Storia di un napoletano, storia di un gigante

Il napoletanoC’era non una volta, bensì in certi tempi e con certe guise, un uomo che pensava da semidio e viveva da popolano. Italiano vero del 1700, meridionale, napoletano. La sua storia è fatta dalle storie che necessariamente si avvicendano nella Storia. Era docente precario alla Federico II: insegnava Retorica ed Eloquenza, ma aspirava al Diritto, e vi aspirava di diritto. Purtroppo, tre secoli fa come oggi, intelligenza, professionalità e saggezza non sempre erano premiate.

Immaginate quest’uomo qualunque aggirarsi per quella Napoli di inizio ‘700, che non poteva essere più puzzolente di quella che abbiamo oggi, ma che certo pulita non era. Figlio di un poverissimo libraio, viveva con uno stipendio annuo di 100 ducati (e non erano molti). Padre di famiglia, aveva otto figli. Otto figli napoletani, italiani, in una casa napoletana, italiana, del ‘700. Caciara, allegria, miseria. Fatica quotidiana per il pane.

In un tale clima, immaginate ora quest’uomo scrivere le pagine di un’opera. Un’opera grande, filosofica, scientifica ma poetica. Immaginatelo:

ragionando con amici e tra lo strepito de’ suoi figliuoli, come ha uso di sempre o leggere o scrivere o meditare.

L’opera è lunga e difficile e qui non potrò certo darne conto interamente. Tuttavia, voglio sottolinearne un punto (si trova nel secondo libro) che parla di metafisica e di poesia. E dei Greci.

[...] il cielo finalmente folgorò, tuonò con folgori e tuoni spaventosissimi [...]. Pochi giganti [...] spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che non sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E perché in tal caso la natura della mente umana porta ch’ella attribuisca all’effetto la sua natura, [...] e la natura loro era, in tale stato, d’uomini tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando, spiegavano le loro violentissime passioni; si finsero il cielo esser un gran corpo animato, che per tal aspetto chiamarono Giove, il primo dio delle genti dette “maggiori”, che col fischio de’ fulmini e col fragore de’ tuoni volesse loro dir qualche cosa; e sì incominciarono a celebrare la naturale curiosità, ch’è figliuola dell’ignoranza e madre della scienza, la qual partorisce nell’aprire che fa della mente dell’uomo, la maraviglia [...].

Il nostro napoletano, chiuso in casa con i figli che strepitano, scrive delle pagine da far invidia a Friedrich Nietzsche. Queste poche righe, un po’ modificate, noi potremmo tranquillamente inserirle ne La nascita della tragedia, e nessuno s’accorgerebbe che esse furono scritte 150 anni prima. Bisogna ripetere la citazione: quei giganti urlanti davanti alla potenza della Natura si finsero l’Olimpo: questo è l’atto di nascita dell’uomo più straordinario che sia mai esistito, l’uomo artistico, dionisiaco ed apollineo, l’uomo greco. Ma l’intelligenza del personaggio di cui qui stiamo discutendo va oltre. Infatti, lui dice:

Ma, siccome ora ci è naturalmente niegato di poter formare la vasta immagine di cotal donna che dicono “Natura simpatetica”; così ora ci è naturalmente niegato di poter entrare nella vasta immaginativa di que’ primi uomini, le menti de’ quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualezzate, perch’erano tutte immerse ne’ sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne’ corpi: onde dicemmo sopra ch’ora appena intender si può, affatto immaginar non si può, come pensassero i primi uomini che fondarono l’umanità gentilesca.

E’ il culmine della consapevolezza antropologica, anzi, della differenza antropologica: quella tra noi (noi del ‘700, noi del XXI secolo) e i Greci. Da ciò deriva l’impossibilità di immaginarli, di comprenderli, di sentirli. Di immaginarne l’Olimpo, di comprenderne i pensieri, di sentirne i corpi e le voci.

Queste che ho citato sono righe pagane, consapevoli, umili, scientifiche, storiche: sono una Scienza nuova. Ed il nostro napoletano è Giambattista Vico.

P.s.: di quelle righe ho dato un’interpretazione totalmente personale. So bene che Vico fu il cattolicissimo padre dello storicismo (e blà, blà, blà). La prima citazione è tratta non dalla Scienza nuova ma dalla Autobiografia. Questo post e i futuri post letterari che scriverò traggono ispirazione dalle splendide lezioni del Prof. Andrea Manganaro, docente di Letteratura italiana all’Università di Catania.

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6 Comments

  1. Posted 30 January 2008 at 08:34 | Permalink

    Se dovessi spiegare a qualcuno il pensiero di Vico, partirei da questo suo testo.
    Si tratta, infatti, di un filosofo che va liberato dalla gabbia storicistica e restituito alla complessa ricchezza della sua comprensione della storia

  2. Posted 30 January 2008 at 12:40 | Permalink

    Grazie Professore,

    Per fortuna Vico è stato già liberato da un’altra gabbia: quella idealista. Croce, infatti, ricordo che lo pose come anticipatore dell’idealismo hegeliano, o giù di lì. Voler per forza imporre la propria razionalità nella storia del pensiero è un lavoro che non mi piace.

  3. Posted 30 January 2008 at 13:36 | Permalink

    Due curiosità:

    Nella stessa via (di cui, però, non conosco il nome) dove abitava Vico, andarono a stare prima De Sanctis e poi Croce.

    Vico la Scienza nuova la pubblicò, accorciandola, a proprie spese

  4. Posted 31 January 2008 at 15:12 | Permalink

    O diletto Giofilo,
    ma secondo te, perché in quella che tenta di essere una gabbia storicista (la nostra facoltà) nessuno insegna filosoficamente Vico e dobbiamo attendere un insegnante di letteratura per farlo?

  5. Posted 31 January 2008 at 15:16 | Permalink

    Guarda Cateno, preferisco così: un docente di Letteratura ti fa incontrare il testo dell’autore. E lì non c’è gabbia che tenga: il testo parla da sè, se accuratamente “interrogato”. Invece, un docente (ad esempio) di storia della filosofia potrebbe appiopparti pagine e pagine di inutili studi SU Vico ;-)

  6. Posted 1 February 2008 at 10:13 | Permalink

    O beneamato Giofilo,
    quant’hai tristemente ragione! ;-P

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