Come un intervento fuori luogo può decidere del destino della filosofia e del pensiero

Torno a scrivere delirare di metafora e filosofia. Circa tre mesi fa, a lezione di Estetica da Carlo Gentili, si analizzava il saggio di Heidegger Der Ursprung des Kunstwerkes, L’origine dell’opera d’arte.

In particolare, ci si soffermava sul dipinto di Van Gogh, Un paio di scarpe, indicate genericamente da Heidegger come “le scarpe contadine” o, addirittura, “le scarpe della contadina”. Dico “addirittura” perché quel soggetto tirato fuori dal cilindro (la contadina) è costato non poco al mago Martin in termini di chiarezza e polemiche. Ma questo non c’importa, né voglio divertirvi con qualche riflessione sulla strumentalità dello strumento, la cosalità della cosa e l’operalità dell’opera.

Quello che m’importa è ricordare l’intervento che uno studente ha fatto, a lezione, dopo che il Prof. lesse per intero il famoso passo del saggio in cui, dall’essere un semplice “paio di scarpe”, lo strumento giunge a disvelamento, ossia a verità – ἀλήθεια. O, quantomeno, una verità.

Prima il passo, e vi prego di sentire – se vorrete leggerlo – tutta la “tonalità emotiva” di quel magnifico “tuttavia…” .

Ma che c’è qui da vedere? Chiunque sa com’è fatta una scarpa.  (…) Questo strumento serve da rivestimento dei piedi.

(…) Nel quadro di Van Gogh non siamo nemmeno in grado di stabilire dove stiano quelle scarpe. Intorno a quel paio di scarpe da contadino1 non c’è nulla di cui e in cui potrebbero esser parte, solo uno spazio indeterminato. (…) Un paio di scarpe contadine e nulla più. E tuttavia…

Nell’oscura apertura dell’interno scalcagnato dello strumento-scarpa è impressa la fatica dei passi compiuti lavorando. Nella massiccia pesantezza dello strumento-scarpa è trattenuta la tenacia del lento cammino lungo gli estesi e sempre uguali solchi del campo, che un vento aspro percuote. Sul cuoio ristagna la solitudine del sentiero campestre al calar della sera. Nello strumento-scarpa vibra il tacito e segreto appello della terra, il suo silente dono di messi maturande e il suo inesplicato rifiutarsi nella deserta aridità del campo invernale.. Da questo strumento traspirano la dignitosa apprensione per la sicurezza del pane, la muta gioia del sopravvivere al bisogno, la trepidazione all’annuncio della nascita e l’angoscia per l’incombente minaccia della morte. Questo strumento appartiene alla terra ed è custodito nel mondo della contadina.

Martin Heidegger, L’origine dell’opera d’arte

Inutile dire che questo esempio (Beispiel) è un gioco (spiel) di parole intorno all’essere e, proprio per questo, un gioco incredibilmente importante; un gioco serio, insomma. Tante sono state in aula le domande, le richieste di chiarimento e le obiezioni. Su tutte, una sovrasta:

ma queste in fondo sono solo metafore e bisogna prenderle come metafore, senza dar loro troppa importanza!

Sovrasta per la sua stupidità e ingenuità, per il suo cadere perfettamente in quel pensiero abituale e tradizionale che Heidegger ha tentato di portare a compimento una volta per tutte; un merito, questo di Martin, tra quelli poco criticabili, oserei dire indiscutibili. Ma come si fa a far filosofia, a seguire un corso di Estetica, come si fa, insomma, a occuparsi di arte e ritenere che le metafore siano “solo metafore”? Le metafore sono tutte le parole e le parole sono tutte metafore. E le parole, si sa, sono importanti eccome.

Per colpa di questa idea e della forma mentis che quest’idea sottende, la verità sarà sempre destinata ad accollarsi i connotati di “certa” o “eterna” a seconda che di essa parli uno spirito razionale (Nietzsche direbbe socratico) o religioso, il bello sarà sempre incarcerato nel “soggetto” o nella fuffa e lo spirito puzzerà sempre di germania, di popolo e di nazismo. E ancora, il continente continuerà a tramontare nell’analiticità e noi continueremo a dover “spiegare” la filosofia e ad essere pure convincenti nel farlo. Infine, pensare sarà una cosa sempre più difficile.

E tutto – tutto ciò che ho scritto, l’averlo scritto, la vostra lettura – per colpa di un intervento fuori luogo a lezione, rendetevi conto. E non prendetevela con me.

Note
  1. toh, adesso è maschio. ()
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7 Comments

  1. Posted 22 January 2010 at 03:10 | Permalink

    Mi hai fatto tornare in mente delle cose, ma di quelle cose che cosano veramente… :lol:
    No, davvero. M’è venuta in mente la docentessa che tentò di spiegarci l’origine dell’opera d’arte (in minuscolo, perché pur leggendo Martin – proprio quello stesso passo, per altro – si tentava di procedere comunque per un cammino estetico-ermeneutico di bassa lega). E m’è tornato in mente – come quasi ogni giorno – un professore insospettabile tifoso della metafora, di cui forse sconoscete il passato da studioso e appassionato di Ricoeur. E dire che oggi – in apparenza – è così ostile alla metafisica!
    Del resto, anche uno sporco riduzionista come Dennett ricorre alle metafore – la cui importanza è meno analitica che sintetica. Ma non prendertela troppo: a tramontare non è l’analisi, né il continente: solo la stupidità.

    • Posted 22 January 2010 at 10:05 | Permalink

      La docentessa è troppo facile! Lo studioso di Ricoer credo di averlo indovinato anche… ma perché ti ritorna in mente ogni giorno?

      • Posted 22 January 2010 at 13:33 | Permalink

        Mica davvero ogni giorno! (Non fu per me quel Filosofo che pervade le vostre esistenze…) :mrgreen:
        Però quando penso a lui sento come un affetto, assente – se non tramutato nell’opposto – quando penso ad altri.

  2. Posted 22 January 2010 at 09:34 | Permalink

    Gio’, ricordi la risposti del professore? La riporti?
    Tommy, troppo facile: ho indovinato subito chi sono i due. O:)

    • Posted 22 January 2010 at 10:11 | Permalink

      Il Prof. ha preferito liquidare con un “sì, certo, certo” e andare avanti. Penso l’abbia fatto per non rispondergli male (o perché non ha colto, al contrario di me, le terribili conseguenze di quell’obiezione :p )… ma in questi momenti mi manca tanto Raciti, e penso a come avrebbe risposto lui, con una delle sue stroncature memorabili :grin:

  3. Posted 23 January 2010 at 16:29 | Permalink

    Ah!

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