Azioni aristoteliche e cori nietzscheani?

Mi rimangio ciò che ho detto in un precedente post:

ora che sono più libero (mentalmente, intendo) prometto solennemente di scrivere più spesso sul blog.

Avevo già dimenticato quanto fossero impegnative le lezioni. Impegnative dal punto di vista del tempo a disposizione: non ho idea di quando riuscirò a studiare! Impegnative dal punto di vista mentale: la Letteratura Italiana, questo mostro a me (ahimè) sconosciuto, ha il monopolio del mio “flusso di coscienza”.

Proprio in Letteratura Italiana, grazie ad un eccellente docente, sto imparando a guardare da un altro punto di vista la Poetica di Aristotele. Si parla della tragedia greca. E mi scervello per cercare di trovare un nesso decente tra due posizioni: quella di Aristotele e quella di Nietzsche.

In particolare, sto cercando di confrontare affermazioni di Aristotele come questa:

la parte [della tragedia] più importante di tutte è la composizione delle azioni. La tragedia infatti è imitazione non di uomini ma di azioni e di un’esistenza, e dunque non è che i personaggi agiscono per rappresentare i caratteri, ma a causa delle azioni includono anche i caratteri, cosicché le azioni e il racconto costituiscono il fine nella tragedia

Con affermazioni di Nietzsche (da La nascita della tragedia) come questa:

siamo giunti a capire che la scena assieme all’azione fu pensata in fondo e originariamente solo come visione, che l’unica “realtà” è appunto il coro, il quale produce fuori di sé la visione e parla di essa con tutto il simbolismo della danza, del suono e della parola.

Se qualcuno ha un aiutino, è ben accetto! :-)

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2 Comments

  1. Apa
    Posted 23 May 2007 at 15:50 | Permalink

    uhm.. Penso che entrambe le interpretazioni siano frutto della filosofia di ciascun autore.

    Aristotele per esempio qui sembra dire che ciò che costituisce la tragedia è una realtà in atto,dalla quale si possono evincere l’ethos a cui ciascun carattere si conforma

    ”La tragedia infatti è imitazione non di uomini ma di azioni e di un’esistenza”

    è un po’ ciò che intendeva fare Plutarco nelle Vite Parallele..nel senso che dalla praxeis di ciascun ”medaglione” ritratto si poteva ricavare l’ethos di ogni personaggio,in quanto le azioni sono specchio della propria indole..

    Per Nietzsche invece l’unica realtà sarebbe il coro,appunto perchè nel coro si esprime il dinamismo dello spirito dionisiaco,che trova la sua realizzazione pratica nella danza e nel canto.

    Bisogna però ricordare,come sottolinea anche Nietzsche,che l’uomo greco è scisso nella dicotomia apollineo-dionisiaco,e a mio avviso,Aristotele rappresenterebbe una delle manifestazioni più imponenti dello spirito apollineo.O probabilmente Aristotele includeva nella categoria di ”azione” sia il recitato che il cantato,visti entrambi come un’entità indissolubile alla base della tragedia stessa.

    Poi non so,le mie conoscenze in ambito non credo siano così ampie da poter dare una spiegazione esauriente.. però ci provo :P

  2. Posted 23 May 2007 at 17:55 | Permalink

    Cara Apa,

    La tua risposta mi sembra assolutamente giusta e, soprattutto, riesce a “salvare” entrambi i filosofi ed antrambi gli aspetti del mondo greco.

    Certo, c’è da dire che Aristotele ha dalla sua parte una caratteristica non poco fondamentale: era effettivamente un Greco antico, al contrario di Nietzsche :-)

    Ma il fatto è che, paradossalmente (e a-storicamente) credo che anche Nietzsche lo sia stato! Non è esistito alcun filosofo, se non gli stessi Greci, che sia riuscito a descrivere e comprendere la grecità.
    La comprende perché sa che quel mondo è ormai perduto e non potrà essere ricreato; ma la comprende anche perché vede nella Grecia le origini (le “origini perdute”) della nostra civiltà.

    Grazie e a presto,
    Giovanni

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