La cultura consiste nel cogliere problemi, non certo nel risolverli. Tuttavia,
C’è una differenza assai importante se un pensatore si pone personalmente in rapporto ai suoi problemi, sì da trovare in essi il suo destino, la sua miseria e anche la sua somma felicità, oppure se si colloca in un rapporto “impersonale”: vale a dire sa soltanto brancicarli e afferrarli con i tentacoli del suo freddo e curioso pensiero. In quest’ultimo caso, non ne verrà fuori nulla, possiamo esserne sicuri.
Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza, § 345
La curiosità è la condizione essenziale per la conoscenza tutta, non solo quella filosofica. C’è, però, per così dire, un livello particolare di curiosità, che potremmo chiamare curiosità vissuta: consiste, credo, in una sorta di assoluta coincidenza – o per lo meno coerenza – tra conoscenza e vita. Vivere ogni istante della propria vita guidati da un istinto di domanda; avere ben chiaro in testa che ciò che è oggetto delle nostre domande è sempre e comunque parte della vita personalmente intesa.
Il filosofo, che dovrebbe avere il dovere di tentare di porsi tra quest’ultimo tipo di curiosi, in verità – specie nelle sue versioni analitiche – è da tempo incluso nell’altro tipo: quello che ha un rapporto impersonale con i problemi. Lo sguardo scientifico, per sua natura impersonale, non può essere applicato alla filosofia senza trasformarla in qualcos’altro, in un ibrido senza carattere.
Dato che, come sa chi ha letto qualche altro mio post pseudo-filosofico, per me la filosofia è più vicina all’arte che alla scienza, farò un esempio poetico della differenza.
Prendiamo la prima terzina della Divina Commedia:
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Perfetta coincidenza tra conoscenza e vita, forma e contenuto.
Ecco, invece, come suonerebbe la stessa terzina se Dante fosse oggi un curioso impersonale:
Quando avevo trentacinque anni
mi ritrovai in un bosco buio
perché avevo perso la strada giusta.
Chiara, la differenza?






2 Comments
Eh sì, caro Giovanni, leggere Nietzsche ci riduce così! Proprio ieri pensavo che anziché definirci post-moderni o altre menate del genere, potremmo definirci semplicemente nietzschiani.
Per il resto, io credo che la bellezza del nostro piccolo gruppetto stia proprio in ciò che hai scritto, nell’essere praticamente indistinguibili da ciò che pensiamo.
Non me ne parlate… sapete che sacrifici!
DD