Sicuramente uno dei migliori spettacoli teatrali a cui abbia mai assistito: Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.
Un’analisi psicologica dei personaggi incredibile e terribile, che mostra interamente la complessità della mente umana e la meschinità della società in cui viviamo. Il commesso viaggiatore, interpretato da un fantastico Eros Pagni, è vittima della propria vita e, in particolare, dei propri ricordi. Ma è anche vittima della società in cui vive, società in cui l’individuo non conta nulla e, sebbene consapevole di questa sua condizione, cerca in tutti i modi di giungere al “successo”, ad una chimerica “soddisfazione” personale e professionale. E la difficoltà dei rapporti tra gli uomini è vissuta anche e soprattutto nell’intimità del focolare domestico: il rapporto tra il padre e i figli, tra il marito e la moglie, spesso è il più complicato.
Una splendida regia! L’atmosfera da “giallo”, da “thriller”, si adattava perfettamente all’opera. Ma è soprattutto nel sondare la memoria del protagonista, che lo spettacolo raggiunge i suoi punti più alti: giochi di ombre e di scenografie oscure, di suoni e luci cupe, imitavano (nel senso aristotelico di “mimesis”) perfettamente la realtà e la malattia del personaggio.
La morte del commesso viaggiatore è rappresentata come l’unica razionale via d’uscita dalla sua condizione totalmente irrazionale e folle. Tuttavia, è la sua vita ciò che dev’essere tenuto a mente, è la sua esistenza difficile. Ecco, quest’opera è riuscita a rappresentare magistralmente un fatto vero ed ineludibile: vivere è difficile.









