
Parigi a capodanno. Ce ne vuole di coraggio, eh?
Ho passato quattro giorni davvero irripetibili alla scoperta de la ville lumiere, stando di fronte a opere d’arte tra le più svariate (alcune così famose da essere quasi familiari, altre totalmente estranee). Percependo le contraddizioni più forti della umana civiltà. Integrando vecchio e nuovo, classico e moderno, antico e contemporaneo, interno e esterno, forma e contenuto. Camminando fino a che le gambe non cedono letteralmente al freddo e alla stanchezza.
Ma anche vergognandomi decine di volte di essere italiano, più di quanto già non lo facessi. A contatto, da turista, con l’essenza del turismo di massa. Viaggiando su aerei, visitando musei e stando entro file interminbili, in compagnia di persone che farebbero venir voglia di trasferirsi a Malebolge piuttosto che continuare il volo o la visita.
Scriverò più di un post a riguardo, nei prossimi giorni.





Voli improbabili
Siamo in file per il check in, io e la mia compagna d’avventure, per l’aereo diretto a Parigi il 29 dicembre dell’anno appena trascorso. L’atmosfera è chiara sin dall’inizio.
Ambiguità dell'aereoporto di Catania
Saliamo sull’aereo, prendiamo posto, e i nostri timori diventano certezze: dietro di noi si siedono due classiche coppie siciliane, una “giovane” e una più anzianotta. I quattro iniziano a far conoscenza e, fatte le presentazioni, iniziano a discutere a voce molto ma molto alta sui seguenti argomenti:
Questi e molti altri sono stati i temi dell’animata discussione durata tutte le quasi tre ore di viaggio, accompagnate dalla costante tosse catarrosa di una del quartetto. Il compagno di quest’ultima ha la battuta facile e, ad ogni turbolenza per il forte vento, esclama: minchia, chista era ‘na mala scaffa! Ossia: minchia, questa era un brutta buca. Più di venti volte l’ha ripetuta. Il tutto, a voce sempre molto alta. Solo chi ha ben presente la tipica parlata dello zaùrdo (cafone) siculo può capire l’enorme fastidio provato.
Per fortuna, i passeggeri davanti a noi sono tre sordomuti. Fortuna per loro.
Nel frattempo, la mia compagna d’avvenuture legge Cent’anni di solitudine e io mi chiedo come diamine ci riesca. A bordo vendono vari oggetti, tra cui pen-drive, libri di barzellette e un simulatore digitale di salto con la corda senza fili né corda!
Sul volo di ritorno, dovete sapere, eravamo quasi gli stessi dell’andata. Secondo voi, quante possibilità ci sono che le stesse quattro persone stiano sedute sui sedili dietro di noi sia all’andata che al ritorno? Poche, certo, ma le mie orecchie e i miei nervi vi assicurano che sono bastate.