’avventure, per l’aereo diretto a Parigi il 29 dicembre dell’anno appena trascorso. L’atmosfera è chiara sin dall’inizio.

Ambiguità dell'aereoporto di Catania

Saliamo sull’aereo, prendiamo posto, e i nostri timori diventano certezze: dietro di noi si siedono due classiche coppie siciliane, una “giovane” e una più anzianotta. I quattro iniziano a far conoscenza e, fatte le presentazioni, iniziano a discutere a voce molto ma molto alta sui seguenti argomenti:

  • reflusso gastroesofageo
  • allergie e cortisoni
  • allergie a “peli  e forfora di cani e gatti”
  • l’amministrazione e gli amministratori degli ospedali di Catania
  • crisi allergiche durante la gravidanza

Questi e molti altri sono stati i temi dell’animata discussione durata tutte le quasi tre ore di viaggio, accompagnate dalla costante tosse catarrosa di una del quartetto. Il compagno di quest’ultima ha la battuta facile e, ad ogni turbolenza per il forte vento, esclama: minchia, chista era ‘na mala scaffa! Ossia: minchia, questa era un brutta buca. Più di venti volte l’ha ripetuta. Il tutto, a voce sempre molto alta. Solo chi ha ben presente la tipica parlata dello zaùrdo (cafone) siculo può capire l’enorme fastidio provato.

Per fortuna, i passeggeri davanti a noi sono tre sordomuti. Fortuna per loro.

Nel frattempo, la mia compagna d’avvenuture legge Cent’anni di solitudine e io mi chiedo come diamine ci riesca. A bordo vendono vari oggetti, tra cui pen-drive, libri di barzellette e un simulatore digitale di salto con la corda senza fili né corda!

Sul volo di ritorno, dovete sapere, eravamo quasi gli stessi dell’andata. Secondo voi, quante possibilità ci sono che le stesse quattro persone stiano sedute sui sedili dietro di noi sia all’andata che al ritorno? Poche, certo, ma le mie orecchie e i miei nervi vi assicurano che sono bastate.

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Catania – Bologna sola andata /1

Nietzsche Werke

Scena 1 – In biblioteca, a Catania

Sono in biblioteca, a Catania, e devo cercare testi di Nietzsche, classici della filosofia.

Consulto lo schedario, con quei pezzi di carta rovinati da migliaia e migliaia di dita sfoglianti.
Trovo Nietzsche, sia le opere in tedesco che in italiano.
So che posso ritirare e consultare 3 libri alla volta, quindi compilo tre foglietti prestampati con i dati e la collocazione dei primi tre libri che ho scelto di consultare.
Consegno le richieste alla farmacista alla signora del personale di biblioteca (non credo sia bibliotecaria), la quale mi cede gentilmente un biglietto con un numero.
Eh sì, c’è l’elimina-code dal macellaio in biblioteca.

Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
Aspetto ancora.
Sul led appare il mio numero e mi reco nuovamente al bancone.
La signora mi porge un libro e mi torna due foglietti.
Io le chiedo cosa significhi. Lei mi risponde che gli altri due libri non ci sono.
“Ah, d’accordo – dico io – non ci sono perché sono in prestito?”.
“No – dice lei – qui non diamo libri in prestito se non previa autorizzazione scritta dal docente”.
“Ah, d’accordo e per avere questi due testi?”.
“Purtroppo non ci sono più“.
“Ah, d’accordo. Grazie”.
Non ci sono più. Tanto semplice quanto incredibile.

Scena 2 – In biblioteca, a Bologna

Sono in biblioteca, a Bologna, e devo cercare testi di Nietzsche, classici della filosofia.

Entro nella biblioteca di Filosofia. Non so se mi spiego.
Incontro diversi scaffali ordinati prima per periodo, poi per area geografica e infine per autore.
Non trovo la Germania. Sarà al secondo piano.
Salgo le scale e trovo lo scaffale “Filosofia occidentale moderna – Germania e Austria”.
Scorro i nomi, trovo Nietzsche.

Prendo con le mie mani le opere che mi servono, in italiano o in tedesco. Ci sono tutte.
Ne sfoglio altre, per controllare. Accanto ai testi del filosofo c’è anche qualche saggio critico, sfoglio anche quelli.
Decido di prendere, oltre ai libri che mi servono, altri due scoperti in quel momento.
Mi siedo e leggo, studio, controllo.
Infine, decido quali libri prendere in prestito. Perché sono in una biblioteca, sono studente pagante, sono studioso assetato di sapere e, quindi, posso farlo.

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